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martedì 10 settembre 2013

Da "Night Italia" n. 8: "Body and Soul - una sit-com"


Sul numero 8 (in uscita in questi giorni) della rivista d’arte “Night Italia”, curata da Marco Fioramanti e pubblicata dalle Edizioni Psychodream, compare il testo di una sit-com immaginaria scritta diversi anni fa, Body and Soul appunto, che è la parodia ridanciana di certa body art. Il fatto che “Night Italia” ospiti il  pezzo accanto a numerose foto e testimonianze di performer testimonia la spiccata ironia e autoironia del curatore. Di seguito riporto la nota introduttiva.
***
Nota introduttiva a “Body and Soul – una sit-com”
Negli anni novanta (gli anni novanta!), quando ancora la sede regionale della RAI di Aosta concedeva spazi consistenti alla fiction, avevo progettato una sit-com da realizzare con pochi attori e pochissimi mezzi. Con la RAI di Aosta avevo già collaborato negli anni precedenti (gli anni ottanta!) scrivendo i testi di un ciclo di radiocommedie durato parecchie stagioni, e il passaggio alla televisione mi attirava da anni. Allora per me uno dei prodotti più immediatamente riconducibili, nel bene e nel male, alla specificità del mezzo televisivo era la sit-com: umorismo stereotipato, risate registrate (o provenienti da un pubblico invisibile in sala), un numero limitatissimo di personaggi (personaggi? tipi, piuttosto, macchiette), di ambienti ricostruiti approssimativamente in studio e di situazioni; in più, un moralismo strisciante, e, dietro a un anticonformismo fittizio, un pesante perbenismo sempre in agguato, nella definizione dei ruoli sessuali, familiari e di classe… Avevo in mente le sit-com statunitensi, più che le goffe imitazioni italiane che già si intravedevano in televisione: le prime, se non altro, avevano il pregio del rispetto dei tempi comici e una solidità di impianto; in più, ricordavo le sit-com inglesi, seguite da bambino o da ragazzino, più irriverenti e assai meno convenzionali nei meccanismi umoristici. Avevo inoltre appena scoperto la prima (l’unica?) sit-com americana davvero anticonvenzionale, “Seinfeld”, che registravo su reti televisive oggi scomparse, e guardavo e riguardavo imparandone a memoria i tic.
Da tutto questo mi era venuto lo spunto di immaginare una sit-com ambientata nel mondo dell’arte: anzi, in quello della body art. Mi interessava scoprire quale attrito producessero, combinati assieme, la ricerca delle forme più estreme di esplorazione artistica e il mondo conservatore, chiuso da regole e da limiti, della sit-com televisiva. Temo, a rileggere oggi i dialoghi della puntata pilota (mai realizzata, et pour cause), che a prevalere sia stato sin dalle prime battute il secondo. Ma insomma, l’idea mi pare ancora divertente, per quanto un po’ sciocca. Dopo questa prima puntata, scritta di getto, avevo tentato di scrivere una seconda puntata, arenandomi però già dopo le prime scene: la comicità parodistica già mi stava venendo a noia, e cominciava a farsi sentire un’urgenza di dramma e di mistero – sempre meno risate, sostituite da tormenti e esitazioni e tensioni più romanzesche che televisive.

domenica 12 maggio 2013

Da "Night Italia" n. 7: Un inedito di Ethan Prescott


Sul numero 7 di "Night Italia", la rivista curata da Marco Fioramanti e pubblicata da Psychodream, accanto all'incipit di "A gran giornate" (v. uno dei post precedenti) compare questa pagina inedita di Ethan Prescott (che tanto inedita non è, a dire il vero, visto che era già comparsa, sia pure in forma leggermente diversa, in questo blog). La ripropongo, con i commenti a mio nome posti all'inizio e alla fine.

UN INEDITO DI ETHAN PRESCOTT

Nota introduttiva
Dopo la pubblicazione di “Rapsodia su un solo tema – Colloqui con Rafail Dvoinikov” (Manni, 2010), in cui Carl Thalberg ha raccolto molte delle pagine del giovane musicista di Philadelphia Ethan Prescott dedicate agli incontri con Rafail Dvoinikov, si sono scoperti altri appunti e minute di Prescott sul vecchio compositore russo. Prescott era fatto così: scriveva ovunque, caparbiamente, con la vena di un poligrafo di altri tempi (o di un grafomane, dipende dai punti di vista), in attesa di riordinare il materiale magmatico che andava accumulando. La morte improvvisa non gli ha concesso il tempo di dare una stesura definitiva alle sue carte, rimaste in più mani e solo parzialmente edite grazie alla cura del suo compagno Carl Thalberg.
Presento agli amici di “Night Italia” un altro frammento inedito del diario di Prescott, uno dei tanti apparsi dopo la pubblicazione di “Rapsodia su un solo tema”. In esso compare anche la giovane assistente di Dvoinikov, Polina, che tanta parte ha in “Rapsodia”, come interprete tra i due compositori ma anche, verrebbe da dire, come deus ex machina.
Claudio Morandini

