mercoledì 7 dicembre 2016

Da FuoriAsse n. 18: Anna Luisa Pignatelli

Anna Luisa Pignatelli
Ruggine
Fazi, 2016

Romanzo di solitudini e di cattiverie, Ruggine di Anna Luisa Pignatelli (Fazi, 2016) torna tra le colline della campagna toscana, le stesse che con l’autrice avevamo esplorato in Nero toscano del 2013 (Lantana). Là c’era un vecchio inselvatichito, Buio, qui una vecchia, Gina detta Ruggine, che rimane aggrappata alla vita pur tra dolori e incomprensioni. Vedova, devota sia pure con grande pudore e senza idealismi alla memoria del Neri, il marito morto, smemorata di miserie e dolori passati (tra i quali, soprattutto, gli incesti imposti violentemente dal figlio), Gina si affeziona a un gatto, che chiamerà Ferro (da questo nome il soprannome maligno affibbiatole dai compaesani). Le sue giornate sono scandite da piccoli eventi sempre uguali, dal trascinarsi di rancori e malanimi, dall’affiorare episodico di ricordi sgradevoli, dall’esplodere di paure e angosce. Gina, o Ruggine, sente che gli altri abitanti del paese la detestano e faranno di tutto per scacciarla. Sordidi, meschini, i vecchi compaesani la spiano, evitano di salutarla, la condannano a rimanere legata a eventi del passato così traumatici che lei vorrebbe dimenticarli. Gretti, egoisti, attaccati al denaro e a una sorta di rispettabilità miserabilmente giocata sull’apparenza, non si accorgono del bisogno di bene e attenzione di Gina, fraintendono ogni suo gesto, la considerano gretta e attaccata a sua volta al denaro. Gina è incompatibile con il loro bisogno di accumulo (di ricchezze, di terre, di alloggi, di spazi, come nel caso della professoressa sua vicina, che ambisce alle stanze in cui Gina è in affitto per sistemarci i propri libri). E per farla sloggiare sono disposti a qualunque bassezza – poco aiuta supporre che le loro strategie siano ingigantite e deformate dall’immaginazione confusa di Ruggine. Avrebbero potuto soccorrerla quando era vittima degli assalti del figlio: e invece origliavano, e incolpavano lei di ogni cedimento. Pochissimi hanno nei suoi confronti un atteggiamento di umana compassione, o almeno mostrano un minimo di attenzione: e anche questi sono, a modo loro, vittime del perbenismo razzista e malfidente che strangola le relazioni umane del paese – vi è anche tra questi chi è troppo distratto o debole, e chi finge solo solidarietà e cerca di insinuarsi nella sua vita.
Strano paesaggio, questo descritto da Pignatelli, reticente, lontano: le colline e i particolari paesaggistici lasciano spazio sempre alle miserie, ai pensieri più foschi, all’ossessione del danaro, al bisogno dell’accumulo, alla maldicenza e alla derisione; e il fuori (i campi, i sentieri, il lavoro nei campi) sempre più è relegato nei ricordi della vita dura con il defunto marito, mentre l’oggi è una reclusione ostinata in poche stanze male illuminate.  
I sogni di Gina sono incerti, contraddittori: da una parte vuole difendere il suo diritto a rimanere lì, nell’alloggetto, con le sue cose, a rintanarvisi al chiuso da minacce e incomprensioni, dall’altra desidera andarsene, per cercare altrove di ricostruirsi una nuova vita, reinventandosi come sensitiva o qualcosa del genere: questa incertezza è una delle ragioni della sua fragilità rispetto alla cattiveria del mondo, che la vuole lontana, sì, ma non felice, e rinchiusa, sì, ma non in un ambiente che lei possa definire casa.
Si contrappone ai gesti trattenuti e compressi di Gina, alle sue giornate ormai tutte in levare, la vitalità insopprimibile del gatto Ferro, maschio non castrato, che ama azzuffarsi (o meglio, vi è costretto dalla sua natura) per giorni con i rivali per accoppiarsi, e torna a casa malconcio ma trionfante. Il gatto esprime una forza vitale lontana da ogni accomodamento morale, per questo piace alla vecchia Gina. Come il gatto è un nomade suonatore di violino, con cui Gina sogna, prima che precipitino gli eventi, una fuga da quel mondo oppressivo. Ma appunto, queste figure di libertà sono per definizione sfuggenti, e in esse il desiderio di Gina di affrancarsi definitivamente da chi la opprime non può trovare appoggio.  

La scrittura di Pignatelli, attenta, scabra, rallentata non da orpelli retorici ma dall’attenzione alle cose e dalla necessità della precisione, è avvolta in una lieve patina arcaizzante, che situa la storia in un’epoca che è la nostra (con tanto di indiretti ma limpidi riferimenti televisivi al ventennio berlusconiano) ma potrebbe anche essere collocata ovunque nel Novecento. È stato fatto spesso, per affinità geografica e stilistica e per l’insistenza su taluni temi, il nome di Tozzi, nel definire la letterarietà di questa voce; di certo ci troviamo dinanzi a un romanzo che non insegue alcuna moda corrente, e che proprio per questa sfasatura suona singolarmente intonato al presente.

https://www.yumpu.com/it/document/view/56427150/fuoriasse-18

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