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mercoledì 4 maggio 2016

Essere poeti, 2: Elio Grasso

Proseguono le interviste ad alcuni amici poeti nate dalle curiosità espresse dai miei alunni della Seconda C del Liceo Bérard di Aosta nel corso delle lezioni sul linguaggio poetico. È la volta di Elio Grasso, che ringrazio.


1 - Da cosa e in quali momenti può nascere l'ispirazione poetica?
Me lo chiedo da qualche decade. La risposta è sempre la stessa: non si tratta di ispirazione, ma della costruzione di qualcosa (di destinato) che prima non esisteva, come quando si fa una torta di mele per qualcuno. Più la torta assomiglia a quelle di Nonna Papera più si è raggiunto lo scopo.

2 - Che cosa nella stesura di una poesia viene prima: un’immagine, un’idea, o la scelta di una forma particolare?
Una forma particolare che possa contenere un’immagine e un’idea.

3 - Che ruolo riveste la casualità nella composizione di un testo poetico?
Vorrei che il caso non c’entrasse mai. Ma è difficile. Talvolta l’arrivo inopinato di un nuovo libro (non necessariamente di versi) fa sorridere il caso perché si sente all’improvviso padrone della scrivania.

4 - Quali sentimenti prova durante la stesura di una poesia?
 Non sentimenti, ma eccitazione del corpo. E questo quasi sempre fa venire mal di schiena.
Alla fine, talvolta, un vago senso di soddisfazione.

5 - La scelta del titolo del componimento avviene prima o dopo la stesura?
Non c’è una regola.

6 - Quale influenza sta esercitando internet sulla poesia contemporanea?
 Deleterio. La vera poesia sta nei libri e nello studio sui libri.

7 - A suo parere, come si può distinguere un buon poeta da un poeta mediocre?
Il poeta è mediocre quando si ostina a farci leggere “pensieri” sensibili, privi di una  qualunque forma poetica, e che dimostrano quanto cattivo sia il suo carattere. Che dimostrano l’ignoranza su quanto è stato fatto prima di lui.

8 - Qual è la relazione tra la sua poesia e la tradizione poetica italiana?
 Basti sapere che c’è una relazione, perché si è letto, litigato, riletto, pianto e affaticati CON la tradizione.

9 - Da poeta, come giudica i testi delle canzoni? Li ritiene vera poesia?
 I testi delle canzoni, di autore, non sono “poesia”, ma canzoni appunto. Che non possono prescindere dalla musica. Dylan, De Andrè, De Gregori, Guccini, Cohen ne sono un esempio. Questo non sminuisce affatto la loro grandezza. Si tratta di categorie diverse (come la prosa, la poesia, il saggio) ma che non impedisce loro di attraversarsi, influenzarsi, darsi di gomito.

10 - Come vive la critica relativa alla sua produzione poetica?
 Con un sorriso. Di solito è piacevole, anche se non serve affatto al poeta.

11 - Ha mai avuto ripensamenti in seguito alla pubblicazione di una sua poesia?
Certo. È auspicabile che accada.






sabato 8 novembre 2014

Da Fuori Asse n. 12: Elio Grasso, "Il cibo dei venti"