Mi commuove l’Elegia funebre per quartetto d’archi che Dvoinikov ha scritto nel 1932 per la moglie Katerina. La dedica allude a un lutto che rimane misterioso – forse un animale domestico, o, più scherzosamente, un caro oggetto andato perso o caduto, o rubato. “Per consolarla di una perdita tanto grave, per asciugarle le lacrime dal bel volto” dice il frontespizio (Polina, che mi ha appena mostrato delle fotocopie del manoscritto, traduce impassibile, e sul momento questa impassibilità mi lascia interdetto).
Scorro l’Elegia, due pagine di malinconico rimuginare attorno a un tema discendente di cinque note, la, la bemolle, fa, mi, re bemolle. Armonicamente scabro, oscilla tra re minore (un si bemolle in chiave) e la minore, ma sostanzialmente resta immobile, «come acqua di lago di notte» (questa è di Polina). Un epicedio di scherzosa mestizia, scritto forse con ironia affettuosa. Lo chiedo a lei.
«Che cosa te lo fa pensare?» mi chiede a sua volta.
«È tutto così… Insomma, è uno scherzo o no? E a quale perdita si riferisce la dedica?»
«Ma no, Rafail Nikolaevich è sempre serio, sempre. Anche quando gioca. Dovresti averlo capito, ormai.»
«Io veramente credo che…»
«Ora però guarda questo.»
Prende altre due fotocopie di un manoscritto. Un’altra Elegia, non più funebre. Anche questa per quartetto d’archi.
«Ma è la stessa musica!» dico, dopo aver dato una scorsa. «Con qualche differenza, d’accordo, le indicazioni agogiche sono diverse, ma… Che dice la dedica?»
«Dice: “A Irene, per sopportare la lontananza”.»
Chiedo chi sia Irene. Oh, un’amica, o meglio un’amante, suggerisce Polina, che ora si lascia scappare un mezzo sorriso. Un’amante che non è stato possibile individuare – una delle tante, in quegli anni cupi, la cui oppressione poteva essere attenuata solo da amori frequenti e furtivi.
Torno sul brano. Attraverso minime varianti, ora il pezzo suona non più come un lamento funebre, sia pure scherzoso, ma come l’allusione a uno strusciare di mani su vestiti – o come l’ansimare di due corpi che si desiderano, fate voi. Mi piacerebbe condividere questa suggestione con Polina, ma non vorrei metterle in testa chissà che, e taccio.
Lei approfitta del mio silenzio per allungarmi un altro paio di fotocopie.
«Ma è sempre la stessa Elegia» mormoro. I due o tre ritocchi che noto a un primo sguardo non nascondono che la materia di cui sono fatte queste pagine è quella che ho già vista due volte. Ora un’indicazione chiede un “Tempo di Marcia”, e diversi puntini posti sulle note richiedono staccato – ma la sostanza non cambia, l’identico tema discendente, la medesima oscillazione armonica.
«Questa volta» sorride Polina «il pezzo era dedicato a un tizio del Partito che aveva messo su un quartetto d’archi con tre amici.»
«Il titolo è diverso» noto, e provo a cincischiare quel cirillico, facendola ridere.
«Inno alla Vittoria» conferma Polina.
«Quale vittoria?»
«E chi lo sa?»
Non nascondo a Polina il mio imbarazzo. Dvoinikov ha ripreso quella pagina, che all’inizio mi era parsa ispirata a una fresca malinconia, e l’ha riciclata senza sforzi, dalla moglie all’amante, all’amico funzionario. «A chi altri?» chiedo.
Polina sospira, sorride, esita. «Ad altri quattro» dice, la mano davanti alla bocca, in un gesto infantile di ritrosia. «Ma è normale, lo facevano in tanti, i pezzi rimanevano privati, come vedi non hanno numero d’opera né data e non sono mai stati stampati, la possibilità che si scoprissero le somiglianze era davvero remota. I dedicatari erano tutte persone che non avevano alcuna relazione tra loro.»
Le domando chi fossero questi quattro.
«Vediamo. Un’altra amante. Un amico di gioventù diventato direttore d’orchestra al Kirov. Un tirapiedi di Galavamov da compiacere per approfittarne nei momenti più difficili. E poi di nuovo sua moglie Katerina Dvoinikova, che a detta di Rafail Nikolaevich ha sempre avuto una cattiva memoria, anche prima della malattia.»
«Ma è tutto così cinico
«Non lo facciamo tutti, con i regali di Natale? O in molte altre circostanze?»
«Be’, che c’entra, è diverso… Potrei studiare meglio le partiture?»
«No.»
«Posso almeno citarle in una nota?»
«No, caro Ethan. Rafail Nikolaevich non vuole che circolino. E non vuole nemmeno che se ne sappia qualcosa. Erano piccoli regali privati, capisci.»
«Perché ne parli al plurale? Era un regalo solo!»
La mia reazione – un’indignazione poco convinta, in un tono quasi in falsetto che detesto e che mi viene quando mi innervosisco – la fa ridere di cuore. Va bene, ammetto, l’uomo è capace di ben peggiori cinismi, di simulazioni ben più gravi. Quante menzogne, ben peggiori di questa Elegia, che oltretutto ha un suo garbo, una sua bellezza un po’ grigia – quante menzogne abbiamo pronunciato nel corso della nostra vita, con lo sguardo fisso a nascondere l’imbarazzo e a depistare gli sguardi altrui? In fondo, ragiono a mezza voce, c’è di peggio che riciclare lo stesso pezzo cambiando appena titolo, e nemmeno sempre. E la particolare situazione storica (e politica, e umana) in cui Dvoinikov viveva può discolparlo.
«Ma se non posso occuparmene» insisto «perché mi hai fatto vedere queste pagine? È irritante doverle ignorare come se non fossero mai state scritte… Sei crudele, Polina.»
«Veramente» dice lei, con uno dei suoi sorrisi, «è stato Rafail Nikolaevich a volere che tu scoprissi questi pezzi. E ha insistito perché io gli raccontassi le tue reazioni.»
E. P., 1996

