mercoledì 15 luglio 2009

Un altro frammento, per un altro racconto

Ci sono giorni in cui il vento si precipita già dalla vallata a nord, gelido, portando con sé odori di neve e di terra. Ulula tra le vie della città, squassa i tigli nei viali, divelle insegne pubblicitarie, scompagina tegole sui tetti, deforma grondaie e lampioni. Gli abitanti maledicono quel vento che riempie gli occhi e la bocca di sabbia di fiume, ingrigisce le piante, fa agitare i cani, accumula foglie e detriti sulle porte. In realtà, anche quelle maledizioni, che i vecchi ringhiano mostrando i pugni verso nord, sono un effetto del vento, forse il più crudele: quella gelida corrente lavora sui caratteri degli uomini come sulle cose, da buoni li rende cattivi, da sereni tetri; ne imbruttisce anche i lineamenti, perché li costringe sin dalla nascita a smorfie dolorose, per proteggere le parti più sensibili.

In passato ci fu chi provò a sfruttare la forza del vento. Senza studiarne la costanza, si progettarono e poi si eressero quattro pale eoliche, con cui si sperava di alimentare tutto il fondo della valle. Ma il vento dapprima tacque, per mesi; poi di colpo di scatenò con una furia intrattenibile, fino a deformare le pale, a farne cadere un paio. Quella volta, caddero anche dei tetti di vecchi palazzi, e fecero dei morti.

Quaggiù è normale che i bambini disegnino gli alberi già piegati da un lato, perché è così che li vedono crescere lungo il fiume e sui fianchi della vallata, deformati da una forza che si può solo assecondare. Anche i vecchi, nei villaggi più esposti, sono avvezzi a camminare poggiandosi contro il vento per rimanere dritti: e quando rientrano a casa, o passano sul lato protetto d’una casa, perdono l’equilibrio e finiscono a terra smadonnando.

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