giovedì 30 settembre 2010

Da "Letteratitudine": "Rosso Floyd" di Michele Mari



Riporto, dopo un adeguato lavoro di revisione, le considerazioni su “Rosso Floyd” di Michele Mari che ho postato (pardon) ad agosto a più riprese sul sito di Massimo Maugeri “Letteratitudine”.

Ritrovo nelle primissime pagine la voce che ho imparato ad amare (in “Tu, sanguinosa infanzia”, in “Verderame”, in “Filologia dell’anfibio”, in “Euridice aveva un cane”…). Ma la scrittura si fa quasi subito piana, conversativa, quasi sempre beneducata e talvolta un po’ trasandata come nella trascrizione di testimonianze documentarie (abilissimo travestimento, mimesi studiatissima, in questo paragonabile allo stile leopardiano di “Io venìa” ecc.): e solo a volte, di striscio, l’autore torna a concedersi una deviazione verso il proprio riconoscibilissimo registro.
Il soggetto scelto questa volta, un soggetto che lo scrupolo catalogatorio di Mari, la sua passione elencatoria, documentaristica, l’affollarsi di nomi, circostanze, date, dati, titoli, gesti rendono con precisione maniacale, dà una piacevole coloritura vintage (come, che so, le copertine di “Urania”, o gli sceneggiati televisivi RAI degli anni sessanta-settanta in altre sue opere).
Non sono un fan (cioè, lo sono di Mari, per così dire, mentre conosco poco i Pink Floyd) per cui non saprei quanti di questi dati corrispondono alla realtà e quanti sono nati da un’urgenza inventiva (non meno forte di quella filologica e storiografica). Ma non mi pare importante.
Nell’ammirevole struttura polifonica del romanzo (”in 30 confessioni, 53 testimonianze, 27 lamentazioni di cui 11 oltremondane, 6 interrogazioni, 3 esortazioni, 15 referti, una rivelazione e una contemplazione”) Mari dà voce a tutti coloro che si sono affaccendati attorno al progetto Pink Floyd: e in particolare a chi, in un modo o nell’altro, talvolta per caso o per equivoco, ha avuto che fare con la figura inquietante di Syd Barrett. Barrett è un personaggio sfuggente, incatalogabile, episodico. Tutti ne parlano anche quando sembra che parlino d’altro – anche quando non vogliono proprio parlare di lui. Del suo genio (l’unico vero, disinteressato, inconsapevole anche) sembrano provare timore tutti. È una figura proteiforme: ora è un mingherlino, ora, per effetto di malattia e cure, un ciccione irriconoscibile. Le sue intuizioni restano impenetrabili, incidono segni fortissimi che si può solo tentare di imitare. L’origine della sua follia e dei suoi deliri rimane misteriosa (ma si sente che la sua musica e la sua follia hanno sintonie comuni). Non ha una voce sua (nell’intricata polifonia del romanzo non compare il suo nome: il Sid Barrett della Lamentazione undecima è un quasi omonimo). Eppure tutte le voci di questa vasta e labirintica enciclopedia parlano di lui.
Ecco dov’è la musica, nel romanzo di Mari. Non le vite dei musicisti, dei fan, dei produttori, dei tecnici; non le ipertrofiche scenografie dei concerti; o i personaggi che popolano i testi delle canzoni; o le invenzioni grafiche delle copertine. La musica, dico, le note, la creazione musicale. Leggevo di sessioni in sala di registrazione, di strumenti, di accordi, ma mi restava la curiosità di sapere come Mari avrebbe raccontato il fare musica, o meglio come lo avrebbe fatto raccontare ai suoi testimoni. Ed eccola, finalmente, la musica, dopo il primo centinaio di pagine: l’invenzione inaspettata, le quattro note rivelatrici, la soluzione strabiliante. In “Rosso Floyd” è raccontata come un lascito (di Syd Barrett agli altri componenti) o come un’ispirazione metapsichica, un dono ricevuto o estorto attraverso un contatto spiritistico o quasi, una “visitazione”. Barrett (da vivo, ma come fosse morto) torna da lontano a ispirare come fosse un demone le soluzioni più impervie, le idee più folli (ça va sans dire) agli altri, indecisi se rinnegare quella dipendenza o confessarla, se piangerlo o maledirlo. È un’idea suggestiva e inquietante, questa dell’ispirazione barrettiana, subitanea e imprevedibile, che convive con quell’altra, più fisica, fatta del lavorio delle prove, del perfezionismo delle lunghe sedute.
Leggo non a caso nella conversazione di Umberto Rossi con Mari su “Pulp”: “Come spesso accade in Mari… l’arte è stregoneria, è mistero, è un enigma minaccioso che può rivelarci cose discretamente spiacevoli se non paurose”. E più avanti: “Nella sua scrittura… il piacere della lettura sembra inseparabile dalla paura e dalla monomania. Per godere di un testo bisogna che ci spaventi e ci ossessioni”. Al che Mari risponde, tra l’altro: “Ossessione e paura sono per me inscindibili dall’esperienza estetica”.
Altri due aspetti che ricorrono lungo tutto il romanzo di Mari (e li ho sentiti forti forse perché lo sono per me, se è vero che si va a cercare nelle opere altrui le affinità con il proprio modo di vedere e di pensare).
Il primo è lo sviluppo delle tensioni interne (interne al gruppo dei Pink Floyd, prima di tutto, poi all’entourage, poi ai familiari, poi a tutti quelli che, magari episodicamente, hanno avuto a che fare con i Pink Floyd): il romanzo rivela dissidi e contrasti tra personalità, tra concezioni (dell’arte, della vita), è composto da continui distinguo, da puntualizzazioni, da correzioni e smentite (la forma documentaristica, fatta di testimonianze in prima persona, esalta questo aspetto); e non è certo il caso di decidere dove sia la verità, dal momento che tutte le verità hanno un loro senso.
Tra le tensioni più interessanti c’è senz’altro quella, già citata, tra una concezione della musica frutto di un guizzo estemporaneo dell’ispirazione, imprevedibile e non ingabbiabile, inquietante anche e oscura per certi versi, non risolta e non risolvibile, legata all’incompiutezza, al brogliaccio, all’abbozzo - e un’altra concezione, più professionale se vogliamo, fatta di lunghe prove, tecnica, esercizio, metodo. Mari racconta la storia dei Pink Floyd anche attraverso l’attrito tra queste due concezioni - l’onda lunga dell’influsso della prima, ovviamente legata all’estro di Barrett, continua a interferire con il gruppo ancora dopo anni e anni.
Il secondo aspetto è il continuo gioco di mascheramenti e sdoppiamenti e travestimenti e scambio di ruoli (alla fine, tutti sono, vogliono essere o non possono fare altro che essere Syd Barrett, tutti tranne il vero Syd Barrett, verrebbe da dire): un gioco di travestimenti e sdoppiamenti ecc. che coinvolge tutti, compresi, che so, le coriste, gli animaletti dei testi delle canzoni, le vittime di omonimie, i colleghi, le band fantasma, e che in talune occasioni (il film “The Wall”, l’enfasi scenografica e teatrale dei concerti) diventa vertiginoso, inestricabile (chi è chi? chi è Pink? e insomma, chi è Syd?).

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