Giunti a questo punto, siamo colti però da una perplessità. Ethan Prescott sapeva bene che la musica, l’arte anzi, è fatta per lo più di rimandi, prestiti, parodie, furti, contraffazioni, estorsioni, e che la storia dell’arte è la storia di materiali tematici che passano dall’uno all’altro, che pomposamente attraversano i secoli o più modestamente vengono rigirati come calzini, a seconda dell’occasione, dell’intenzione, della faccia tosta. Egli stesso saprebbe snocciolare i nomi, a lui cari, e i titoli al centro di questa plurisecolare girandola di travasi. Anche la sua musica – sua di Prescott – è frutto di contaminazioni, cercate o trovate, di rimandi ad altro, a un altro lui stesso, è figlia insomma di un atteggiamento istintivamente post-moderno (un termine che, va dato atto a Prescott, in “Rapsodia su un solo tema” non è mai citato). Per questo ci stupisce lo stupore di Prescott dinanzi al riciclaggio operato da Dvoinikov. Il giovane compositore di Philadelphia non era così ingenuo, e soprattutto non avrebbe reagito con il candore che traspare da queste pagine al “cinismo” con cui Dvoinikov trova più destinazioni per un semplice materiale motivico: in fondo sa bene che sono “note, solo note”, secondo la formula con cui Dvoinikov lo ha riportato più volte al livello della pura artigianalità, che è fatta anche di questo, di parsimonia, di etica del riciclaggio.
Insomma, e per concludere: ci sorge il sospetto, tutt’altro che peregrino, che queste pagine in impeccabile angloamericano siano in realtà apocrife, come forse altro materiale diaristico e critico attribuito a Prescott e pubblicato successivamente alla sua morte. Chi ne sia il vero autore – o la vera autrice – potrebbe essere al centro di una futura indagine filologica.

C. M., 2011

mercoledì 8 maggio 2013

Su "Night Italia"

Sul numero 7 di "Night Italia", la ricchissima rivista curata da Marco Fioramanti e pubblicata da Psychodream, tra un pezzo sulla fotografa Marcia Resnick e uno sull'International Body Performance art Festival dal titolo "Mutazioni humane e pensiero", vi sono due pagine dedicate a me. Si comincia con l'incipit di "A gran giornate", che non è il caso di riprendere qui, e si passa poi a un inedito di Ethan Prescott che forse è un apocrifo (ne riparleremo).
La copertina del n. 7; le fotografie sono opera di Jono Rotman.

