giovedì 21 gennaio 2010

Aspettando "Rapsodia su un solo tema": tra musica e narrativa.



Come si può raccontare la musica? Soprattutto, come la può raccontare un musicista (Ethan Prescott) che si rivolge ad un pubblico non specializzato e non desidera spaventarlo? Il problema non è di poco conto, dal momento che la musica, per sua natura, parla di se stessa, non d’altro, e tradurla in parole (come tradurla in emozioni) significherebbe rischiare l’ingenuità, o la sprovvedutezza. Una via è l’analisi: ma, vivaddio, in un romanzo l’analisi musicologica diventa d’una staticità insopportabile. Riesce bene ad essere analitico e accattivante Alex Ross, nel suo “Il resto è rumore”, Bompiani – ma in generale la scuola statunitense ha questa capacità di intrattenere sulla complessità della musica più intricata con piacevole understatement, anche a rischio di spararla grossa: avete presenti, che so, le lezioni che Leonard Bernstein ha tenuto in televisione fin da vecchio? O l’antico “Musica del Nuovo Mondo” (Einaudi, 1975) di Wilfrid Mellers (che per la verità è inglese)?
Un’altra via è il linguaggio figurato, l’analogia, la metafora: si racconta la musica per ciò che essa sembra suggerirci, o per ciò che noi crediamo di trovarci – la dinamica, i ritmi, certe soluzioni melodiche o armoniche si prestano a questo gioco di travestimento, a questa trasposizione in cui a prevalere è l’approccio soggettivo, di noi che la ascoltiamo. Ma appunto, un tale approccio dirà molto di noi, poco o nulla della musica in sé – ma alle volte quel poco è sufficiente.
Altra strada: raccontare la musica nel suo farsi, nel suo formarsi nella mente del compositore – o tra le dita, o sulla pagina. Qui possono emergere una concretezza, un’artigianalità anche, che ci rendono il processo creativo, o produttivo, meno ostico, meno alieno: ancora non sappiamo che cosa voglia dire la musica, ma non ce ne sentiamo respinti. Leggere “L’intervista sulla musica” di Luciano Berio (lo sto facendo proprio in questi giorni, con rinnovato piacere, e per la seconda volta, grazie a Fabiana) ci può dare la misura di come sia possibile parlare dell’atto musicale con intento divulgativo senza che venga meno un’oncia di competenza e di precisione. Ma Berio sapeva bene raccontare il “mestiere” della musica, e benissimo il “pensare” attorno alla musica – i compositori di cui ama tracciare le coordinate sono in effetti pensatori, e combinano artigianalità compositiva con riflessione filosofica e politica. Leggere le interviste a Stravinskij di Robert Craft (una delle fonti più importanti di “Rapsodia”: ma di fonti parlerò più avanti) è ancora più curioso: il russo contamina il discorso più propriamente musicale con ricordo, confessione, riflessione, pettegolezzo, cattiveria, cronaca spicciola, e ci ricorda così che un compositore, oltre a scrivere note, deve anche trovare chi le esegua, e farsi pagare.
Altra soluzione ancora, più ovvia: raccontare come la musica ci tocca, come reagiamo all’ascolto, o alla visione, della musica. Questo sì che ha un valore narrativo – fin troppo, il rischio è che raccontare le nostre reazioni porti inevitabilmente il discorso là dove la musica non c’entra più, ed entrano in gioco altri aspetti culturali, reminiscenze letterarie, memorie, sogni, associazioni mentali che saranno solo nostre, e di nessun altro.
Più sottile, il racconto delle emozioni di chi la musica la immagina, la scrive, la “ascolta” per primo nella sua testa: in questo senso è prezioso, anche se a tratti ostico, un libretto del compositore Vittorio Zago, “Le giornate di un compositore” (ObarraO): in queste pagine ho trovato anche quell’oscillare tra organizzazione e improvvisazione, quel crescere dell’idea tra caso e controllo, nel quale riconosco il mio modo di procedere.

A proposito, una linea letteraria c’è, minoritaria, aristocraticamente minoritaria, ma illustre, nella resa in parole della musica. La traccia bene Roberto Russi nell’agile “Letteratura e musica” (Carocci). Dentro c’è Thomas Mann, d’accordo (un modello così illustre e ingombrante che ci costringe a starcene ben lontani), ma ci sono anche Boccaccio, Hoffmann, Goethe, Balzac, la Mansfield…
In Russi trovo individuata un’altra possibilità dell’incontro tra letteratura e musica nella riproduzione delle strutture, nell’imitazione dell’architettura: scrivere un tema con variazioni, ma in parole; o una passacaglia, che so, un fugato; costringersi a fondare sulla forma-sonata per articolare una storia. (È un’idea che di recente ho trovato programmaticamente realizzata, ad esempio, in alcune pagine degli assorti racconti de “Le assenze” di Federico Gregotti e Filippo Sergi, pubblicati da Aragno.) Certo l’accostamento tra strutture musicali e letterarie è sempre caratterizzato da una buona dose di approssimazione, funziona per analogie di massima, ed è di aiuto più a chi scrive che a chi legge – esplicitarlo, nel titolo o altrove, non gli dà più limpidezza, anzi rischia di renderlo stucchevole, di rivelarne faticose macchinosità. Una semplice conversazione con un compositore basterebbe a convincere chiunque della distanza tra le due grammatiche e le due retoriche, e farebbe sentire ingenuo ogni scrittore che provasse a parafrasare le forme della musica assoluta. Insomma, preferisco l’accenno implicito, il rimando vago – su questi, neanche il più severo musicista avrebbe da ridire.
In tal senso, possiamo trovare che anche “Rapsodia” sembra procedere a blocchi e a ritorni, a sussulti, ora come le composizioni meno accondiscendenti di Dvoinikov, ora come gli accostamenti onirici e diaristici di quelle di Prescott. La forma sembra non esserci, ma c’è, si fa da sé, e alla fine si mostrerà nutrita di una sua coerenza.
In “Rapsodia su un solo tema”, insomma, ho tentato tutte queste strade. La struttura fintamente provvisoria del romanzo (frammenti di un saggio da scrivere, frammenti di un’intervista rimasta incompiuta) mi consentiva di utilizzare con grande libertà ogni strategia. La musica non si lascia raccontare fino in fondo (solo la parafrasi in altra musica lo potrebbe fare), ma ci si può avvicinare a una passabile resa, per quanto sfocata.

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