sabato 11 settembre 2010

Da "Letteratitudine": Buzzati e la musica, 3

L’interesse di Buzzati per la musica era profondo, le sue conoscenze certo non superficiali, eppure egli ha sempre dosato con una certa parsimonia il tema della musica (del mondo della musica) nei suoi scritti, e quando lo ha fatto è ricorso con prudenza alla terminologia più propriamente musicologica. A me pare una bella lezione di understatement.
Evidentemente, nelle sue pagine la musica diventa il tramite (la metafora, il paradigma) di altro, dei suoi pensieri ricorrenti cioè, che a volte abbandonano le tipiche ambientazioni fiabesche o le ricostruzioni cronachistiche per inscenare appunto il dramma dell’esistenza nell’ambito musicale.



In “Un amore” il rapporto di Buzzati con la musica si fa più complesso, spiazzante (il romanzo del 1963 è spiazzante per altri motivi, d’accordo, ma ora ci stiamo occupando di musica). Le giornate di Antonio e della giovanissima Laide (cioè Adelaide) sono stranamente quasi vuote di musica – della musica che ci si aspetterebbe di veder descritta e raccontata visto che Laide, oltre che prostituta, è anche pur sempre ballerina alla Scala. Certo, ci sono le canzonette che gracchiano dalle radioline (cap. I), i boogie-woogie e i rock-and-roll, gli slow e i blues delle balere (al “Due” Laide si esibisce la notte, dopo la Scala), ci sono i dischi, le rastrelliere dei dischi, i grammofoni (cap. XV, in casa di un amico), il Musichiere in televisione (cap. XXIV): ma il balletto alle cui prove Antonio assiste nel cap. VIII ha appena un titolo, di convenzionalità ironicamente definitiva, “L’étoile du soir”, di tal Lachenard. Nessun accenno alla natura e alla qualità della musica turba la visione delle prove in calzamaglia; Antonio è colpito da altro, dai corpi delle ballerine, dai movimenti, dal sudore, dalla sessualità ritualizzata che si fa evidente (“la danza… non era altro che uno sfogo lirico del sesso: per il resto non poteva essere altro che decorazione e idiozia”). La musica, se si escludono i colpi ritmati del coreografo Vassilievski e la presenza di un pianista, resta inascoltata (ma la possiamo immaginare educata, decorativa, artificiosa, esattamente come è il mondo di convenzioni e travestimenti in cui Antonio è impaniato, e come le moine e i rituali degli ambienti che frequenta, bordelli compresi).
Altri nomi di balletti appaiono fuggevoli nel cap. XXII: anche in questo caso sono appena titoli, “Vecchia Milano” (questo si riferisce a una vera realizzazione, frutto della collaborazione di Massine, Adami e Vittadini, v. “Danza e balletto” di Pasi, Rigotti, Turnbull) e “Stella della sera” (che invece credo sia inventato da Buzzati).
In “Un amore” la vera musica, verrebbe da dire, sta altrove, è una musica volgare e vitale, esplosiva e conturbante, e coincide con la vera natura di Laide, che se ne fa strumento: è il cha-cha-cha “Los Carinosos”, che lei cita “con la sicurezza di chi nomina il Tristano o il Rigoletto” (cap. XV). Su questa musica, mentre Laide balla da sola, Buzzati riflette così: “C’è, nel motivo popolaresco… semplice come uno stecco eppure carico di secoli, qualcosa che precisamente diceva addio, con potenza d’amore per quello che fu e mai ritornerà e nello stesso tempo un confuso presentimento di cose che un giorno verranno, forse, perché la musica vera è tutta qui nel rimpianto del passato e nella speranza del domani, la quale è altrettanto dolorosa. Poi c’è la disperazione dell’oggi, fatta dell’uno e dell’altra. E fuori di qui altra poesia non esiste”.
Nel cap. XXV Buzzati inscena una situazione analoga, in cui invece della danza istintiva su un motivetto leggero è il canto (cioè sempre Laide) a prevalere. Laide canta, ma non canzoni alla moda: “attaccò il repertorio delle canzoni uscite dalle lontanissime profondità del popolo rozze e volgari forse senza nostalgie e languori, storie da caserma e da osteria cariche di doppi sensi ma secche e autentiche”. In Antonio quel canto risveglia il ricordo della canzone dello spazzacamino, “una cosa bellissima e potente una ballata piena di rabbia e rimpianto che sorgeva dalle viscere di Milano”. Laide nella scena sta cantando allo stesso modo degli uomini di quel lontano ricordo, “ritmo a martello, l’uguale impeto” che faceva risalire al “senso genuino della vita”.

Nessun commento: