venerdì 20 giugno 2014

Letture: Roberto Sturm, "Ristrutturazioni"

Nel 2012, con “Uomini di riviera” (Italic) Roberto Sturm ha saputo rendere il carattere invischiante della provincia italiana, quell'agitarsi sempre a vuoto degli abitanti di una piccola città, impantanati in un mondo angusto da cui provano a fuggire senza troppa convinzione e in cui inevitabilmente ricascano. Efficace la scelta di lasciar dialogare a ruota libera i personaggi (scelta anche coraggiosa, per via dei rischi diciamo tecnici): in tutto quel parlottio, in quel chiacchiericcio continuo ci si ascolta poco, si equivoca spesso, spesso non si riesce a esprimersi compiutamente, si covano rancori e si cercano inutilmente parole per dirsi cose importanti.
Con “Ristrutturazioni” (Italic, 2014) Sturm torna su quel mondo, lavorando su un diverso impianto, oltre che puntando l’occhio su una diversa generazione: è apprezzabile in particolare la struttura architettonica del romanzo, l’incastro dei casi, la volontà (con una sfumatura didascalica?) dell’autore di mettere ordine nel disordine delle esistenze dei suoi personaggi. Sono esistenze in lenta deriva, disposte al massimo a qualche rammendo, che Sturm osserva dall’esterno ma senza distacco. Forse (ma qui si tratta di gusti personali) non avrebbe guastato un po’ di umorismo (non comicità, proprio umorismo nel senso classico, se vogliamo pirandelliano, del termine): uno sguardo cioè più severo ma anche più partecipe, più immischiato, su debolezze ed errori.

È abbastanza evidente che all’autore non piace la vita che i suoi personaggi fanno e da cui non sanno staccarsi: Sturm li racconta deboli, fatui, indecisi, smarriti, individualisti, routinier, prigionieri di riti sociali, li presenta quasi come maschere televisive; anche le loro mediocri trasgressioni rientrano nel novero della routine e sono intese come precari antidoti alla noia e al premere delle responsabilità; non sanno andare al di là della chiacchiera occasionale, delle battute al tavolino di un bar o all’uscita da un club; i più forti e interessanti (ce n’è qualcuno, per fortuna) hanno da loro la virtù della pazienza, un’interiorità meno esile, uno sguardo un po’ più lungo sul presente e sul futuro. Tutti fanno prima o poi i conti con l’età che avanza, con il declino e l’imbarbarimento dei loro corpi e della società a cui appartengono. Sono insomma gli stessi tipi umani del precedente libro, ma cresciuti, e non troppo bene, direi, visto il tasso di infelicità che li affligge. La scelta dei nomi propri (unita a una volontà classificatoria e catalogatrice) non li distingue davvero, e come in “Uomini di riviera” eccoli tutti un po’ simili, confondibili, intercambiabili: decisione interessante questa di Sturm, giustificata dal senso generale del romanzo. Una differenza sostanziale sta nell’allargamento dell’orizzonte: qui non è più la provincia a soffocare le vite e a renderle tutte uguali, è piuttosto l’Italia di questi ultimi venti, trent’anni (tutta provinciale anch’essa, in modo più subdolo, più tragicamente pervasivo), una gigantesca tribù che continua sempre più stancamente a ripetere cerimoniali che danno sempre meno sicurezza.

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