Nel 2012, con “Uomini di riviera” (Italic) Roberto Sturm ha saputo
rendere il carattere invischiante della provincia italiana, quell'agitarsi
sempre a vuoto degli abitanti di una piccola città, impantanati in un mondo angusto
da cui provano a fuggire senza troppa convinzione e in cui inevitabilmente ricascano.
Efficace la scelta di lasciar dialogare a ruota libera i personaggi (scelta
anche coraggiosa, per via dei rischi diciamo tecnici): in tutto quel parlottio,
in quel chiacchiericcio continuo ci si ascolta poco, si equivoca spesso, spesso
non si riesce a esprimersi compiutamente, si covano rancori e si cercano
inutilmente parole per dirsi cose importanti.
Con “Ristrutturazioni” (Italic,
2014) Sturm torna su quel mondo, lavorando su un diverso impianto, oltre che
puntando l’occhio su una diversa generazione: è apprezzabile in particolare la
struttura architettonica del romanzo, l’incastro dei casi, la volontà (con una
sfumatura didascalica?) dell’autore di mettere ordine nel disordine delle esistenze
dei suoi personaggi. Sono esistenze in lenta deriva, disposte al massimo a
qualche rammendo, che Sturm osserva dall’esterno ma senza distacco. Forse (ma
qui si tratta di gusti personali) non avrebbe guastato un po’ di umorismo (non
comicità, proprio umorismo nel senso classico, se vogliamo pirandelliano, del
termine): uno sguardo cioè più severo ma anche più partecipe, più immischiato, su debolezze ed errori.
È abbastanza evidente che
all’autore non piace la vita che i suoi personaggi fanno e da cui non sanno
staccarsi: Sturm li racconta deboli, fatui, indecisi, smarriti, individualisti,
routinier, prigionieri di riti
sociali, li presenta quasi come maschere televisive; anche le loro mediocri trasgressioni
rientrano nel novero della routine e sono intese come precari antidoti alla
noia e al premere delle responsabilità; non sanno andare al di là della
chiacchiera occasionale, delle battute al tavolino di un bar o all’uscita da un
club; i più forti e interessanti (ce n’è qualcuno, per fortuna) hanno da loro
la virtù della pazienza, un’interiorità meno esile, uno sguardo un po’ più
lungo sul presente e sul futuro. Tutti fanno prima o poi i conti con l’età che
avanza, con il declino e l’imbarbarimento dei loro corpi e della società a cui
appartengono. Sono insomma gli stessi tipi umani del precedente libro, ma
cresciuti, e non troppo bene, direi, visto il tasso di infelicità che li
affligge. La scelta dei nomi propri (unita a una volontà classificatoria e
catalogatrice) non li distingue davvero, e come in “Uomini di riviera” eccoli
tutti un po’ simili, confondibili, intercambiabili: decisione interessante
questa di Sturm, giustificata dal senso generale del romanzo. Una differenza sostanziale
sta nell’allargamento dell’orizzonte: qui non è più la provincia a soffocare le
vite e a renderle tutte uguali, è piuttosto l’Italia di questi ultimi venti,
trent’anni (tutta provinciale anch’essa, in modo più subdolo, più tragicamente
pervasivo), una gigantesca tribù che continua sempre più stancamente a ripetere
cerimoniali che danno sempre meno sicurezza.

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