giovedì 8 marzo 2012

Sintonie: un libro di Paolo Morelli

Avevo letto con grande divertimento, anni fa, il “Vademecum per perdersi in montagna” (nottetempo, 2003) di Paolo Morelli. Mi era subito sembrato l’antidoto (ironico, onirico) alla melassa, al melodramma, al sussiego contemplativo, insomma ai cliché di molta letteratura di montagna. Un paio di settimane fa, durante il mio passaggio a Roma in occasione della presentazione di “Rapsodia su un solo tema”, ho avuto il piacere di conoscere di persona Paolo Morelli. L’incontro (il doppio incontro, anzi, prima alla presentazione, poi nel salotto di Carla Vasio) mi ha fatto tornare la voglia di riprendere quella lettura.

Morelli, con il “Vademecum”, ha firmato un manuale per vagabondi, ispirato a un’amabile (stavo per scrivere “francescana”) misantropia. Come certa letteratura didascalica classica, il libro gioca a non rendere troppo esplicito il suo vero obiettivo: il doppio repertorio di voci in ordine alfabetico non tratta solo di montagna, ma di conoscenza, e di ricerca attraverso la perdita (programmata, non programmata, non importa) di sé. Conoscere significa abbandonare le consuete coordinate spaziali e temporali, smarrirsi in un mondo vasto e sempre brulicante, affollatissimo, dialogare con animali e alberi, percorrere sentieri con il preciso intento di “non” seguire mappe e indicazioni.
L’ironia, nei confronti di alpinisti superaccessoriati, escursionisti cittadini sovreccitati o sbuffanti in montagna, fotografi e videoamatori, è quasi sempre oniricamente delicata – ma si percepisce in più punti che l’autore si è imposto di non sbottare, di non essere aggressivo, tanto più che la montagna sa regolare i conti da sé. In sostanza, l’umorismo del “Vademecum” è quello della natura, quello praticato con gusto dagli animali e perfino da certi vegetali: l’uomo, intendo quello più civilizzato, ha perso da un pezzo il senso dell’umorismo che permea l’universo, non lo sente nemmeno più, nemmeno si accorge di esserne vittima.

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