Elio Grasso
“Il cibo dei venti”
Effigie, 2014
Italo Calvino, a proposito dell’opera del ligure Francesco Biamonti, e in particolare de “L’angelo di Avrigue”, parlava di “romanzi-paesaggio”, distinguendoli dai “romanzi-ritratto”. La definizione calza alla perfezione anche per questo libro di Elio Grasso, che alla narrazione di Biamonti, inquieta e sospesa, carica di silenzi eppure concretissima di cose, si collega idealmente.
Elio Grasso si accosta al romanzo con delicatezza e prudenza: il suo è un vedere da poeta, un soffermarsi sui lati nascosti delle cose, un lavorare sulla forza evocativa delle parole. Bussa al romanzo, dunque, prima di entrarvi: e una volta dentro, ci si muove con attenzione, preoccupato, si direbbe, di strafare, o di rompere qualcosa. Il suo romanzo è una casa isolata: e in una casa isolata, non grande, ma a modo suo accogliente, un po’ nascosta, immersa nella vegetazione ligure dei cui forti aromi si è impregnata, come la prosa di Grasso si è impregnata delle asprezze e delle schiettezze della tradizione letteraria ligure (oltre al citato Biamonti, ecco l’inevitabile Montale, di cui Grasso sembra riprendere la determinazione a repertoriare la realtà sensibile e il gusto per le dissonanze, fino a Nico Orengo), è ambientata gran parte delle vicende narrate. È una casa silenziosa, in cui si vive lentamente ogni giorno e si parla poco, ma quel che si dice è importante, come lo sono (sempre) i suoni che vengono dall’esterno, che rimandano al brulicare della natura di fuori, viva e affaccendata. Una casa inerpicata in alto, nella Liguria che diventa montagna subito dopo essere stata costa: e la presenza del mare, laggiù, costante, negli odori, nei colori, nelle abitudini e nelle economie di ogni giorno, anche se non sempre è visibile.
“Nelle crepe dei mattoni calcinati c’è il mondo di qua, in miniatura. Potrebbe sembrare l’impronta di quello grande, ma non è così. Appartato, gentile, contiene tutto quel che serve, nomi compresi, a preservare se stesso, a continuarne la storia oltre il caos.” Poche cose dentro le stanze dipinte di bianco: libri, fotografie, attrezzi da lavoro. La casa risuona invece di ricordi confusi, da ricostruire: i genitori, il passato familiare connesso con la storia collettiva, la figura sfuggente del padre, silenzioso, solido in un’epoca di paure e pericoli. Riavvicinarsi alla figura del padre significa non solo recuperarne i ricordi, ma anche riviverne i gesti, riscoprirne la nascosta vitalità, il saldo rapporto con le cose, con l’orto – ma anche rispettarne i silenzi e i segreti, riassaporandoli di lato, con la stessa curiosità inappagata del bambino.
Questa meditazione in prosa sul tempo che scorre, sui ricordi che sfuggono, i sogni che si fanno insistenti, il bisogno di sapori semplici e di affetti puri – questa meditazione diventa romanzo quando dall’esterno si affaccia la storia con i suoi lampi di violenza, e quando preme la necessità di ricostruire parti sconnesse della memoria familiare. Allora all’io narrante non bastano più gli amici che andando avanti e indietro lo connettono con il mondo esterno (Bechir, lo spacciatore affabulatore che verrà ucciso, Alex, Mita, con cui il narratore vive frammenti di una passione, il figlio di lei, e poi don Daniele, e ancora un amico lontano che vive in pianura e gli invia lettere): il protagonista deve partire in treno, andare a cercare una cugina di cui non sa più nulla, figlia di uno zio dai trascorsi violenti. E qui, in queste pieghe del racconto, si intravedono le ragioni del suo esilio in questa parte nascosta di mondo, il suo ostinato contentarsi di cose semplici e forti, in una solitudine quasi piena, in cui l’orto è una terapia per dolori che restano inespressi, ma che sentiamo covare.

C’è un’altra terapia, a dire il vero, enunciata qua e là con parsimonia: ed è quella della scrittura. “La vita migliora con molti modi, oltre alla poesia ci sono i gesti che preparano il cibo. / Già, la poesia. Da quanto vi ho rinunciato?” “Intanto mi concentro su poche parole, quelle che scriverò.” In questi richiami alla scrittura, Elio Grasso resta poeta: e la lezione della poesia, adattata con naturalezza alla forma del romanzo, la si avverte nella cura delle parole, certo, ma soprattutto nell’attenzione al ritmo, alle pause, negli a capo intensi come respiri, nel dosaggio dei silenzi, nel senso di racconto come confidenza, a bassa voce, nel pudore anche, se volete nella ritrosia un po’ ruvida di chi vuole condividere una ricerca ma non vorrebbe imporla, non vorrebbe declamarla.

lunedì 12 maggio 2014

Da Letteratitudine News: Elio Grasso, "Varco di respiro"

“Un dolce imbarazzo l’impegno
del sogno dileguato in schegge”


Come si legge un libro di poesie? Si procede pagina dopo pagina, per coglierne l'insieme, la struttura, d'accordo, ma si torna subito indietro, a ritrovare parole, a tessere corrispondenze, e a cercare di dare qualche risposta alle numerose domande; soprattutto si apre e si legge ("tolle, lege, tolle, lege", come in Agostino), in modo da riallacciare con impazienza un dialogo rimasto per un attimo in sospeso. Io, almeno, faccio così, e così ho fatto anche con le liriche di “Varco di respiro” (Campanotto, 2013) la più recente raccolta di Elio Grasso e l’ultima, per ora, di una corposa serie di opere poetiche.

