mercoledì 6 gennaio 2010

Sempre a proposito di "Carne della mia carne" di Paola Baratto

Mi ha scritto Paola Baratto, a proposito delle mie osservazioni sul suo bel romanzo:
"Il tema era davvero arduo per me. L'idea m'era venuta tempo prima, ma faticavo ad affrontarla. Solo successivamente ho pensato di unire le due storie, il capitalista che vuol farsi mangiare e il tema del precariato. Non sono portata al grand-guignol, non è nelle mie corde. E quando ho immaginato quella soluzione ho capito che sarebbe stata quella giusta. Oltretutto, ritenevo che non vedere quel che succede ma sentire i "profumi" che arrivano dalla cucina sapendo di cosa si tratta sarebbe stato altrettanto agghiacciante. Soprattuto se il testimone fosse stato l'unico innocente. Sono contenta che ti abbia persuaso.
Ma l'arma con cui sono riuscita ad affrontare il soggetto (concordo che fosse troppo esplicito sulla quarta, e anche nelle recensioni, poi era stato inevitabilmente raccontato...) è stata l'ironia. E le difficoltà e ritrosie che avevo prima di iniziare a scrivere sono sparite. Tanto che durante le presentazioni mi permettevo perfino di scherzare sul tema e faticavo ormai a comprendere la repulsioni altrui (in diversi hanno voluto rassicurazioni sul fatto che non ci fossero scene truculente). Un esempio di quest'atteggiamento ironico sono anche i nomi dei personaggi, tutti presi da vini e vitigni".
E infine, a proposito dell'osservazione sul "distacco", ha confermato:
"Lo strumento dell'ironia mi è servito a trattare il tema. Ma il distacco è anche parte essenziale della personalità di Malbec. Ed è anche un tratto del mio modo di affrontare la scrittura".
Torneremo assieme, lo spero, sul grande tema della scrittura. Per ora ringrazio Paola per queste osservazioni, che consentono di mettere bene a fuoco aspetti importanti del suo romanzo "Carne della mia carne" (Manni, 2007).

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