giovedì 9 dicembre 2010

Da "Letteratitudine": Mayra Montero e "Profondo Porpora"



Scovo e acquisto “Profondo Porpora” di Mayra Montero, che Vertigo ha appena pubblicato nella traduzione di Maria Cristina Secci (ma il titolo in inglese, "Deep Purple", suona assai più ilarmente incongruo). Vi si racconta di musica, ça va sans dire. Di musica e erotismo, per la precisione. Passione per la musica (per le musiciste, soprattutto, e anche taluni musicisti) e fervore erotico: curiosa accoppiata, che ogni tanto fa capolino nella letteratura ispirata alla musica (anche in Renzo Rosso, nel suo Ermanno Cornelis de “La dura spina”; anche, si parva licet con quel che segue, nel mio “Rapsodia su un solo tema”, nel dongiovannismo disperato di Dvoinikov).
A una prima sfogliata i pruriti di Agustín Cabán, critico musicale in pensione, paiono frementi e umorosi quanto basta. Nel corso della lettura di "Profondo porpora" ho la conferma che l’esperienza della musica è ostinatamente paragonata all’esperienza del sesso: ma anche che, allo stesso modo, per una sorta di proprietà transitiva, il sesso è ostinatamente paragonato alla musica. L’uno è metafora dell’altro, a piacere, in questo inseguimento di un’idea totale di fisicità. L’io narrante, Agustín Cabán, confessa quasi subito: “Oltre ad ascoltare la loro musica, li annusavo, li ascoltavo parlare, auscultavo il rumore delle loro viscere. Forse può sembrare retorico, però l’anima musicale sta nelle interiora: ho potuto verificarlo attaccandoci l’orecchio e ascoltando con attenzione”. E poco più in là: “Guardo anche i polpacci e so che in qualche modo l’espressione nasce da lì, da un punto tra le caviglie e la parte posteriore delle ginocchia”. Viscere, o polpacci e ginocchia? Che importa se i due punti suonano poco coerenti, l’essenziale è che rimandino a una fisicità muscolare e umidosa, pure un po’ animalesca.
Per Agustín l’approccio musicale (musicologico, anzi) ha la stessa concretezza della conquista amorosa – e non stiamo parlando di amore platonico. L’ascolto della musica per lui equivale al possesso fisico del corpo che la esegue, e della mente che ne organizza l’interpretazione. O meglio: senza possesso fisico non c’è analisi della sapienza musicale. Tutto è iperbolico, in questo gioco: l’ascolto si colora di sensazioni, piaceri, dolori, e dolori dolci come piaceri, e piaceri urtanti come dolori; l’esecuzione è un insieme di atti di fisicità estrema, una performance di body art quasi, in cui il corpo dell’esecutore e lo strumento si uniscono in una liaison feticistica; e assistere all’esecuzione ha un quid di voyeuristico, ma è tutt’altro che un atto passivo, è un’impaziente premessa a un approccio più intenso e a ogni genere di compenetrazione.
Leggo, a proposito della relazione stretta tra musicista e il suo strumento: “Si stupirebbero molti appassionati se sapessero di certi termini carnali, o dovrei dire carnivori, con i quali si esprimono alcuni solisti rispetto ai loro strumenti, o rispetto alla musica che interpretano”.
Si aggiunga un altro elemento chiave: la memoria (il narrante è vecchio, le sue conquiste sono passate, rivivono nei ricordi ossessivi, in un rimuginio eccitato e allo stesso tempo disincantato). Se ne aggiunga un altro: la scrittura, o la parola – non solo perché Agustìn è un critico musicale, ma soprattutto perché questo suo dongiovannismo anteriore può concretarsi solo attraverso la confessione, deve farsi frase, paragrafo, capitolo (i capitoli, a proposito, portano come titoli i nomi delle sue conquiste, di quelle che più lo hanno segnato): il disordine dei sensi deve ricomporsi in uno stile memorialistico, esplicito quanto si vuole, ma comunque “educato” nella forma.

1 commento:

Maria Grazia ha detto...

Credo che non sia strano o inusuale l'accostamento tra musica e sensualità, penso al semplice fatto che i momenti intimi spesso sono accompagnati da buona musica, o ancora ai numerosi dipinti in cui la schiena della donna è paragonata - o diventa tutt'uno - al violoncello. Ancora un esempio di quanto le arti siano legate tra loro, e di come l'una risveglia un'emozione che richiede un'altra espressione artistica per essere comunicata.