sabato 14 giugno 2014

Da "Zibaldoni altre meraviglie": "Il sole si fa attendere"

Riporto i primi capoversi di un pezzo scritto per "Da una provincia di confine", la rubrica ospitata sulla rivista diretta da Enrico De Vivo "Zibaldoni e altre meraviglie". Invito gli amici a proseguire nella lettura sul sito dell'eccellente rivista.

Un romanzo da noi poco conosciuto di Charles-Ferdinand Ramuz, “Si le soleil ne revenait pas” (“Se non tornasse il sole”, del 1937; in Italia non lo si vede da una lontana edizione Jaca Book del 1982) racconta di una piccola comunità di montagna che per sei mesi l’anno rimane all’ombra, in un villaggio incassato tra i monti. Un vecchio visionario, Anzévui, mette in giro la voce che il sole, stavolta, non apparirà più, e che è iniziato un inverno perenne. La storia, corale, vira volentieri all’allegoria, in quel modo ruvido e scontroso tipico dello scrittore svizzero, e diventa trasparente ma non ovvia evocazione di una fine dell’umanità abbandonata per sempre a se stessa dalle forze immense della natura. Ho tentato, molti anni fa, di trarne la sceneggiatura per un dramma radiofonico in più puntate, inseguendo i singoli personaggi uno per uno, nel loro forzato esilio dalla luce, costringendoli (per via della natura e dei limiti del mezzo radiofonico) in interni di baite e di cappelle, a parlare più del dovuto, e insomma accentuando il carattere soffocante, imprigionante dell’interminabile inverno di montagna e allo stesso tempo finendo per rendere il tutto un po’ fatuo, un po’ cincischiato. Non se n’è fatto più niente, per fortuna, di quella sceneggiatura che forse ho perduto in qualche trasloco. Ma quella lontana esperienza di apprendistato letterario mi torna in mente ogni volta che, d’inverno, vedo fumare disperatamente i comignoli delle case sul versante all’ombra, o i prati e gli orti ricoperti del ghiaccio depositatosi mesi prima, quell’aria immobile e tetra, anche a Natale, nonostante le luminarie.
Un amico, che da una vita abita su quel lato della vallata, ha provato ridendo a smorzare l’impressione disperante che ne ricavo sempre.
Ma no, guarda, mi ha detto: oggi per esempio il sole c’era, a casa mia: dieci minuti buoni.
E poi, in risposta alla mia perplessità: Sappi che ci sono case che il sole non lo vedono nemmeno per quei dieci minuti lì, e devono aspettare la primavera inoltrata.

Chissà, ho pensato allora, se anch’essi, come i personaggi di Ramuz, sospettano in questi lunghi mesi che il sole non tornerà più. Chissà se anch’essi, come i montanari del romanzo, per non abbandonarsi all’angoscia dinanzi alle predizioni del vecchio Anzévui, partiranno impazienti, in primavera, su per sentieri impraticabili, a scovare il sole, per costringerlo a tornare a illuminare gli uomini. Più probabilmente trascorreranno i lunghi mesi di ombra spendendo una fortuna in riscaldamento e corrente elettrica, usciranno giusto per andare al lavoro, o per comprare all’ultimo minuto qualcosa di necessario alla bottega di paese. Staranno appiccicati al computer per ore, o al maxischermo televisivo, accarezzeranno gatti e altri animali di casa con gesti ormai compulsivi, fino a riempirsi le dita di peli, le mani di graffi di protesta. Indugeranno un po’ di più, la sera, e magari anche di giorno, a farsi cicchetti, o a trangugiare dolciumi. Intravedranno ombre vibrare negli angoli delle stanze, nonostante tutto quel gran consumo di energia elettrica, e sussulteranno, pensando a chissà che. Invidieranno, con cattiveria, gli abitanti dei paesi sull’altro versante, quelli avvantaggiati da una maggiore esposizione al sole anche d’inverno; ma rideranno di loro, esageratamente, quando proprio questa esposizione renderà la neve attorno ai loro villaggi uno spaventoso tappeto di mota – usciranno, allora, a schettinare sulle scarpe nei loro cortili ricoperti di ghiaccio, ilari come bambini.

http://www.zibaldoni.it/2014/06/13/il-sole-si-fa-attendere/

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