domenica 28 novembre 2010

Un inedito di Ethan Prescott su "Malicuvata"

Carl Thalberg, che in “Rapsodia su un solo tema” (Manni, 2010) ha raccolto e pubblicato le numerose pagine di Ethan Prescott dedicate agli incontri con Rafail Dvoinikov, ha continuato a scoprire, tra le carte del suo compagno, appunti e minute sul compositore russo. Prescott era fatto così: scriveva ovunque, caparbiamente, con la vena di un poligrafo di altri tempi (o di un grafomane, dipende dai punti di vista), in attesa di riordinare il materiale magmatico che andava accumulando. Traduco per gli amici di Malicuvata un frammento inedito, uno dei tanti, incentrato su una Sonata di Dvoinikov creduta dispersa, mai incisa su disco e, per quel che ne so, mai eseguita in concerto. In questa pagina un tantino iperbolica Prescott torna su certi temi che gli sono cari, e sembra raccontare la musica come sede di profondi e misteriosi conflitti.

Ethan Prescott – La Sonata per viola sola di Rafail Dvoinikov, 1951


La Sonata per viola sola è senz’altro una delle opere più stravaganti di Dvoinikov. Scritta di getto per un violista che non l’avrebbe mai eseguita in pubblico, sembra perseguire un’idea di sgradevolezza: nudità della melodia, idee tematiche di corto respiro strapazzate con ferocia, interruzioni e silenzi più lunghi e frequenti del sopportabile. Chi applaudirebbe con convinzione alla fine di una esecuzione di queste pagine scostanti? Il virtuosismo, che pure è richiesto, sembra occultarsi, negarsi, e non cerca l’ammirazione, ma piuttosto lo sconcerto, o, se appena si è un po’ sensibili, il raccapriccio.
Il primo tempo, un Allegretto il cui unico tema è giocato sulla cocciuta alternanza di un intervallo di quarta eccedente e uno di seconda maggiore, suona come un abbozzo, buttato lì con insofferenza. Ci viene da pensare che non lo vorremmo riascoltare mai più – come ci capita spesso, pensiamo che sarà più piacevole parlarne, piuttosto che ascoltarlo di nuovo. Eppure tra quei ghirigori impacciati sentiamo nascondersi un nucleo fascinoso di dolore, un grumo di spaventata bellezza – lo percepiamo risuonare leggerissimo nei silenzi, nel gioco traslucido degli armonici. È quella, la musica sottintesa delle vibrazioni e degli ipertoni, che vorremmo sentire, perché la intuiamo assai più bella e dolce di questa, reale, che ci strazia le orecchie e ci fa sbuffare. Il professionista riesce a distinguere con una certa consapevolezza la musica nascosta nelle altezze degli armonici, e ne resta turbato; agli altri, giunge comunque una qualche oscura impressione di un mondo negato, e la sensazione bruciante di non poter accedere a quel mondo.

Dopo un Adagio che esplora le zone paludose del registro basso senza mai sollevarsi, il Presto finale è poco più di un raptus disperato, interrotto dalla fretta o dal disamore a metà di una frase: una trentina di secondi in tutto, in cui la melodia si contorce in spirali ascendenti di velocità spaventosa, che rendono impossibile a chiunque il mantenimento dell’intonazione.

Questa Sonata sta ben lontana dagli intendimenti della letteratura per viola sola, di solito concentrata su temi pensosi, malinconicamente severi, aristocraticamente sonnacchiosi – si pensi a Hindemith, a Vieuxtemps, a Reger, a Stravinsky, o a tutti quei minori sovietici che hanno fatto della viola la loro voce preferita. Quella di Dvoinikov non è una viola, ma un violino sgraziato o un violoncello scordato, che dal suo esilio urla e mugugna e protesta e di certo non si metterà mai a cantare.

http://www.malicuvata.it/-modi-verbosi-/-del-2010-/275-sonata-per-viola-sola-1951.html

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