Sui programmi di sala del concerto dell'8 giugno 2014 tenutosi all'Accademia di Ungheria di Roma e dedicato a Péter Eötvös compaiono alcuni appunti attribuiti a Ethan Prescott, il giovane compositore e musicologo statunitense protagonista del romanzo "Rapsodia su un solo tema - Colloqui con Rafail Dvoinikov". Li riprendo anche qui, rimandando il paziente lettore alla versione lunga che compare sul sito di SHE LIVES (http://www.shelivesmusic.it), l'eccellente associazione culturale fondata da Fabiana Piersanti e Guido Barbieri che ha organizzato la serie di concerti. Anche i programmi di sala delle serate del 15 giugno e del 2 luglio conterranno note e notarelle firmate da Prescott.
Nel corso degli anni novanta, Ethan Prescott accarezzò a più riprese il
progetto di una serie di lezioni dedicate alla musica ungherese del Novecento.
Tra il 1986, anno in cui si recò a Budapest a seguire un seminario sul metodo
Kodály, e il 1994, Prescott raccolse appunti e abbozzi, che sarebbero dovuti
sfociare in un corso e forse in un saggio.
Mettere ordine nelle note del giovane compositore di Filadelfia è
sempre un’impresa non esente da rischi (ne sa qualcosa chi ha letto “Rapsodia
su un solo tema”, Manni, 2010). Da quel materiale traiamo comunque i seguenti
appunti.
Claudio Morandini
Ricordi (da qualcosa bisognerà
pur cominciare, no?)
1 - Il mio primo contatto
con la musica ungherese: la replica di uno sketch televisivo in cui Victor
Borge strimpellava, tutto sorrisi, la seconda Rapsodia di Liszt: e la faceva a pezzi, fintamente distratto,
storpiando tutto, a partire dal nome del compositore. Avrò avuto cinque anni, e
me la sono fatta addosso dalle risate.
Il secondo ricordo: un
concerto mattutino per le scuole. In programma, oltre a Pierino e il lupo (come nei Peanuts!), la Suite di Kodály dallo Háry
János. Ricordo poco, però: i miei amici che fingevano di dirigere
l’orchestra come parodie di Stokowski, le maestre che li zittivano, e un
barbarico abbandono di mani e piedi a quelle marcette grottesche.
Terzo ricordo, un po’
ovvio: quella musica nebulosa e iridescente che accompagnava i momenti migliori
di 2001: Odissea nello spazio di
Kubrik. Era Ligeti, naturalmente, ma io, bambino, ancora non lo sapevo. Avrei
ritrovato anni dopo quelle composizioni, scoprendo così che erano ancora più belle senza le immagini del film.
Quarto ricordo: gli
assoli di clarinetto da Il Mandarino
meraviglioso di Bartók, captati alla radio, verso i quindici anni,
sulle onde corte provenienti da chissà quale oscuro paese. Era notte, e io non
sapevo se ascoltare musica o concedermi qualche minuto di autoerotismo. Bartók
mi costrinse a concentrarmi su quei tre monologhi sinuosi. Era musica che
saliva a spirali da qualche luogo prossimo all’inconscio e sembrava lavorare
attorno a concetti pericolosi e assolutamente sconvenienti.
Quinto ricordo: un
concerto per cimbalom e orchestra. Di quale autore? Lendvay? Dubrovay? Chi lo
sa più. Ero in auto, cercavo qualcosa di piacevole sull’autoradio, accanto a me
mia madre mi teneva un sermone (neanche del sermone ricordo nulla, però) e io
annuivo pensando ad altro. Ricordo però di essermi detto: carino quel cimbalom,
lo voglio usare. Lo ha fatto Stravinskij, per giunta in Svizzera, potrò farlo
anch’io!
2 – Rammento bene il
viaggio a Budapest a metà degli anni ottanta: Bartók ammirato, certo, ma non
amato; Kodály, in virtù di una sua accessibilità, di una sua maggiore
contiguità allo spirito popolare, celebrato, raffigurato ovunque, il nome
richiamato nelle vie, nelle piazze, nelle scuole, la bella faccia da vecchio
riprodotta sui francobolli. Strano destino per i due amici, quello di essere
contrapposti come se Bartók rappresentasse la deviazione, il modernismo
antiaccademico, e l’altro, Kodály, il legame con le radici e il buon galateo musicale.
3 - E il ricordo più
recente? Péter Eötvös che
dirige un’orchestra; nei suoi gesti morbidamente danzanti (e nei colori che sa
evidenziare) si intuisce una propensione al teatro (non all’enfasi teatrale,
intendiamoci: a uno sviluppo naturalmente teatrale della sua musica, ecco).
Sarà per questo che, a differenza di altri suoi connazionali, sembra evitare le
forme aforistiche e predilige le strutture vaste, in cui si infittiscono i
grandi gesti oratori, e per forza di cose si contamina, si allenta
piacevolmente, scende dalle alte sfere verso la quotidianità della vita. Non ho
dubbi che continuerà a comporre, e prevedo opere di respiro sempre più ampio.
L’ho sentito dirigere Ives, con rispetto e simpatia, come se andasse a scovarvi
complicità e affinità sotterranee. Ama il jazz, con cui ha flirtato da giovane,
le combinazioni tra assoli nervosi e le pastosità da big band – ma anche, che
so, il kitsch della musica dell’opera cinese. E si muove nel linguaggio
sperimentale contemporaneo senza spocchia e senza timore, come un elegante flâneur – stavo per scrivere: come un
americano, ma lo tengo per me.
4 - Le cose sono cambiate
in questi ultimi anni, rispetto a quel mio lontano viaggio al di là della cortina
di ferro. Basta sfogliare il catalogo della Hungaroton: accanto ai padri della
patria, ecco rappresentati i più giovani e dotati e irrequieti, Jeney, Durkó, Eötvös, assieme a una miriade di minori che sembrano
ripercorrere, da una prospettiva sghemba, le tracce del Bartók più notturno.
C’è ancora molta scuola nazionale in quel catalogo, rivisitazioni del bel tempo
che fu, da parte di vecchi senatori e anche di qualche giovane invecchiato
troppo presto.
Manca nel catalogo (lo
noto subito) Ligeti. Ma di Ligeti voglio parlare con Géza, che da pianista ne
conosce i segreti come un parente stretto.

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