domenica 15 giugno 2014

Ethan Prescott e la musica ungherese, 2

Riporto il contributo di Ethan Prescott al secondo dei tre concerti organizzati dall'associazione SHE LIVES di Fabiana Piersanti e Guido Barbieri e dedicati alla musica ungherese di oggi; in particolare, quello di stasera, domenica 15 giugno 2014, è incentrato sulla musica di Zoltán Jeney. Il programma dettagliato è leggibile qui: http://www.shelivesmusic.it/?page_id=43. Chi può, vada senza esitazioni.

Ethan Prescott (cfr. “Rapsodia su un solo tema”, Manni 2010) in numerosi appunti ha lasciato traccia di un forte interesse per la musica ungherese. Eccone un esempio tratto da alcune pagine del suo diario.

In trattoria con Géza
 24 marzo 1993 - Géza è ungherese, anche se vive da sempre a Philadelphia; ed è un pianista di talento allievo di un allievo di Pál Kadosa. Insomma, la persona giusta per affrontare il tema che mi sta a cuore.
Géza, che mi sta parlando di Ligeti da quando ci siamo seduti, è davvero un concentrato di spirito magiaro. Qualche anno fa è partito anche lui con un registratore per gli Appalachi, alla ricerca di antiche melodie rurali risalenti ai primi coloni. Non lo ha fatto per omaggiare Bartók e Kodály, ma perché sentiva di doverlo fare. Pieno di buone intenzioni, ha cercato di vincere la diffidenza dei montanari – e di schivare i pallettoni di chi gli sparava contro dalla porta di casa.
«Ecco» lo assecondo (il gulasch può aspettare), «attraverso Ligeti credo di avere trovato uno dei caratteri più forti della nuova musica ungherese: il colore, che non è solo timbro, è impasto, densità armonica, uso dei pieni e dei vuoti, del tutto, del poco e del niente, senso della luce e dell’ombra, senso dell’attesa, o del rimpianto di qualcosa che forse non tornerà, senso della struttura che si illumina un po’ alla volta, come se si creasse nel tempo. Sta forse qui il carattere nazionale della musica ungherese?»
«Mangia» ride lui.
Géza era troppo piccolo quando si è trasferito negli Stati Uniti, e non ricorda gran che dei suoi primi anni a Esztergom. Ma lo studio dei compositori che ama far conoscere gli ha rivelato molto del suo passato. Il resto lo fanno le confidenze dei parenti rimasti in patria, tutti musicisti pazienti che hanno tirato avanti mugugnando in privato e solo da qualche anno sono tornati a sospirare di sollievo.
«Come si reagì alla cupezza dello stalinismo e agli anni ancora più tetri dopo il ’56? Come ovunque sotto un regime dispotico: si prendeva tempo, ci si dedicava ad altro, si componeva in segreto. In pubblico ci si adeguava producendo opere enfatiche, programmaticamente spensierate: tutti a ballare nelle aie, visto che in città si rischiava di incappare nei carri armati. Il linguaggio armonico fece qualche passo indietro – accade sempre, nelle fasi storiche di limitata libertà – e si diventò bucolici, si tornò bambini, quando tutto sembra bello.»
«Eppure» dico «nelle musiche pompieristiche di quegli anni sento un’inquietudine che talvolta, quasi per errore, muta quei sorrisi in smorfie di angoscia.»
«È la paura di fare un passo troppo lungo verso il resto del mondo, di uscire da quell’arcadia fintamente ilare. Si balla, al suono del cimbalom e del tárogató, si ride, si diventa d’improvviso compunti quando è il momento di celebrare i morti di una battaglia: ma siamo sempre lì, in un continuo retour à Kodály, l’incolpevole Kodály.»
«Ma quando» insisto, « si è guardato a ciò che era successo nel frattempo in Europa, o negli USA, come si saranno sentiti i giovani compositori meno accomodanti?»
«Pensa solo a quanto dev’essere stato eccitante scoprire tante nuove strade; e quanto scioccante rendersi conto che quelle strade erano già state battute, e che non aveva molto senso ripartire da lì, in ritardo, ma piuttosto assumere il girovagare di altri come un proprio girovagare, e mettersi in strada assieme, come compagni che d’improvviso ci troviamo accanto a metà di un percorso. Erano animati dalla stessa curiosità di certi americani, lontani dalla smania strutturalistica in cui l’Europa si avviluppava. Per Ligeti, uno dei più consapevoli di questo gap storico, ad esempio...»
«Non parlarmi di Ligeti. Parlami di ciò che non conosco ancora» incalzo.
Géza resta a pensare, digerisce con discrezione, poi riparte.
«Be’, nella musica ungherese c’è un’irresistibile attrazione per l’epigramma, per l’aforisma. Penso a György Kurtág, naturalmente. All’aforisma (meglio: a un poema costruito però di aforismi) tende anche il comporre di un sodale di Kurtág, Zoltán Jeney: anche in lui Bartók (la vena sotterranea che ha continuato a alimentare i sogni dei più inquieti) trova una sintesi con Webern: la germinazione delle idee e l’interruzione improvvisa, la libertà che gioca lieve con la struttura, il fascino del rigore, la sottrazione di ogni orpello, la severità di una regola monastica. Il tempo si sospende, in attesa che la serie si concluda: come nel gregoriano, tutto si muove anche se pare che regni una olimpica immobilità. Jeney non rinuncia al contributo del caso: lascia aperte strade diverse agli esecutori, si fa da parte e – come dire – li ascolta. La sua è un’alea che invece di indulgere allo sbrodolamento invita all’ascesi – o alla dimensione raccolta del frammento come sopravvissuto da epoche remote, galleggiante nel bianco della pagina. Qui, forse, interviene anche il suo amore per l’Oriente e il mondo greco, per i sublimi cascami di lontane epoche eroiche.»

In fondo alla sala, un pianoforte verticale: chiediamo al gestore se è possibile suonare qualche nota, perché tutto questo parlare di musica ci ha messo l’acquolina in bocca, e il gestore sembra felice di accontentarci. Ma quando Géza attacca con Jeney, tutti gli avventori tacciono, i cucchiai sospesi a mezz’aria, e come in una vecchia gag un cameriere cerca di interromperlo chiudendogli il coperchio sulle dita.

Nessun commento: