Con “L’emprise” (Grasset, 2010)
Sarah Chiche racconta una storia di possessione (l’emprise, appunto, ovvero l’ascendente,
l’influenza del titolo, ne è un
sinonimo ingannevolmente attenuato). Il romanzo procede implacabile, ma non
nega alcune alcune svolte imprevedibili, nel raccontare la dipendenza sempre
più stretta di una donna (resa fragile dalla morte dell’amata nonna, dalla
separazione dall’amante e dal ripudio del marito) dal suo psicoterapeuta. Certe
pagine sembrano ripercorrere luoghi e situazioni – le più disperate – della
fase finale della deriva di Hannah, la protagonista del precedente romanzo
della Chiche, “L’inachevée” (L’incompiuta,
Grasset, 2008). In un certo senso “L’emprise” è la lente d’ingrandimento posata
su quei momenti di perdita di senso, di abbandono di volontà e di dignità, ne è
l’estensione, la riduzione a un dramma a due, con una vittima ben definita da
subito e un antagonista che si rivela un po’ alla volta, e da rassicurante e
autorevole diviene ben presto prevaricatore, sordido, ricattatorio, minaccioso.
Victor (nome scelto non a caso) è tutto ciò che non dovrebbe essere un
terapeuta, e lo è a tal punto da trasformarsi, nella seconda parte (non ce ne
vogliano i futuri lettori), in una sorta di fanatico esorcista, pur conservando
i tratti (attenzione, l’ambiguità del ruolo è fondamentale, e rafforza il
personaggio, invece di sfocarlo) di una creatura mefistofelica. Pretende subito
la nudità e l’assoluta disponibilità da parte della donna, e la avvolge in un
ambiente neutro e artificioso, scollegandola dalla realtà, dalle amicizie e da
ogni altro interesse, sottoponendola a terapie che sono tour de force carichi di violenza psicologica, iniettandole ricordi
di fatti mai accaduti, manipolandone gli affetti e le poche certezze residue, imponendole
dopo le sedute come compiti a casa lunghe trascrizioni che forzano la realtà e
ufficializzano la finzione, e sottraendole decine di migliaia di euro. Victor
si presenta subito come l’unica soluzione, la sua ricetta è la sola valida, la
sola perfetta: e forse in questa presunzione, nell’arroganza con cui non
prospetta alternative alla donna fragile e in cerca di aiuto sta la sua
componente più spaventosa.
Sarah Chiche, che è fine scrittrice
oltre che psicoterapeuta, sa bene come descrivere lo scorato perdersi della persona
affetta da melancolia: le nega l’appiglio di un nome, e lo nega pure alle
persone con cui ha a che fare (tranne, è ovvio, il prepotente, ingombrante
Victor Grandier); le negherà anche (scusate, devo dirlo) il conforto di un
completo happy end; e rimpicciolisce
la sua protagonista in ambienti in cui ogni dettaglio visivo e sonoro trasmette
un senso di estraneità. Non mi riferisco solo allo studio di Victor Grandier,
bianco e privo di appigli a cui aggrapparsi con la vista; ma anche,
all’opposto, all’irrealistico albergo cadente in cui la donna viene reclusa
(esiliata) durante i mesi di terapia dai suoi familiari, pieno di persone
sfuggenti e colte dalla vergogna; e pure al garbuglio di vie che portano
all’edificio in cui Grandier riceve. Grandier, nel suo studio, diventa un corpo
invadente: la donna ne studia ossessivamente ogni gesto, ogni reazione, ogni
dettaglio fisico, in certa di segni di approvazione. Victor Grandier fonda la
sua forza, dicevamo, sulla proteiformità: cambia, muta aspetto, muta tono e
strategie, esprime una forza irresistibile attraverso l’imprevedibilità delle
sue mosse: è surrogato di genitore premuroso fino ad essere melenso, è tiranno
spietato, confessore e accusatore, comprensivo e subdolo, silenzioso e
retorico, distaccato e invasivo, minaccioso e lamentoso, complimentoso e feroce,
diventa alieno e deforme come uno dei papi urlanti dipinti da Bacon. Si può
sempre immaginare (qui sta la forza enigmatica del romanzo, il suo lavorare attorno
al caso clinico per farne materia di racconto) che la visione degli ambienti,
delle figure umane, delle relazioni e dello stesso Grandier sia distorta dalla
melancolia che affligge la protagonista – si può sospettare, a tratti, e senza
averne la certezza, che le cose non siano proprio così, che la natura demoniaca
di Grandier non sia reale. Rimaniamo
nell’incertezza, perché appunto qui, nell’ambiguità, sta la bellezza – la
forza, si diceva – del romanzo rispetto alla semplice esposizione clinica di un
disturbo. Sarah Chiche avrebbe potuto, come fa nei suoi brillanti testi
scientifici, rispondere a tutti i dubbi del lettore, risolvere il caso
svelandone gli elementi rimasti nell’ombra: ma non lo fa proprio perché questo
non è un saggio, e perché il romanzo (la letteratura in genere, direi) tende,
per sua costituzione, ad aderire alla visione alterata (e per questo poetica) della protagonista, piuttosto che
a quella razionale del terapeuta.

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