Sul numero 7 di "Night Italia", la rivista curata da Marco Fioramanti e pubblicata da Psychodream, accanto all'incipit di "A gran giornate" (v. uno dei post precedenti) compare questa pagina inedita di Ethan Prescott (che tanto inedita non è, a dire il vero, visto che era già comparsa, sia pure in forma leggermente diversa, in questo blog). La ripropongo, con i commenti a mio nome posti all'inizio e alla fine.
UN INEDITO DI ETHAN PRESCOTT
Nota introduttiva
Dopo la
pubblicazione di “Rapsodia su un
solo tema – Colloqui con Rafail Dvoinikov” (Manni, 2010), in cui Carl
Thalberg ha raccolto molte delle pagine del giovane musicista di Philadelphia
Ethan Prescott dedicate agli incontri con Rafail Dvoinikov, si sono scoperti
altri appunti e minute di Prescott sul vecchio compositore russo. Prescott era
fatto così: scriveva ovunque, caparbiamente, con la vena di un poligrafo di
altri tempi (o di un grafomane, dipende dai punti di vista), in attesa di
riordinare il materiale magmatico che andava accumulando. La morte improvvisa
non gli ha concesso il tempo di dare una stesura definitiva alle sue carte,
rimaste in più mani e solo parzialmente edite grazie alla cura del suo compagno
Carl Thalberg.
Presento
agli amici di “Night Italia” un altro frammento inedito del diario di Prescott,
uno dei tanti apparsi dopo la pubblicazione di “Rapsodia su un solo tema”. In esso compare anche la giovane
assistente di Dvoinikov, Polina, che tanta parte ha in “Rapsodia”, come interprete tra i due compositori ma anche,
verrebbe da dire, come deus ex machina.
Claudio
Morandini
Mi commuove l’Elegia
funebre per quartetto d’archi che Dvoinikov ha scritto nel 1932 per la
moglie Katerina. La dedica allude a un lutto che rimane misterioso – forse un
animale domestico, o, più scherzosamente, un caro oggetto andato perso o
caduto, o rubato. “Per consolarla di una perdita tanto grave, per asciugarle le
lacrime dal bel volto” dice il frontespizio (Polina, che mi ha appena mostrato
delle fotocopie del manoscritto, traduce impassibile, e sul momento questa
impassibilità mi lascia interdetto).
Scorro l’Elegia,
due pagine di malinconico rimuginare attorno a un tema discendente di cinque
note, la, la bemolle, fa, mi, re bemolle. Armonicamente scabro, oscilla tra re
minore (un si bemolle in chiave) e la minore, ma sostanzialmente resta
immobile, «come acqua di lago di notte» (questa è di Polina). Un epicedio di
scherzosa mestizia, scritto forse con ironia affettuosa. Lo chiedo a lei.
«Che cosa te lo fa pensare?» mi chiede a sua volta.
«È tutto così… Insomma, è uno scherzo o no? E a quale
perdita si riferisce la dedica?»
«Ma no, Rafail Nikolaevich è sempre serio, sempre.
Anche quando gioca. Dovresti averlo capito, ormai.»
«Io veramente credo che…»
«Ora però guarda questo.»
Prende altre due fotocopie di un manoscritto.
Un’altra Elegia, non più funebre. Anche questa per quartetto
d’archi.
«Ma è la stessa musica!» dico, dopo aver dato una
scorsa. «Con qualche differenza, d’accordo, le indicazioni agogiche sono
diverse, ma… Che dice la dedica?»
«Dice:
“A Irene, per sopportare la lontananza”.»
Chiedo chi sia Irene. Oh, un’amica, o meglio
un’amante, suggerisce Polina, che ora si lascia scappare un mezzo sorriso.
Un’amante che non è stato possibile individuare – una delle tante, in quegli
anni cupi, la cui oppressione poteva essere attenuata solo da amori frequenti e
furtivi.
Torno sul brano. Attraverso minime varianti, ora il
pezzo suona non più come un lamento funebre, sia pure scherzoso, ma come
l’allusione a uno strusciare di mani su vestiti – o come l’ansimare di due
corpi che si desiderano, fate voi. Mi piacerebbe condividere questa suggestione
con Polina, ma non vorrei metterle in testa chissà che, e taccio.
Lei approfitta del mio silenzio per allungarmi un
altro paio di fotocopie.
«Ma è sempre la stessa Elegia» mormoro. I due o tre ritocchi che noto a un primo sguardo
non nascondono che la materia di cui sono fatte queste pagine è quella che ho
già vista due volte. Ora un’indicazione chiede un “Tempo di Marcia”, e diversi
puntini posti sulle note richiedono staccato
– ma la sostanza non cambia, l’identico tema discendente, la medesima
oscillazione armonica.
«Questa volta» sorride Polina «il pezzo era dedicato
a un tizio del Partito che aveva messo su un quartetto d’archi con tre amici.»
«Il titolo è diverso» noto, e provo a cincischiare
quel cirillico, facendola ridere.
