giovedì 15 aprile 2010

Un altro inedito di Ethan Prescott

Traduco un appunto di Ethan Prescott, che Carl Thalberg ha omesso da "Rapsodia su un solo tema" forse perché non era pertinente con l'argomento generale dell'opera, o perché vi sono contenute alcune perfidie nei confronti di Edna Coates, l'editrice di Prescott (la quale, per la verità, appare già in una luce piuttosto ambigua). Si faccia riferimento sempre a "Rapsodia su un solo tema - Colloqui con Rafail Dvoinikov", di imminentissima pubblicazione in Italia per i tipi della Manni.



Fino a pochi mesi fa, Edna teneva appesa in ufficio una polaroid risalente a qualche anno prima che la ritraeva in compagnia di Prince. Quella foto mi aveva sempre impressionato: era un’immagine quasi casuale, anche un tantino sfocata, con troppo contrasto, troppa luce. Lui, il cantante di Minneapolis, minuto, grigio di pelle, tutt’occhi e labbra, i riccioli scomposti dopo un aftershow di tre ore in un club di Philadelphia: lei già sovrappeso, lustra di sudore, un sorriso rapace e stolido, una mammella quasi fuori dall’abitino, e qualcosa di opaco tra i denti, forse un residuo di spinacio.
«Prince» diceva Edna a chi entrava e si guardava attorno.
«Già» diceva l’ospite, concentrandosi su quella foto. «Bassino, eh?»
«Un genio» diceva lei. E poi, come per scusarsi: «Ma guarda com’ero conciata! Non riuscivo a smettere di ballare! Prima al concerto, poi in questo show fuori programma… Un’energia, ti dico, quell'uomo… E non lo diresti proprio, a vederlo.»
Non lo avresti detto, no. Quel nanetto indeciso tra il broncio e una gaiezza sexy sembrava solo infinitamente stanco. E il vestito da Lord Brummel gli cascava dalle spalle come se fosse di tre taglie troppo grande.
Edna ama quel genere di contrasti – a destra di quella foto, sulla stessa parete, un autografo di John Corigliano, su un programma di sala; una caricatura originale firmata da David Levine di un Beethoven che faceva a pezzi un pianoforte; un 78 giri di Florence Foster Jenkins (sempre lei!).
«E non mangia mai! Sai che non mangia mai?» insisteva.
«Chi?»
«Prince! Non l’ho visto mai mangiare, giuro!» si sbracciava Edna. Sapevo che i due si erano limitati a scambiare qualche parola, sulla bellezza universale della musica e su altri luoghi comuni, e che lui, prima di andarsene, s’era fatto portare un tè senza zucchero, mentre lei addentava il secondo sandwich. L’aveva salutata appena, con un mugugno in falsetto, poi era scomparso tra i corpi giganteschi delle guardie del corpo. Ma Edna su quell’incontro aveva molto lavorato di immaginazione, e la sua ricostruzione continuava ogni volta ad arricchirsi di nuovi dettagli.
«Non mangia! Eppure…»
Quelle frasi sospese volevano suggerire chissà che. Con me non attaccava, certo, ma suppongo che un musicista diplomato non ignaro di funk potesse rimanere impressionato.

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