venerdì 10 dicembre 2010

Un altro inedito di Ethan Prescott su "Malicuvata"

Soulima Stravinsky, Quartetti per archi 1-3, 1982-1987

Ethan Prescott non si è solo dedicato all’esegesi delle opere di Dvoinikov (si veda per questo “Rapsodia su un solo tema”, Manni, 2010). Tra le sue carte ancora in via di catalogazione Carl Thalberg ha trovato abbozzi di articoli e saggi su musiche di molti altri compositori del Novecento. Prescott sembra attratto dalle composizioni meno note, dagli autori più trascurati, dalle figure che le circostanze, o una limitata ispirazione, hanno relegato nell’ombra. Così, invece di scrivere su Igor Stravinsky, il compianto musicologo di Philadelphia ha preferito soffermarsi sul figlio di questi, Soulima, pianista e compositore a sua volta: e per giunta non sui brani pianistici, che qualche volta capita di ascoltare,o sulla produzione didattica, ma proprio sui tardi e negletti quartetti per archi. In questa pagina capricciosa, che traduco alla bell’e meglio, Prescott contamina più del solito il linguaggio della musicologia con reminiscenze, impressioni, umori, perfidie: e ci lascia un doppio ritratto, di Stravinsky padre e Stravinsky figlio, amaro e sofferto.
C. M.


Nel suo primo quartetto, del 1982, Soulima sembra voler evitare tutto ciò che ha fatto il padre. Già la scelta dell’organico è significativa: Igor ha praticato poco e quasi di malavoglia il quartetto d’archi, e solo in pezzi d’occasione che preferirà ben presto orchestrare, e ha maltrattato gli strumenti ad arco con violenza, pretendendo da essi stridori, cigolii, colpi di tosse, ragli – in ogni caso mai lo sviluppo di un’idea. Soulima torna al quartetto tradizionale, ai tre tempi, a un’idea preromantica, cristallina e quasi ossequiosa di sviluppo tematico. Ogni strumento resta al suo posto, rispetta il proprio ruolo, sulla base di un accademismo così rigoroso che non può non significare altro. È un rimettere ordine negli scaffali della tradizione che il padre ha buttato all’aria. Vi sembrerà di sentirlo sbuffare, Soulima, il figlio, dinanzi al disordine lasciato da papà, di vederlo scuotere la testa.

Gli altri due quartetti (del 1983! del 1987!) non sono da meno, anche se si aprono a qualche imbronciata modernità ormai fuori tempo da un pezzo: soprattutto si negano a quello che il padre (le père Igor, alla lettera) ha sperimentato con maggiore ostinazione, l’irregolarità ritmica. Se è un 4/4, lo sia fino all’ultima battuta. E i temi siano squadrati, di 4, 8 battute. Soulima trattiene il fiato, si immerge in apnea, in un mondo musicale precedente a Stravinsky padre, precedente anche a Debussy, e scivola in un neo-neoclassicismo, privo di strizzatine d’occhio, di distacco ironico. È lì, trattiene il respiro, e intanto finge di essere orfano.

Ricordo di averli sentiti in antiche registrazioni, Igor e Soulima. Suonavano spesso a quattro mani – Igor aveva composto vari pezzi da concerto per loro due, su insistenza dello stesso Soulima. Più impacciato tecnicamente, il padre aveva riservato a se stesso la parte più facile, ma anche più accattivante e cantabile, e lasciato al figlio le tessiture più complesse, le rifiniture più ingrate. Ecco il più giovane sudare dietro agli intrichi irregolari in cui il più vecchio lo aveva infilato – sudare e imprecare sottovoce, curvo sulla tastiera, la lingua stretta tra i denti per la concentrazione, mai una battuta uguale all’altra, mai la rassicurante prevedibilità di uno sviluppo coerente, solo rotture, crasi, sincopi, fratture. E Igor, all’altro lato della tastiera, o all’altro pianoforte, a cincischiare le melodie, fintamente concentrato, in realtà soprappensiero, forse pure un po’ brillo.
Eccoli prendere gli applausi, in alcune foto. Soulima è bello, slanciato, elegante, e risalterebbe ben più del padre, se non fosse così compresso, e il suo sguardo non si fosse incupito. Per più di un’ora ha suonato musica che non ama, di cui certo non condivide nulla e che forse non capisce nemmeno. E ora riceve solo qualche applauso riflesso – il genio, in famiglia, è un altro.

Non stupiamoci se i suoi quartetti suonano così reazionari. Dal punto di vista di Soulima, l’unico modo per fare un passo avanti era farne due o tre indietro, prima di Debussy, Fauré, Borodin – sì, dalle parti di Borodin, perfetto, ci siamo, ma senza tutta quella gradevolezza, mi raccomando! Un Borodin riscritto da un Britten alzatosi di cattivo umore, immalinconito per una commissione accettata di malavoglia, o per un mezzo screzio con Peter Pears.

Ethan Prescott, su http://www.malicuvata.it/-modi-verbosi-/-del-2010-/276-soulima-stravinsky-quartetti-per-archi-1-3-1982-1987.html

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