venerdì 3 settembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": un po' di sano materialismo.

Nel corso della conversazione del 29 settembre con Davide Mancini e Cesare Bieller al Jardin de l’Ange a Courmayeur, una domanda di Davide mi ha permesso di riflettere su un aspetto di “Rapsodia su un solo tema”: manca una dimensione spirituale – cioè, manca, senza che se ne senta la mancanza. Dvoinikov in particolare è serenamente ateo, non solo in quanto proveniente a una cultura materialistica (forzatamente materialistica, va bene): la sua visione laica della vita pone l’uomo al centro di una vasta solitudine, che si può stemperare solo attraverso la pratica dell’arte, l’amicizia, la solidarietà disinteressata. Dopo la morte, con cui fa i conti ogni volta che riflette, non c’è più nulla. Dvoinikov non soffre di questo – di altro soffre, della crudeltà degli uomini, dell’incomprensione, del progredire della sofferenza con l’avvicinarsi della fine. Parla di Dio, talvolta, ma solo per smentirne l’esistenza.
La sua musica è coerente con questa dimensione puramente terrena. È pratica quotidiana, artigianato dei suoni, non rimanda a una trascendenza, non allude a una dimensione spirituale. Sono solo suoni, o meglio relazioni tra suoni, ricorda Dvoinikov più di una volta a Prescott, che invece è colto spesso dal bisogno di raccontarla come il linguaggio di un mondo interiore, e forse la carica di una colorazione spirituale, anche se probabilmente lo fa solo appunto per raccontarla, per renderla accessibile attraverso il ricorso a una retorica condivisa.
Così, l’interpretazione che Prescott dà di “Rapsodia su un solo tema” (la composizione di Dvoinikov che dà anche titolo al romanzo) allude a un Dio che, dopo aver fatto balenare un quid di bellezza assoluta nella melodia dolcissima eseguita dalla tromba all’inizio della composizione, la nega poi, e per sempre, e senza dare spiegazioni. Un Dio che si nasconde, che si nega completamente dopo aver parlato agli uomini in un linguaggio di astratta e inattingibile bellezza. Dvoinikov avrebbe disapprovato questa lettura della sua composizione più celebre. E viene da pensare (a me, ma spero di non essere il solo) che Prescott abbia usato questi rimandi alla sfera del sacro solo come metafore di uso comune, per i suoi lettori non specialisti.

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