Come in “E giorno si ostina” (puntoacapo, 2012), anche in “Varco di respiro” Grasso impone un’architettura generale, costruendo sezioni, a loro volta articolate in sottosezioni, che si suddividono in liriche numerate dalla struttura geometrica (di ugual numero di terzine, quartine, ottave – con qualche rilevante deviazione qua e là). È in questa architettura solida, anzi per lunghi tratti inflessibile, che Elio Grasso infila il suo vivido rimuginare poetico, tutto fatto di accelerazioni e decelerazioni, di spinte avanti e trattenimenti, di riprese (gli incipit delle liriche di ogni sottosezione sono identici, come a riavviare un discorso interrotto), secondo un sistema di scrittura “lineare di tipo modulare”, definizione che dall’amato Adriano Spatola attraverso Carlo Alberto Sitta arriva a Anna Ruchat, autrice della prefazione a questo volume.
“Come fare ad affievolire l’invariabile gioia
la ferrea composizione dei corpi le giovani
tremanti inchiodate come tutto l’amore…”
L’impressione (la mia impressione) è quella di un flusso di coscienza lasciato colare in formelle metalliche e solidificatosi in formule di vitrea fragilità: o, se vogliamo tornare a usare certi termini dell’analisi di Carlo Alberto Sitta a “E il giorno si ostina”, il gioco di inclusione della “forma” coinvolge “praticamente tutto, anche l’informale, talvolta l’informe”.
Colpisce, come già nella precedente raccolta, ma con maggiore ampiezza di struttura (un “romanzo” rispetto alla “novella” rappresentata da “E giorno si ostina”, secondo Anna Ruchat), quell'emergere continuo del corpo, della anatomia, della fisiologia, dell’intimità, del desiderio, della femminilità; Grasso ce ne lascia scorgere il sobbollire costante, il comprimersi della musica del corpo attraverso la grata dell'impianto metrico (ce ne fa percepire, insomma, attraverso qualche “varco”, il “respiro”):
“Nell’affogo dei corpi contro
l’insana spartizione delle chiavi
e decorando lo stupefatto freddissimo folto
del ventre offerto a chi sa esordire
l’elenco dei denti lungo le arcate
le mani vantate un corpo maniacale
che gratta nella polvere…”
E questa corporalità frammentata impressiona anche perché, oltre a essere trattenuta dalla forma poetica, subisce continuamente le interferenze dei detriti linguistici della realtà, delle cose della quotidianità, talvolta del ciarpame dei mezzi d’informazione, del bla bla delle conversazioni qualunque, oltre a contaminarsi anche con inaspettati indizi paesaggistici, con avvisaglie di interni in penombra, infine con una meditazione (ellittica, meravigliata) sul fare poesia:
“Poesia luminaria nella pancia
prevista voluta come una parola
sganciata dalle arterie la natura funebre…”
oppure:
“La natura del nodo sonnolento
poesia scompenso annuale
scomponendo i mesi dentro il piacere…”
o ancora, e per finire:
“Poesia che apre la lingua nel solco
fecondante  lo sforzo potente
dell’uovo si annida nell’analisi del rettile…”.

http://letteratitudinenews.wordpress.com/2014/05/12/varco-di-respiro-di-elio-grasso/

giovedì 14 marzo 2013

Da "FuoriAsse": Elio Grasso legge "A gran giornate"

Sul numero 6 della bella rivista letteraria FuoriAsse, creatura della Cooperativa Letteraria di Torino animata da un eccellente gruppo di collaboratori, compare un lusinghiero articolo di Elio Grasso dedicato al mio "A gran giornate".

"Alle prese con Morandini" scrive Grasso "la letteratura cambia faccia, quella attuale la si può rimettere nelle vetrine di Montecarlo e, finalmente, il poco che resta torna in mano ai ciabattini – vale a dire, ai geni dell’invenzione fantastica ma socialmente inchiodata (Kafka, Buzzati, Landolfi), ai geni della scrittura ponderata fin quasi all’afasia finale (Beckett). E poi lo svelamento dei mostri, dove la realtà è pressappoco corteggiata da questioni che sono materia del “giallo”, o del noir, intesi come generi ma anche come letteratura al quadrato (Dürrenmatt). E siamo già a cinque autori, amati incondizionatamente da Claudio (e da me). Senza mezzi termini, e con la più meditata ma passionale dichiarazione. Siamo, per dire, dalle parti migliori del Novecento, quello che portava gli autori dritti filati dai propri inferni ai set cinematografici di Hollywood e Cinecittà. Wilder e Fellini, Miller (Henry) e Flaiano". 
E più avanti: "In A gran giornate le colpe sono agili come un balletto, le volontà picaresche spesso raggiungono apici di cialtroneria, il tutto è guidato dall’abilità affabulatoria di Morandini, sicuramente uno dei pochi scrittori oggi in Italia capaci di scrivere bene”. 
Vi invito a cercare FuoriAsse (http://www.youblisher.com/p/581501-FuoriAsse-6/) sul sito della Cooperativa Letteraria, http://www.cooperativaletteraria.it, per leggere il pezzo di Elio Grasso nella sua integralità e tutta la rivista dalla prima riga all'ultima, e per scoprire anche le numerose iniziative di questo appassionato e competente gruppo di amici (tra i fondatori, Caterina Arcangelo, Mario Greco, Silvia Rosa, Salvatore Sblando).