sabato 24 aprile 2010

L'esilio, più o meno



Questo pomeriggio, conversando con Nathalie Dorigato in occasione della presentazione a Agorà di “Rapsodia su un solo tema”, ho toccato il tema dell’esilio, che è anche il tema a cui quest’anno è dedicato Babel, il festival della parola di Aosta. Provo a parafrasare quello che ci siamo detti.
È vero, il sentimento dell’esilio è ben presente nel romanzo. Non solo perché Dvoinikov è emerso da una lunga fase storica che lo ha costretto a isolarsi dal mondo; egli stesso si è costretto a una sorta di esilio in casa, per stare lontano e in un certo senso farsi dimenticare da Galavamov, il suo persecutore – senza riuscirci, ma insomma riuscendo a sopravvivere. Ma anche in seguito, vuoi per il passare delle mode, vuoi per il carattere introverso, scontroso anche, con punte di bizzarria scostante, vuoi per l’avanzare dell’età e l’allontanarsi da un mondo che cambia e che non si fa più capire, Dvoinikov si è esiliato – in campagna, in una dacia, in poche stanze anzi di quella dacia. Il mondo lo ha dimenticato, nessuno passa più a intervistarlo o a salutarlo da un pezzo.
Ma anche prima, Dvoinikov è rimasto un isolato. A differenza di altri compositori sovietici, che coltivavano prudenti contatti con l’estero, e a volte potevano viaggiare in paesi stranieri, pur tra mille precauzioni, Dvoinikov sembra non essersi mai mosso dalla sua terra. Di lui sono arrivate fortunosamente alcune partiture negli Stati Uniti, e ogni tanto qualcuno sembra ricordarsi di lui – lo fa il giovane Prescott, incline al cosmopolitismo, pronto a sobbarcarsi ore e ore di viaggio senza apparentemente provare stanchezza, e questo cercare il vecchio maestro per restituirlo alla gloria che merita è sì l’atto di omaggio di un allievo nei confronti del maestro ideale, ma anche, forse, un gratificante sentirsi fautore di una riscoperta.
C’è un altro esiliato nel romanzo, ed è Arkady Klyuev, quell’incrocio tra Rachmaninov, Scriabin e Liberace che è stato uno degli amici più affettuosi di Dvoinikov negli anni venti. Quando, già malato, irrimediabilmente inviso al regime e soprattutto a Galavamov, Klyuev emigra negli Stati Uniti, spera forse di trovare una libertà nuova e definitiva. Ma il soggiorno americano lo riduce a una macchietta salottiera, a una sorta di Liberace appunto, ne stravolge non solo l’aspetto fisico, ma anche la coscienza, e la natura musicale: lo rende fatuo, ammiccante, grottesco. Nel suo caso, addirittura, l’influsso del potere (televisivo, in particolare) è ben più invasivo e deformante di quello a cui ha dovuto sottostare Dvoinikov rimasto in Unione Sovietica.
Insomma, e improvvisando un po’: per Dvoinikov l’esilio, pur casalingo, agreste, rappresenta una relativa salvezza, la preservazione di un residuo di libertà; nel caso di Klyuev, l’esilio in America ha invece un effetto distruttivo – il che, visti i riferimenti geografici e storici, rappresenta un bel ribaltamento di un luogo comune.