giovedì 16 agosto 2012

"A gran giornate": l'analisi di Norma Stramucci

 Ricevo da Norma Stramucci questa acuta, appassionata analisi del mio "A gran giornate", e ricopio subito. L'opinione di Norma, poetessa ("Erica", "Del celeste confine"), narratrice e docente ("Lettere da una professoressa", pubblicato come i precedenti da Manni), mi è particolarmente cara.


Il nuovo nell’arte può essere caratterizzato come la possibilità di combinazioni strutturali semantiche inattese, impossibili o proibite in una fase precedente, la capacità di determinare uno shock con un linguaggio artistico, un senso inatteso. Lo scatto verso un nuovo livello di complessità è vissuto dall’uditorio come una folgorazione improvvisa, un’esplosione di pensiero.
(J. M.  Lotman, Cercare la strada, Marsilio, 1994,  p. 93)
Allegoria è parola che compare sia nella prima che nell’ultima pagina dell’ultimo romanzo di Claudio Morandini, A gran giornate, La Linea, 2012. Non è dunque capriccio di lettore il tentativo di appropriarsi del codice segreto che gli permetta di accedere all’isotopia, al senso altro alluso dalle vicende narrate, al piano dove sia possibile infine la connotazione. Esperirla dai particolari può risultare persino agevole: si può scoprire, ad esempio, il senso della fratellanza tra gli uomini, quando incombe un pericolo, nell'io narrante e in Semenzani che, in una surreale pensione, dove una porta chiusa nasconde alla vista una mostruosa creatura che li terrorizza e di cui sentono ogni notte i ringhi non umani, si trovano a condividere lo stesso letto: “Il materasso, concavo nel mezzo, ci faceva scivolare l’uno verso l’altro nel sonno, e talvolta, in piena notte, quando ci destavano i versi della creatura, ci sorprendevamo vicendevolmente stretti, come a proteggerci dal buio. Seguivano proteste, scuse e, non confessato, il permanere di una sensazione di piacevole tepore, di abbraccio soccorrevole” (p. 149).  Si tratta del leopardiano sentimento della Ginestra e la “creatura” potrebbe essere la denotazione della Natura maligna, ovvero del male. Ma altre vie Morandini offre alla libera interpretazione. Così la “creatura” amorevolmente custodita dai genitori che si suppongono capaci di ogni nefandezza per la sua sopravvivenza potrebbe, appunto allegoricamente, rimandare alla latente corruzione dei costumi nel nostro Paese, dove molti uomini, dalle funzioni semplici o complesse, dai padri ai politici, calpestano il bene comune in favore del loro personale “mostro”, anch’essi comunque con le loro fobie, le mosche, nel caso della padrona della pensione. Riguardo alla bambola gonfiabile di Onorato Casamagna, altro personaggio principale del romanzo, il senso da scoprire è nel pizzico di vita di cui l’oggetto gode: si muove, ma poco; ha persino imparato a parlare, ma appena e flebilmente. Il gioco è chiaro e non lusinghiero per l’uomo contemporaneo che, evidentemente, non ha ancora rinunciato all’idea di una donna completamente a sua disposizione e tacita la propria coscienza con la “vita” della bambola, poi sempre pronto a sgonfiarla, a ripiegarla, a riporla nella sua valigia, a toglierle autonomia nonostante quella “vita” prema, bussi alla sua coscienza con il “tambureggiare di un sepolto vivo appena svegliatosi” (p. 15). Franchino Spaventa ha invece martoriato il proprio corpo fino a farne uno spettacolo da baraccone. E nel baraccone vi è un mondo indegno che ne gioisce. Una sofferenza, quella del suo corpo, in fondo dovuta alla crudeltà altrui, come quella di Cristo. Ma Cristo ha patito per una ragione, non per nulla, come lui, ed in ciò, probabilmente, l’allegoria:  “[…] scorse pendere sull’altare un crocifisso di rara crudeltà, con un Cristo contorto e sanguinante e urlante. Quel volto ricoperto di sangue e capelli, le ulcerazioni su tutto il corpo scheletrico, l’anatomia spinta a una postura impossibile lo fecero sentire profondamente inadeguato, lui con i suoi tatuaggi e i suoi quattro buchi in faccia” (p 91).  