A chiudere, una bio scritta appositamente per "Night Italia", che così suona: 

Claudio Morandini vive ad Aosta. Lavora con le parole, a scuola e nella scrittura, ma cerca di mantenere separati i due mondi, per sentirsi più libero (a scuola, nella scrittura). Scrive i suoi libri con lentezza, distillando le storie da cumuli di centinaia di pagine, tra le quali, un po’ alla volta, ha visto formarsi legami, rimandi, echi – un’idea di struttura, insomma. Segue le vite dei suoi personaggi con la stessa curiosità dei lettori – dove vanno, cosa faranno, perché lo faranno? Ama non dare tutte le risposte, e nemmeno cercarle, perché pensa che l’ombra, gli angoli oscuri, i dettagli sfocati, i tempi morti, le allusioni, le ellissi, le reticenze abbiano più importanza (più senso, più corpo) del voler dire tutto. Allo stesso modo ama le storie che si perdono, i meccanismi che si ingolfano, le narrazioni che si raggomitolano, perché la vita è così, e sono così anche i grandi romanzi da cui continua a trarre nutrimento (grandi anche perché imperfetti, perché irriducibili a una misura, a un sistema di convenzioni, perché lontani dalla natura rassicurante dei generi o delle mode, perché sconvenienti). 
Con questo spirito ha scritto i suoi romanzi, da “Nora e le ombre” del 2006 all’ultimo, “A gran giornate”, del 2012, oltre a vari racconti sparsi tra riviste, blog e antologie.

La foto che correda i brani è di Fabiana Piersanti.

martedì 20 novembre 2012

"She Lives": riflessioni



Dopo qualche giorno, il ricordo delle emozioni provate la sera di sabato 18 novembre è ancora vivido. Ero a Roma, nella cripta della Chiesa di santa Lucia del Gonfalone, in via dei Banchi Vecchi, reduce da una intensa e divertente presentazione di “A gran giornate” in compagnia di Fabio Ciriachi. La serata, intitolata “SHE LIVES – Contemporary music is music”, prevedeva un concerto con musiche di Sidney Corbett, Lasse Thoresen, Alessio Elia, Giusto Pappacena, Cristiano Serino (e Claude Debussy) eseguite dall’Ensemble Miroirs diretto da Andrea Ceraso, dal pianista Massimiliano Scatena, e dagli stessi Serino e Elia. Qua e là, nel programma, sarebbe toccato a me, primo ospite, leggere pagine di tema musicale tratte da “Rapsodia su un solo tema” (il capitolo che dà titolo al romanzo) e da “A gran giornate” (l’episodio in cui Ollssen si trova costretto a suonare il pianoforte, in mezzo a una foresta, per sopravvivere all’assalto di alcuni misteriosi uomini).
La serata era importante: ho già riportato, in un post precedente, le risposte di Fabiana Piersanti, che ha ideato e curato l’evento, con passione e competenza, assieme a Andrea Ceraso, trasformandolo da serata a progetto stabile; aggiungo che SHE LIVES era inserito nei tre giorni dell’Ark Festival curato da Marco Fioramanti, giorni prodighi di arte in ogni forma.

Ora, io solo questo posso dire: che la musica raccontata dalle mie pagine ha avuto tutto da guadagnare dall’accostamento con la musica vera, viva, respirante, che ho sentito eseguire dagli amici musicisti. Voglio dire che c’è sempre un che di approssimativo, di inevitabilmente contaminato, nella musica raccontata: sia perché le parole sono altro dalle note, sia perché la pagina di un romanzo è altro dall’analisi musicologica, sia perché chi scrive ha sempre in mente, come lettore, qualcuno che sa poco o non sa nulla di musica, e che non va respinto per questo, non va scoraggiato, anzi va rassicurato, condotto per mano, sensibilizzato, educato. Sia, soprattutto, perché chi scrive (ora parlo proprio di me) sa di musica come ne sa un dilettante, e al massimo potrà definirsi un collezionista di musiche, un amateur, al massimo un connaisseur,  anche un po’ irresponsabile, quelle robe lì insomma. Per questo ho amato questa serata di sabato: perché le composizioni vere di Lasse, Alessio, Cristiano, Giusto, Sidney, Claude (peccato che quest’ultimo non fosse presente, così promettente!) hanno in un certo senso corroborato le mie immaginarie, hanno dato corpo e fiato e insufflato credibilità sulle mie.
Ho amato le composizioni di sabato, tutte, nella loro diversità: le ho sentite attente a mantenere un contatto senza rinunciare alla ricerca di un suono nuovo; le ho sentite giocare, senza remore ma anche senza struggimenti, con una tradizione gloriosa, e oscillare tra complessità e incantamento, tra virtuosismo (anche ironico) e linearità, tra inquietudine e sospensione riflessiva. Le ho, da epicureo, godute, e spero che questo non suoni come un’eresia; esse mi hanno parlato di se stesse, non d’altro (direbbe Dvoinikov), ma mi hanno parlato, mi hanno invitato a ritracciare strutture, a inseguire percorsi, a individuare filiazioni, a delibare timbri e spessori armonici e zampettii ritmici e tutto il resto. 
Il progetto è bellissimo, è necessario. Deve continuare, insistere, coinvolgendo altri, costringendo altri ancora. Per quel che mi riguarda, sono immensamente grato a chi mi ha voluto coinvolgere.

