mercoledì 6 gennaio 2010

Letture: "Carne della mia carne", di Paola Baratto


A Paola Baratto piacciono una scrittura esatta, tagliente, e le storie cucinate con lentezza: in “Carne della mia carne” (Manni, 2007), ad esempio, si mescolano senza fretta le vicende della famiglia Almonte e quelle di tre giovani (i cognomi: Brume, Labrusca, Schiava) e un uomo, Pietro Malbec, i quali vivono nello stesso alloggio e mettono insieme un’impresa di catering.
Paola Baratto studia il mondo con occhi attenti, dà un nome preciso alle cose – come Angelica Brume, come Malbec: i suoi personaggi in questo sono come lei. Li lascia conversare, anche a vanvera a volte, ma ogni frase, anche la più casuale, allude a qualcosa, si carica di sensi, di sottintesi, cerca un tono per trovare un effetto, ne trova spesso uno imprevisto. Paola lascia vagare i suoi personaggi negli ambienti, e misura gli spazi attraverso i loro occhi complici.
Sono personaggi che applicano spesso la formula dell’ironia, un’ironia leggera, assorta, e che osservano (e si osservano nei loro rapporti) con un distacco di cui sono consapevoli, e anche questo distacco è osservato con distacco.
Paola Baratto li osserva soprattutto mangiare (gli Almonte) e cucinare (gli altri). Ogni morso è un indizio di carattere, un sintomo di interiorità. In particolare, l’attenzione dell’autrice (e di Malbec, uno dei suoi punti di osservazione privilegiati nel micromondo dei giovani che sono suoi coinquilini) va alle carni d’animale – preludio ad altre carni, come si intuisce quando Malbec, di fronte alle perplessità di Brume a lavorare di coltello su un coniglio, dice “Se lo cuciniamo bene, sarà come dargli degna sepoltura”, una frase che sentiremo ripetere. Con un po’ di ritegno rivelo uno sviluppo che condiziona profondamente tutta la seconda parte del romanzo, e costringe a rileggere sotto un’altra luce anche la prima parte: il vecchio Almonte, il magnate amante dei viaggi e curioso di etnologia, il cui cognome, moltiplicato da enormi insegne, imperversa nel paesaggio urbano, chiederà a Malbec e soci di cucinare le sue carni per il suo banchetto funebre. Se ne parlo è perché “Carne della mia carne” non è un thriller o un horror alla Harris, tanto meno un residuo di letteratura “cannibale” (ricordate?), e non gioca e non vuole giocare con i meccanismi della sorpresa: e non pratica i facili effetti del macabro, del raccapriccio, perché in realtà affronta aspetti più profondi dell’animo umano. Cucinare per un banchetto antropofago diventa per i giovani protagonisti un mettersi alla prova che li cambierà, che sigillerà una stagione lunga e intricata (penosa a volte, talora esaltante) di precarietà emotiva (e di precariato). Giunta al punto cruciale della preparazione del banchetto, che aspettiamo da un po’ con un filo di ansia, Baratto si ritrae, preferisce l’ellissi, la reticenza, si concentra sui pensieri, sul prima e sul dopo. E questo, invece di deluderci, ci consola, perché è la prova che questo apologo amaro e intenso, che si tiene alla larga dal grottesco come si è tenuto alla larga dal macabro, e si tinge così spesso di elegiaco, non racconta un caso bizzarro di cronaca, ma parla di noi.

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