lunedì 9 giugno 2014

Ethan Prescott e la musica ungherese, 1

Sui programmi di sala del concerto dell'8 giugno 2014 tenutosi all'Accademia di Ungheria di Roma e dedicato a Péter Eötvös compaiono alcuni appunti attribuiti a Ethan Prescott, il giovane compositore e musicologo statunitense protagonista del romanzo "Rapsodia su un solo tema - Colloqui con Rafail Dvoinikov". Li riprendo anche qui, rimandando il paziente lettore alla versione lunga che compare sul sito di SHE LIVES (http://www.shelivesmusic.it), l'eccellente associazione culturale fondata da Fabiana Piersanti e Guido Barbieri che ha organizzato la serie di concerti. Anche i programmi di sala delle serate del 15 giugno e del 2 luglio conterranno note e notarelle firmate da Prescott.

Nel corso degli anni novanta, Ethan Prescott accarezzò a più riprese il progetto di una serie di lezioni dedicate alla musica ungherese del Novecento. Tra il 1986, anno in cui si recò a Budapest a seguire un seminario sul metodo Kodály, e il 1994, Prescott raccolse appunti e abbozzi, che sarebbero dovuti sfociare in un corso e forse in un saggio.
Mettere ordine nelle note del giovane compositore di Filadelfia è sempre un’impresa non esente da rischi (ne sa qualcosa chi ha letto “Rapsodia su un solo tema”, Manni, 2010). Da quel materiale traiamo comunque i seguenti appunti.  
Claudio Morandini

Ricordi (da qualcosa bisognerà pur cominciare, no?)

1 - Il mio primo contatto con la musica ungherese: la replica di uno sketch televisivo in cui Victor Borge strimpellava, tutto sorrisi, la seconda Rapsodia di Liszt: e la faceva a pezzi, fintamente distratto, storpiando tutto, a partire dal nome del compositore. Avrò avuto cinque anni, e me la sono fatta addosso dalle risate.
Il secondo ricordo: un concerto mattutino per le scuole. In programma, oltre a Pierino e il lupo (come nei Peanuts!), la Suite di Kodály dallo Háry János. Ricordo poco, però: i miei amici che fingevano di dirigere l’orchestra come parodie di Stokowski, le maestre che li zittivano, e un barbarico abbandono di mani e piedi a quelle marcette grottesche.
Terzo ricordo, un po’ ovvio: quella musica nebulosa e iridescente che accompagnava i momenti migliori di 2001: Odissea nello spazio di Kubrik. Era Ligeti, naturalmente, ma io, bambino, ancora non lo sapevo. Avrei ritrovato anni dopo quelle composizioni, scoprendo così che erano ancora più belle senza le immagini del film.
Quarto ricordo: gli assoli di clarinetto da Il Mandarino meraviglioso di Bartók, captati alla radio, verso i quindici anni, sulle onde corte provenienti da chissà quale oscuro paese. Era notte, e io non sapevo se ascoltare musica o concedermi qualche minuto di autoerotismo. Bartók mi costrinse a concentrarmi su quei tre monologhi sinuosi. Era musica che saliva a spirali da qualche luogo prossimo all’inconscio e sembrava lavorare attorno a concetti pericolosi e assolutamente sconvenienti.
Quinto ricordo: un concerto per cimbalom e orchestra. Di quale autore? Lendvay? Dubrovay? Chi lo sa più. Ero in auto, cercavo qualcosa di piacevole sull’autoradio, accanto a me mia madre mi teneva un sermone (neanche del sermone ricordo nulla, però) e io annuivo pensando ad altro. Ricordo però di essermi detto: carino quel cimbalom, lo voglio usare. Lo ha fatto Stravinskij, per giunta in Svizzera, potrò farlo anch’io!

2 – Rammento bene il viaggio a Budapest a metà degli anni ottanta: Bartók ammirato, certo, ma non amato; Kodály, in virtù di una sua accessibilità, di una sua maggiore contiguità allo spirito popolare, celebrato, raffigurato ovunque, il nome richiamato nelle vie, nelle piazze, nelle scuole, la bella faccia da vecchio riprodotta sui francobolli. Strano destino per i due amici, quello di essere contrapposti come se Bartók rappresentasse la deviazione, il modernismo antiaccademico, e l’altro, Kodály, il legame con le radici e il buon galateo musicale.

3 - E il ricordo più recente? Péter Eötvös che dirige un’orchestra; nei suoi gesti morbidamente danzanti (e nei colori che sa evidenziare) si intuisce una propensione al teatro (non all’enfasi teatrale, intendiamoci: a uno sviluppo naturalmente teatrale della sua musica, ecco). Sarà per questo che, a differenza di altri suoi connazionali, sembra evitare le forme aforistiche e predilige le strutture vaste, in cui si infittiscono i grandi gesti oratori, e per forza di cose si contamina, si allenta piacevolmente, scende dalle alte sfere verso la quotidianità della vita. Non ho dubbi che continuerà a comporre, e prevedo opere di respiro sempre più ampio. L’ho sentito dirigere Ives, con rispetto e simpatia, come se andasse a scovarvi complicità e affinità sotterranee. Ama il jazz, con cui ha flirtato da giovane, le combinazioni tra assoli nervosi e le pastosità da big band – ma anche, che so, il kitsch della musica dell’opera cinese. E si muove nel linguaggio sperimentale contemporaneo senza spocchia e senza timore, come un elegante flâneur – stavo per scrivere: come un americano, ma lo tengo per me.

4 - Le cose sono cambiate in questi ultimi anni, rispetto a quel mio lontano viaggio al di là della cortina di ferro. Basta sfogliare il catalogo della Hungaroton: accanto ai padri della patria, ecco rappresentati i più giovani e dotati e irrequieti, Jeney, Durkó, Eötvös, assieme a una miriade di minori che sembrano ripercorrere, da una prospettiva sghemba, le tracce del Bartók più notturno. C’è ancora molta scuola nazionale in quel catalogo, rivisitazioni del bel tempo che fu, da parte di vecchi senatori e anche di qualche giovane invecchiato troppo presto.
Manca nel catalogo (lo noto subito) Ligeti. Ma di Ligeti voglio parlare con Géza, che da pianista ne conosce i segreti come un parente stretto.


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