Il sagrestano Nathan, scoperto il piacere della nudità, dopo aver partecipato del bigotto scandalismo del paese di fronte a una struttura naturista lì sorta, pretende poi il cappello e la giacca da uno spaventapasseri, ovvero da un vecchio lambito, persino negli occhi aridi, dalle formiche: “Mezzo chilometro più in là, tra gli orti, si ergeva una figura immobile. Nathan, credendola uno spaventapasseri, mosse verso quella per sottrarle il copricapo, anche lurido e sfondato, e proteggersi dal sole” (p. 65). Nessuna conquista dell’uomo dunque appare definitiva, il compromesso è sempre alle porte. Gabriele Angous, l’Uomo Malato, scopre che il piacere anelato gli è concesso perché moribondo, e dunque l’infermiera Francine perde per lui ogni attrattiva, a significare che nulla è davvero importante se non il fatto di vivere, verità a cui è invece pervenuto Duprez, che pur vecchio, ha ormai più vita di lui e ha perso  nell’alito  l’odore della “corrosione mortale del suo torace” (p. 126).
Particolari, quelli appena accennati, in una babele di altri significati da scoprire all’interno del filo conduttore che lega ogni vicenda, compresa quella del viaggio finale: il movimento.  Non vi è capitolo infatti in cui non ci si muova: Casamagna in treno e poi in auto, Nathan per i boschi, Spaventa in un furgone, Angous e Ollssen in treno e in corriera, e tutti i movimenti confluiscono poi nel viaggio finale in cui i protagonisti (tranne Angous, sostituito da Duprez) si incontrano. L’allegoria del viaggio che non conclude si pone in antitesi con la tradizione, da Ulisse a Dante e può rimandare a una definizione del movimento data da Lotman, in Cercare la strada: si tratta di uno  “stato transitorio posto tra la staticità originaria e un punto finale, la fine della storia, anch’esso per sua natura statico” (p. 22).  La straordinarietà è nella considerazione che nel romanzo di Morandini i tanti movimenti, il tanto andare, a gran giornate, non ha fine tanto che un’espressione di movimento: “ci stiamo dirigendo” (p. 255) (non) conclude il romanzo.
Esplode il pensiero ad ogni pagina di questo libro di Morandini che, ancora una volta, si attesta come uno dei maestri della narrativa contemporanea, capace di mettere, come si legge in quarta di copertina, “a nudo le complessità dell’essere umano, la forza dell’odio e dei desideri, esplorando gli anfratti più profondi della mente”, anche quando protagonista si fa il paesaggio. Sarebbe ben interessante un’analisi della struttura dell’opera rapportandola alla struttura della nostra cultura. Scopriremmo che gli shock continui che Morandini elargisce, da un lato rimandano certamente alle grandi categorie cosmologiche (la ricerca del senso, lo spazio, il tempo, la morte…) ma dall’altro ogni tema è profondamente ancorato al qui ed ora. Un presente dunque, ma in movimento anch’esso, e dove domina l’imprevedibilità, ossia ciò che rende possibile quanto è veramente nuovo: il mondo, nella realtà seconda creata, si fa convenzione, reali le parole del romanzo.  Si tratta di finzioni, certamente, e d’altronde nella realtà non si possono avere amplessi con donne dal profilo di pesce (p. 64) né sarebbero plausibili terapie mediche in cui si sia imbracati a testa in giù a una ruota (p. 133). Finzioni, appunto. Ma, come scrisse Puskin, “Sulla finzione io mi sciolgo in pianto”. 
Norma Stramucci

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