domenica 18 aprile 2010

Letture: Carla Vasio



Da un pezzo volevo scrivere qualcosa su Carla Vasio, in particolare sui suoi ultimi romanzi pubblicati da Palomar, “Labirinti di mare” e “La più grande anamorfosi del mondo” (del 2008 e 2009 rispettivamente), che ho molto amato, perché amo le costruzioni narrative complesse che non suonano macchinose, artificiose. Mi ha colpito la scrittura tersa, in cui la limpidezza garantisce una visione (una visionarietà, anzi) più in profondo. Mi ha colpito soprattutto l’esplorazione dello spazio, condotta attraverso una sensibilità tra le più pittoriche che mi sia capitato di incontrare in letteratura. Entrambi i romanzi si fondano sulle perlustrazioni di superfici sempre più vaste. Ne “La più grande anamorfosi” il titolo chiarisce già da subito il gioco prospettico, la distorsione in opera: il romanzo è basato sul racconto di una deformazione progressiva e fluttuante della realtà, l’ingigantimento di dettagli trascurabili o quotidiani fino a dimensioni mostruose, la perturbazione sempre più frenetica del reale, la ripetizione compulsiva di gesti, frasi, l’allungarsi di situazioni fino al punto di rottura. L’io narrante, la donna che gli sta accanto, gli elementi della quotidianità che d’improvviso si trovano dotati di un altro significato, le frasi captate dalla radio o lette sui giornali che si ripetono gonfiandosi e sovradimensionandosi. Lo spazio che si allunga, si estende, si colora d’altro. Ne “La più grande anamorfosi” ho scorto insomma una profonda analogia tra un’arte vissuta come complessa costruzione di un enigma e la narrazione di una percezione del mondo, che di quell’enigma cerca disperatamente la soluzione (una soluzione, almeno). E ho trovato tutto ciò magnifico.



Anche “Labirinti di mare” reca un titolo a modo suo programmatico: qui a vagare in spazi sempre più remoti e in mondi sempre più tortuosamente favolosi è la voce di un marinaio misterioso, addossato a una barca, solo (apparentemente) su una spiaggia. Il suo è il racconto delle esplorazioni di mondi sconosciuti con l’afflato mitico di chi forse ha vissuto, forse ha solo sognato o immaginato, o forse sta immaginando al momento del racconto – un racconto agitato, convulso a tratti, la confessione del superamento di limiti invalicabili. Mentre il suo racconto si allontana sempre più nelle zone indistinte dell’improbabile e del fantastico, nel tableau quasi immobile di quella spiaggia lo notano, lo osservano, gli si avvicinano alcuni altri personaggi – il contrasto tra la lentezza guardinga con cui questi si fanno strada nell’inquadratura e i voli odisseici del racconto di quel marinaio dalla memoria o dalla fantasia “labirintica” rappresenta uno dei motivi di maggiore fascino di questo breve romanzo.
Credo insomma che "La più grande anamorfosi" e “Labirinti” siano due esempi eccellenti, e rari, di narrativa che, pur senza occuparsi di arte, sa raccontare l'arte, o meglio sa raccontare come l'arte il mondo, con la medesima percezione di spazi e forme.

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