venerdì 17 giugno 2011

Da "Letteratitudine": Jan Brokken, "Nella casa del pianista"


Sto finendo l’emozionante “Nella casa del pianista” di Jan Brokken, nell’attenta traduzione di Claudia Di Palermo (Iperborea, 2011). Uso il termine “emozionante” perché questo romanzo intriso di vita e di realtà non è solo incentrato sulla figura del pianista russo Youri Egorov, non si limita a farne il ritratto. In realtà è la storia di un’amicizia, quella tra Egorov e lo stesso Brokken; ed è l’affresco di un’epoca e di un contesto (il mondo artistico degli anni ottanta) fertile e ricco, e destinato a essere incrinato tragicamente (dall’AIDS, ma non solo); è, infine, un’immersione precisa nel mondo interiore di un interprete, nelle emozioni di un concertista.
Egorov fugge in occidente nel 1976. L’Unione Sovietica, cupa e minacciosa, lo soffoca, in quanto artista e in quanto uomo. La sua fuga è però tutt’altro che uno sradicamento: Egorov, curioso del mondo occidentale, della musica e dello stile di vita dell’occidente, mantiene fortissimi legami con lo spirito russo, con l’arte e la poesia russe, con la lingua russa. Questo è uno degli elementi di contatto con Brokken, che della letteratura russa è studioso. Russia significa però anche un fortissimo senso di colpa, dovuto soprattutto alla separazione dalla propria famiglia, al senso di delusione e di frustrazione che Egorov teme di suscitare ovunque, e di avere suscitato al momento della partenza improvvisa – e che Brokken riconduce allo spirito russo, alla mentalità russa.
La sua nuova sistemazione ad Amsterdam gli dà la possibilità di una vita eccitante, disordinata e in fin dei conti rischiosa: musicalmente gli consente di accostarsi a quel repertorio che nell’Unione Sovietica era considerato decadente o era decisamente proibito (e si sta parlando di Debussy e Ravel, nei quali Egorov troverà sonorità nuove, e in cui scivolerà con perizia e scrupolo, prima di abbandonarvisi del tutto). La sua formazione di pianista viene ampliata senza che vengano rinnegati (anzi, tutt’altro) i pilastri del concertismo romantico che la scuola interpretativa russa ha continuato a frequentare. Egorov, a contatto con nuove scuole e nuove tendenze, prosciuga l’enfasi e nasconde il magistero tecnico.
Da molte pagine di Brokken veniamo a conoscere le ansie, le angosce, i chiari di luna di un concertista celebre: la pressione a cui è sottoposto lo rende ipersensibile a tutto, lo carica di affanni, lo fa esplodere in momenti di ira stizzita, lo fa soffrire e fa soffrire tutti coloro che gli stanno accanto o che gli vogliono bene. L’ansia di Egorov è anche l’ansia dei suoi amici, che lo accompagnano ai concerti (in tournée spesso massacranti). Sono paure concrete, per un musicista: l’intonazione dello strumento, le qualità acustiche della sala, la presenza di pubblico, il rapporto con l’orchestra o con il direttore, il tipo di programma, le condizioni di salute…
Interessante è anche la consapevolezza che Brokken acquisisce come scrittore accanto a Egorov, che sta acquisendo consapevolezza in quanto musicista. L’amicizia tra i due, la profonda fiducia reciproca, finiscono per significare anche questo: l’uno dà consapevolezza all’altro dei suoi mezzi espressivi, l’uno aiuta l’altro a cercare la sua voce. Brokken vede (e lo dice) nell’accanirsi dell’amico a trovare un suono, nell’inseguire una sfumatura, qualcosa di simile al suo lavorare e rilavorare sulle proprie pagine.


Brokken è più di un cronista: è un esegeta, che riesce nel miracolo di non cedere di profondità mantenendo una sincera affabilità. Non nasconde le contraddizioni di Egorov, le spigolosità, le crudeltà, le paure, ma le inserisce in un quadro di impressionante complessità.
Arrivate alle ultime pagine, in cui lo scrittore racconta la preparazione della morte di Egorov come la preparazione a un concerto: stesso scrupolo, stessa ricerca di un ordine necessario, di un’armonia. Sono pagine che non è facile leggere senza i lucciconi agli occhi, o almeno un accenno di groppo in gola. Egorov vi emerge in tutta la sua ostinata fragilità. Malato di AIDS, sente accumularsi su di sé i segni di malattia, diventa debole, ha attacchi di epilessia, diviene quasi cieco: ma è la prospettiva di non poter più contare sul soccorso della musica a fargli perdere ogni residua voglia di combattere per vivere ancora un po’. I suoi ultimi, sublimi concerti (l’ultimo Schubert, il più crepuscolare, il più sfuggente Ravel) chiosano la sua esistenza come epitaffi.

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