mercoledì 29 settembre 2010

Da "Letteratitudine": Michele Dall'Ongaro

Il 7 settembre, sul programma di un eccellente concerto dedicato alle musiche di Michele Dall’Ongaro (Piccolo Regio, con l’Ex Novo Ensemble diretto da Marco Angius), ho letto alcune considerazioni dello stesso Dell’Ongaro che voglio condividere, perché contribuiscono a vedere il tema a cui ci dedichiamo (rapporto letteratura-musica, anzi narrativa-musica) dal punto di vista del musicista. Confida il compositore: è da “Danni collaterali”, brano del 2003 per violoncello solista, clarinetto, violino, viola e pianoforte, che “dal punto di vista formale… sono stato più consapevole del fatto che comporre per me è raccontare. Le figure sono personaggi, con le loro storie, i loro incontri: dalla culla alla tomba, dal primo giorno di scuola al servizio militare. La partitura narra lo svolgimento degli eventi, il loro intrecciarsi, il flusso musicale diventa flusso drammaturgico”. È una confidenza affabile, che aiuta l’ascoltatore a muoversi nella struttura di “Danni collaterali” (titolo spavaldamente narrativo, en passant), nell’intreccio di linee e nel gioco di scambio di ruoli tra strumenti.
Nel presentare di questa composizione, scrive ancora Dall’Ongaro: “Fingiamo che sia una piccola scena lirica. Una persona ha subito un danno grave (un lutto, un torto, una malattia: fate voi). Racconta le sue ragioni (un po’ ossessivamente, come a volte capita), ma nessuno sembra preoccuparsene (…). Un po’ alla volta, però, la comunità, prima ostile e lontana, si accorge di questa inquietudine, la percepisce e in qualche modo la condivide. I gesti, gli atteggiamenti, le posture cominciano a confondersi e mescolarsi. L’amarezza si stempera, il tessuto – a fatica – si ricompone intorno alle ferite”. La musica di “Danni collaterali”, insomma, si muove come la narrazione (come un racconto, diciamo): non la riproduce, soprattutto non “descrive”, e racconta, sì, ma racconta fatti puramente musicali, che per analogia si possono accostare al flusso di azioni che anima una pagina di letteratura. Ed ecco che la cordiale esposizione di Dell’Ongaro può farci scoprire la familiarità di una musica che comunque non rinuncia ad esprimersi in un linguaggio avanzato.

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