venerdì 3 giugno 2011

Da "Letteratitudine": Laura Mancinelli, "Amadé"


Torniamo a parlare di Mozart, dopo l’incontro graditissimo con Rita Charbonnier. Al Salone del libro di Torino ho trovato una bella edizione (Interlinea, con illustrazioni di Fernando Eandi) del racconto “Amadé – Mozart a Torino” di Laura Mancinelli. La Mancinelli ha più volte affrontato la figura di Mozart (anche nel testo teatrale “Notte con Mozart”, L’Argonauta, 1991, oltre che ne “Il fantasma di Mozart”, Einaudi, che comprende anche “Amadé”). E in una nota finale ce ne spiega con garbo le ragioni (ci tornerò).
“Amadé” nasce da due amori, credo: la musica di Mozart, e va bene; e la bellezza intrisa di storia di Torino, città di adozione e di elezione per la scrittrice. Il piccolo Amadeus attraversa durante una breve visita invernale in compagnia del padre Leopold la città, ne esplora le prospettive, i vicoli e le architetture, ne conosce gli abitanti – il popolo, l’aristocrazia irrigidita nell’etichetta. Di fronte alle architetture sorprendenti del Guarini e ai giochi di prospettiva e di luce Mozart “legge” e “traduce” all’istante in termini musicali. Così dentro al duomo, sotto la cupola: “E si caricava di tonalità più opache, più tristi, come il suono ripetuto dall’eco, come in un contrappunto in minore.
Passò nel cielo una di quelle nuvole leggere che già aveva visto attraversare il cielo sulla piazza, e tutte le luci, dirette rifrante e riflesse, si velarono di ombra lieve, come quando la stessa frase viene ripetuta in minore per esprimere un momento di malinconia, pensò Mozart.
La nube era passata, e il sole irruppe più vivo nella cappella rimbalzando come impazzito di gioia in un allegro travolgente. Mozart trasse di tasca carta e matita e seduto su un gradino di pietra cominciò a tracciare dei segni.”
Più in là, il gioco sinestetico riappare, al contrario. “Allora Mozart… incominciò a suonare «un esercizio», come egli lo chiamò. Un gruppo di note legate in crescendo in una frase semplice ma completa, si ripetevano in ordine inverso, come riflesse in uno specchio, o come raggi di luce su una parete bianca, pensava Mozart suonando.”
Torino appare “fredda, lunare”, ai due salisburghesi, ma rivela al giovanissimo Wolfgang tesori ch’egli coverà a lungo, facendone materia per progetti futuri, ispirazione per musiche che attenderanno anni per essere scritte. Così è l’infantile infatuazione per Rosa, la piccola venditrice di frutta secca, che sfocia in una ricerca ossessiva di rose in pieno inverno, e il misterioso (almeno agli inizi) uomo del teatrino, che addirittura allude con un paio di marionette a “Le nozze di Figaro”.
Nella nota finale (avevo promesso di tornarci) la Mancinelli definisce la sua “segreta, inconsapevole predilezione per la musica che precede il romanticismo”, forse per una “ragione… di autodifesa di fronte alle troppo coinvolgenti espressioni romantiche”. Il suo “Amadé” in questo senso è davvero settecentesco, per grazia trattenuta: il solo ad agitarsi è proprio il piccolo Mozart, protoromantico elfo armato di violino, in un mondo che pare diventargli stretto ogni giorno di più.

http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2010/06/25/letteratura-musica/

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