sabato 11 settembre 2010

Da "Letteratitudine": Buzzati e la musica, 2



Continuo con Buzzati, e accenno a “Paura alla Scala”, che per ampiezza e complessità ho sempre considerato più un romanzo breve che un racconto lungo. Lasciamo da parte lo sviluppo della trama, le insolite connotazioni sociopolitiche (insolite in Buzzati, intendo) e concentriamoci sulle prime pagine, quelle in cui la presenza della musica è più forte. Ci sono un vecchio direttore d’orchestra, Claudio Cottes; una controversa opera, “La strage degli innocenti”, definita all’autore, l’alsaziano Pierre Grossgemüth, “oratorio popolare, per coro e voci, in dodici quadri” (me la immagino come un sublime pastiche, un ibrido impossibile di generi e scuole, insomma come certi oratori di Honegger); lo stesso Pierre Grossgemüth, non collocabile in uno stile o in un movimento, insieme di modernità sconcertante e di nostalgie ottocentesche - desideroso comunque di fare i conti con certe sue ambiguità del passato, e con gli orrori della guerra; e Arduino Cottes, il figlio del direttore, un giovane compositore intento a una ricerca intransigente e indifferente a ogni tipo di condivisione.
Il rapporto tra Cottes padre e Cottes figlio è descritto in una delle pagine più belle: “Quando il figlio componeva, Claudio Cottes entrava in uno stato di estrema agitazione interna. Da quegli accordi apparentemente inesplicabili di momento in momento egli aspettava, con una speranza quasi viscerale, che uscisse infine qualche cosa di simile alla musica. Capiva che era una debolezza da sorpassato, che non si poteva battere di nuovo le antiche scale. Si ripeteva che proprio il gradevole doveva essere evitato quale segno di impotenza, decrepitezza, marcia nostalgia. Sapeva che la nuova arte doveva soprattutto far soffrire gli ascoltatori e qui era il segno, dicevano, della sua vitalità”. E a proposito del comporre di Arduino Cottes: “Le note, faticando, si aggrovigliavano sempre di più, gli accordi assumevano suoni ancor più ostili, tutto restava lì sospeso o addirittura si rovesciava a piombo in più caparbi attriti”. Nell’altra stanza, il padre, ascoltando, “talora intrecciava le dita delle mani così forte da farle scricchiolare, come se con questo aiutasse il figlio a liberarsi”.
Raramente la difficile convivenza delle due tendenze maggiori del Novecento musicale (l’avanguardia intransigente, lo sguardo nostalgico rivolto al passato) è stata resa tanto efficacemente.

Ancora un hors d’oeuvre dedicato a Buzzati: è inserito in “Solitudini”, che a sua volta compare ne “Le notti difficili” (l’edizione che ho spulciato questo pomeriggio alla ricerca della paginetta che mi interessava è un Oscar Mondadori del 1971 - a quegli anni risale la mia lettura; e non mi pare di aver più vista ristampata la paginetta in questione in successive antologie).
Dunque, la premessa un po’ faticosa voleva portare a questo: “Il registratore”, brevissimo apologo che racconta quanto la musica sia la nostra percezione della musica. Siamo in un’epoca in cui, per registrare dalla radio, si accostava il microfono all’apparecchio, sperando che attorno nessuno facesse rumore. Lui (un Lui indeterminato) sta registrando appunto “Re Arturo” di Purcell (io invece mi ricordavo “King Roger di Szymanowski: ah, gli inganni della memoria!); e intanto Lei, “dispettosa menefreghista carogna” e “miserabile pulce pidocchio angustia della vita”, “su e giù con i tacchi secchi per il solo gusto di farlo imbestialire e poi si schiariva la voce e poi tossiva e poi ridacchiava da sola” mentre “Purcell Mozart Bach Palestrina i puri e divini cantavano inutilmente”. Pausa.
Dopo tanto tempo, egli torna ad ascoltare quel vecchio nastro. Nel frattempo lei lo ha lasciato, scomparendo nel nulla. Ed “ecco Purcell Mozart Bach Palestrina suonano suonano stupidissimi maledetti nauseabondi.
Quel ticchettìo su e giù, quei tacchi, quelle risatine (la seconda specialmente), quel raschio in gola, la tosse. Questa sì, musica divina”.
Lui “pietrificato… siede ascoltando: quei rumori, quei versi, quella tosse, quei suoni adorati, supremi. Che non esistono più, non esisteranno mai più”.
(Va bene, “Il registratore” è davvero una paginetta occasionale, il Buzzati migliore sta altrove: ma avevo questo vecchio ricordo impreciso, e ho voluto chiarirlo e rinfrescarlo per condividerlo).

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