«Inno alla
Vittoria» conferma Polina.
«Quale vittoria?»
«E chi lo sa?»
Non nascondo a Polina il mio imbarazzo. Dvoinikov ha
ripreso quella pagina, che all’inizio mi era parsa ispirata a una fresca
malinconia, e l’ha riciclata senza sforzi, dalla moglie all’amante, all’amico
funzionario. «A chi altri?» chiedo.
Polina sospira, sorride, esita. «Ad altri quattro»
dice, la mano davanti alla bocca, in un gesto infantile di ritrosia. «Ma è
normale, lo facevano in tanti, i pezzi rimanevano privati, come vedi non hanno
numero d’opera né data e non sono mai stati stampati, la possibilità che si
scoprissero le somiglianze era davvero remota. I dedicatari erano tutte persone
che non avevano alcuna relazione tra loro.»
Le domando chi fossero questi quattro.
«Vediamo. Un’altra amante. Un amico di gioventù
diventato direttore d’orchestra al Kirov. Un tirapiedi di Galavamov da
compiacere per approfittarne nei momenti più difficili. E poi di nuovo sua
moglie Katerina Dvoinikova, che a detta di Rafail Nikolaevich ha sempre avuto
una cattiva memoria, anche prima della malattia.»
«Ma è
tutto così cinico!»
«Non lo facciamo tutti, con i regali di Natale? O in
molte altre circostanze?»
«Be’,
che c’entra, è diverso… Potrei studiare meglio le partiture?»
«No.»
«Posso almeno citarle in una nota?»
«No, caro Ethan. Rafail Nikolaevich non vuole che
circolino. E non vuole nemmeno che se ne sappia qualcosa. Erano piccoli regali
privati, capisci.»
«Perché ne parli al plurale? Era un regalo solo!»
La mia reazione – un’indignazione poco convinta, in
un tono quasi in falsetto che detesto e che mi viene quando mi innervosisco –
la fa ridere di cuore. Va bene, ammetto, l’uomo è capace di ben peggiori
cinismi, di simulazioni ben più gravi. Quante menzogne, ben peggiori di questa Elegia, che oltretutto ha un suo garbo,
una sua bellezza un po’ grigia – quante menzogne abbiamo pronunciato nel corso
della nostra vita, con lo sguardo fisso a nascondere l’imbarazzo e a depistare
gli sguardi altrui? In fondo, ragiono a mezza voce, c’è di peggio che riciclare
lo stesso pezzo cambiando appena titolo, e nemmeno sempre. E la particolare
situazione storica (e politica, e umana) in cui Dvoinikov viveva può
discolparlo.
«Ma se non posso occuparmene» insisto «perché mi hai
fatto vedere queste pagine? È irritante doverle ignorare come se non fossero
mai state scritte… Sei crudele, Polina.»
«Veramente» dice lei, con uno dei suoi sorrisi, «è
stato Rafail Nikolaevich a volere che tu scoprissi questi pezzi. E ha insistito
perché io gli raccontassi le tue reazioni.»
E. P.,
1996
Giunti a
questo punto, siamo colti però da una perplessità. Ethan Prescott sapeva bene
che la musica, l’arte anzi, è fatta per lo più di rimandi, prestiti, parodie,
furti, contraffazioni, estorsioni, e che la storia dell’arte è la storia di
materiali tematici che passano dall’uno all’altro, che pomposamente
attraversano i secoli o più modestamente vengono rigirati come calzini, a
seconda dell’occasione, dell’intenzione, della faccia tosta. Egli stesso
saprebbe snocciolare i nomi, a lui cari, e i titoli al centro di questa
plurisecolare girandola di travasi. Anche la sua musica – sua di Prescott – è
frutto di contaminazioni, cercate o trovate, di rimandi ad altro, a un altro
lui stesso, è figlia insomma di un atteggiamento istintivamente post-moderno
(un termine che, va dato atto a Prescott, in “Rapsodia su un solo tema” non è
mai citato). Per questo ci stupisce lo stupore di Prescott dinanzi al
riciclaggio operato da Dvoinikov. Il giovane compositore di Philadelphia non
era così ingenuo, e soprattutto non avrebbe reagito con il candore che traspare
da queste pagine al “cinismo” con cui Dvoinikov trova più destinazioni per un
semplice materiale motivico: in fondo sa bene che sono “note, solo note”,
secondo la formula con cui Dvoinikov lo ha riportato più volte al livello della
pura artigianalità, che è fatta anche di questo, di parsimonia, di etica del
riciclaggio.
Insomma,
e per concludere: ci sorge il sospetto, tutt’altro che peregrino, che queste
pagine in impeccabile angloamericano siano in realtà apocrife, come forse altro
materiale diaristico e critico attribuito a Prescott e pubblicato successivamente
alla sua morte. Chi ne sia il vero autore – o la vera autrice – potrebbe essere
al centro di una futura indagine filologica.
C. M., 2011