Elio Grasso
“Il cibo dei venti”
Effigie, 2014
Italo Calvino, a proposito
dell’opera del ligure Francesco Biamonti, e in particolare de “L’angelo di
Avrigue”, parlava di “romanzi-paesaggio”, distinguendoli dai
“romanzi-ritratto”. La definizione calza alla perfezione anche per questo libro
di Elio Grasso, che alla narrazione di Biamonti, inquieta e sospesa, carica di
silenzi eppure concretissima di cose, si collega idealmente.
Elio Grasso si accosta al
romanzo con delicatezza e prudenza: il suo è un vedere da poeta, un soffermarsi
sui lati nascosti delle cose, un lavorare sulla forza evocativa delle parole. Bussa
al romanzo, dunque, prima di entrarvi: e una volta dentro, ci si muove con
attenzione, preoccupato, si direbbe, di strafare, o di rompere qualcosa. Il suo
romanzo è una casa isolata: e in una casa isolata, non grande, ma a modo suo accogliente,
un po’ nascosta, immersa nella vegetazione ligure dei cui forti aromi si è
impregnata, come la prosa di Grasso si è impregnata delle asprezze e delle
schiettezze della tradizione letteraria ligure (oltre al citato Biamonti, ecco l’inevitabile
Montale, di cui Grasso sembra riprendere la determinazione a repertoriare la
realtà sensibile e il gusto per le dissonanze, fino a Nico Orengo), è
ambientata gran parte delle vicende narrate. È una casa silenziosa, in cui si
vive lentamente ogni giorno e si parla poco, ma quel che si dice è importante,
come lo sono (sempre) i suoni che vengono dall’esterno, che rimandano al
brulicare della natura di fuori, viva e affaccendata. Una casa inerpicata in
alto, nella Liguria che diventa montagna subito dopo essere stata costa: e la
presenza del mare, laggiù, costante, negli odori, nei colori, nelle abitudini e
nelle economie di ogni giorno, anche se non sempre è visibile.
“Nelle crepe dei mattoni
calcinati c’è il mondo di qua, in miniatura. Potrebbe sembrare l’impronta di
quello grande, ma non è così. Appartato, gentile, contiene tutto quel che
serve, nomi compresi, a preservare se stesso, a continuarne la storia oltre il
caos.” Poche cose dentro le stanze dipinte di bianco: libri, fotografie,
attrezzi da lavoro. La casa risuona invece di ricordi confusi, da ricostruire:
i genitori, il passato familiare connesso con la storia collettiva, la figura sfuggente
del padre, silenzioso, solido in un’epoca di paure e pericoli. Riavvicinarsi
alla figura del padre significa non solo recuperarne i ricordi, ma anche
riviverne i gesti, riscoprirne la nascosta vitalità, il saldo rapporto con le
cose, con l’orto – ma anche rispettarne i silenzi e i segreti, riassaporandoli
di lato, con la stessa curiosità inappagata del bambino.
Questa meditazione in
prosa sul tempo che scorre, sui ricordi che sfuggono, i sogni che si fanno
insistenti, il bisogno di sapori semplici e di affetti puri – questa
meditazione diventa romanzo quando dall’esterno si affaccia la storia con i
suoi lampi di violenza, e quando preme la necessità di ricostruire parti
sconnesse della memoria familiare. Allora all’io narrante non bastano più gli
amici che andando avanti e indietro lo connettono con il mondo esterno (Bechir,
lo spacciatore affabulatore che verrà ucciso, Alex, Mita, con cui il narratore
vive frammenti di una passione, il figlio di lei, e poi don Daniele, e ancora un
amico lontano che vive in pianura e gli invia lettere): il protagonista deve
partire in treno, andare a cercare una cugina di cui non sa più nulla, figlia
di uno zio dai trascorsi violenti. E qui, in queste pieghe del racconto, si
intravedono le ragioni del suo esilio in questa parte nascosta di mondo, il suo
ostinato contentarsi di cose semplici e forti, in una solitudine quasi piena,
in cui l’orto è una terapia per dolori che restano inespressi, ma che sentiamo
covare.
C’è un’altra terapia, a
dire il vero, enunciata qua e là con parsimonia: ed è quella della scrittura.
“La vita migliora con molti modi, oltre alla poesia ci sono i gesti che
preparano il cibo. / Già, la poesia. Da quanto vi ho rinunciato?” “Intanto mi
concentro su poche parole, quelle che scriverò.” In questi richiami alla
scrittura, Elio Grasso resta poeta: e la lezione della poesia, adattata con
naturalezza alla forma del romanzo, la si avverte nella cura delle parole,
certo, ma soprattutto nell’attenzione al ritmo, alle pause, negli a capo intensi come respiri, nel
dosaggio dei silenzi, nel senso di racconto come confidenza, a bassa voce, nel
pudore anche, se volete nella ritrosia un po’ ruvida di chi vuole condividere
una ricerca ma non vorrebbe imporla, non vorrebbe declamarla.

