Riporto i primi capoversi di un pezzo scritto per "Da una provincia di confine", la rubrica ospitata sulla rivista diretta da Enrico De Vivo "Zibaldoni e altre meraviglie". Invito gli amici a proseguire nella lettura sul sito dell'eccellente rivista.
Un romanzo da noi poco
conosciuto di Charles-Ferdinand Ramuz, “Si le soleil ne revenait pas” (“Se non
tornasse il sole”, del 1937; in Italia non lo si vede da una lontana edizione Jaca
Book del 1982) racconta di una piccola comunità di montagna che per sei mesi
l’anno rimane all’ombra, in un villaggio incassato tra i monti. Un vecchio
visionario, Anzévui, mette in giro la voce che il sole, stavolta, non apparirà
più, e che è iniziato un inverno perenne. La storia, corale, vira volentieri all’allegoria,
in quel modo ruvido e scontroso tipico dello scrittore svizzero, e diventa
trasparente ma non ovvia evocazione di una fine dell’umanità abbandonata per
sempre a se stessa dalle forze immense della natura. Ho tentato, molti anni fa,
di trarne la sceneggiatura per un dramma radiofonico in più puntate, inseguendo
i singoli personaggi uno per uno, nel loro forzato esilio dalla luce,
costringendoli (per via della natura e dei limiti del mezzo radiofonico) in interni
di baite e di cappelle, a parlare più del dovuto, e insomma accentuando il
carattere soffocante, imprigionante dell’interminabile inverno di montagna e
allo stesso tempo finendo per rendere il tutto un po’ fatuo, un po’
cincischiato. Non se n’è fatto più niente, per fortuna, di quella sceneggiatura
che forse ho perduto in qualche trasloco. Ma quella lontana esperienza di
apprendistato letterario mi torna in mente ogni volta che, d’inverno, vedo
fumare disperatamente i comignoli delle case sul versante all’ombra, o i prati
e gli orti ricoperti del ghiaccio depositatosi mesi prima, quell’aria immobile
e tetra, anche a Natale, nonostante le luminarie.
Un amico, che da una vita
abita su quel lato della vallata, ha provato ridendo a smorzare l’impressione
disperante che ne ricavo sempre.
Ma no, guarda, mi ha detto:
oggi per esempio il sole c’era, a casa mia: dieci minuti buoni.
E poi, in risposta alla
mia perplessità: Sappi che ci sono case che il sole non lo vedono nemmeno per
quei dieci minuti lì, e devono aspettare la primavera inoltrata.
Chissà, ho pensato allora,
se anch’essi, come i personaggi di Ramuz, sospettano in questi lunghi mesi che
il sole non tornerà più. Chissà se anch’essi, come i montanari del romanzo, per
non abbandonarsi all’angoscia dinanzi alle predizioni del vecchio Anzévui,
partiranno impazienti, in primavera, su per sentieri impraticabili, a scovare
il sole, per costringerlo a tornare a illuminare gli uomini. Più probabilmente
trascorreranno i lunghi mesi di ombra spendendo una fortuna in riscaldamento e
corrente elettrica, usciranno giusto per andare al lavoro, o per comprare
all’ultimo minuto qualcosa di necessario alla bottega di paese. Staranno
appiccicati al computer per ore, o al maxischermo televisivo, accarezzeranno
gatti e altri animali di casa con gesti ormai compulsivi, fino a riempirsi le
dita di peli, le mani di graffi di protesta. Indugeranno un po’ di più, la
sera, e magari anche di giorno, a farsi cicchetti, o a trangugiare dolciumi. Intravedranno
ombre vibrare negli angoli delle stanze, nonostante tutto quel gran consumo di
energia elettrica, e sussulteranno, pensando a chissà che. Invidieranno, con
cattiveria, gli abitanti dei paesi sull’altro versante, quelli avvantaggiati da
una maggiore esposizione al sole anche d’inverno; ma rideranno di loro,
esageratamente, quando proprio questa esposizione renderà la neve attorno ai
loro villaggi uno spaventoso tappeto di mota – usciranno, allora, a schettinare
sulle scarpe nei loro cortili ricoperti di ghiaccio, ilari come bambini.
http://www.zibaldoni.it/2014/06/13/il-sole-si-fa-attendere/

Nessun commento:
Posta un commento