"A gran giornate": nuove presentazioni

 Eccoci a Bologna, il 16 novembre 2012, ospiti della libreria Ibs.it Bookshop in via Rizzoli. Accanto a me, Jadel Andreetto - complice ideale.


Il 18 è stata la volta di Roma; la libreria Odradek, in via dei Banchi Vecchi, ha ospitato una bella, intensa presentazione in cui ero affiancato da Fabio Ciriachi. Tra il pubblico vecchi e nuovi amici, tra i quali Marco Fioramanti, Paolo Morelli, Carla Vasio, Fabrizio Ottavani...





lunedì 5 novembre 2012

"A gran giornate": la recensione su "Articolo 33"

A pag. 50 della rubrica "Recensioni" del n. 9-10 2012 della rivista "Articolo 33", a cura di Anita Garrani, compare una bella recensione del mio "A gran giornate":

“La vita fugge e non s’arresta una hora/ et la morte vien dietro a gran giornate”. 
Francesco Petrarca 


Dove sono Onorato, Tullio, Nathan, Spaventa e Angous, Duprez e Ollsen, il seduttore, il comico, il masochista, l’Uomo Malato, il rissoso? Tutti, tu
tti dormono dentro al furgone... è inevitabile il richiamo a Spoon River. Quattro spezzoni di un’avventura vissuta “a gran carriera, magnis itineribus” dove ogni personaggio viene iconizzato attraverso le proprie raffinate stramberie. Quattro storie che s’intrecciano fino a convergere in un unico, grottesco percorso nel quale compaiono figure gotiche di animali usciti dal bulino di Goya, in un tempo storico senza coordinate dai traguardi irraggiungibili. Giocato nel profondo reale del sogno, A gran giornate, ultimo sforzo letterario di Morandini (il quinto per l’esattezza), si colloca in un’ipnosi surreale che abbraccia Beckett e Buñuel, là dove l’abisso è disperato, e per questo se ne cercano possibili vie di fuga, ma anche nella circolarità di Borges nell’apertura di spazi-isola che evidenziano la curiosa, ubiqua, biforcazione del doppio. Ne fa le spese il povero Ollsen, il quale, come Jones il suonatore di Lee Masters, si trova forzatamente al piano e “suonare gli tocca per tutta la vita... e mille ricordi e nemmeno un rimpianto”. 

Anita Garrani (Articolo 33 n.9-10, 2012)

mercoledì 2 maggio 2012

"Rapsodia su un solo tema": la recensione su "Articolo 33"

Sul numero 3-4 della rivista "Articolo 33"(Edizioni Conoscenza, Roma 2012), Anita Garrani recensisce con queste parole il mio "Rapsodia su un solo tema - Colloqui con Rafail Dvoinikov" (Manni, 2010). Il pezzo fa riferimento a un "inedito di Prescott, forse apocrifo", che dovrebbe essere pubblicato prossimamente all'interno della rivista "Night Italia" creata e curata da Marco Fioramanti.
I protagonisti che formano il corpus narrativo del romanzo – che a volte prende le sembianze di un saggio o stempera nella cronaca attraverso particolari di storia della musica, analisi di partiture o trascrizioni di un pamphlet del ’700 – sono fondamentalmente due. Il vecchio compositore russo Rafail Nikolaevich Dvoinikov, “nervoso distruttore di impalcature accademiche” e il suo devoto discepolo, Ethan Prescott, professore di musica a Philadelphia. Questi si recherà più volte in Russia a intervistare il maestro, grazie anche all’aiuto della giovane interprete Polina. Ad animare la scena la presenza di Carl, amante di Ethan. Ne nasce la storia vissuta di un uomo, fatta di amori passionali, di libere scelte, finanche quella di utilizzare [e citiamo un inedito di Prescott, forse apocrifo] la stessa musica per quartetto d’archi riuscendo cinicamente, con sottilissime varianti, a trasformare una Elegia funebre in un Inno alla Vittoria, e poi in chissà cos’altro, soddisfacendo in tal modo ben sei diversi committenti. In questo magnifico “romanzo di musica classica” si respira la Storia del secolo scorso attraverso la vita vissuta dei suoi musicisti. Anita Garrani