sabato 9 gennaio 2010

Sintonie: Paola Baratto, 2

Continua la conversazione con Paola Baratto.



Claudio Un punto in cui mi riconosco, di ciò che hai detto, e che ho avvertito durante la lettura del tuo romanzo, è la lentezza. Non trovi che oggi la letteratura (certa letteratura, per lo meno) insegua un’idea di velocità che sembra presa di peso dal cinema, dal cinema peggiore, anzi, quello hollywoodiano d’azione, col rischio di diventare irrimediabilmente orizzontale, frettolosa, tutta scorciatoie, convenzioni? E la vita, con i suoi tempi morti? Non sono più interessanti e significativi questi? Certo, sono anche più difficili…

Paola Hai ragione, i dubbi... quelli mi accompagnano sempre. Possono servire, ma bisogna saperli dosare. A volte stimolano, a volte ostacolano. Ma, al di là dell’insicurezza caratteriale, quello che mi scoraggia in questo mestiere è proprio quello che osservavi tu sul panorama editoriale. Vogliono sceneggiature, non romanzi. Piattezza invece di complessità. Plot al posto di atmosfere. Ma so per certo che i lettori non sono tutti consumatori dal palato facile. Alcuni hanno un gusto esigente e vogliono qualcosa di diverso. Vogliono entrare in un mondo. Naturalmente non sono la massa... ma dovrebbe esserci posto per tutti. E quello che dicevi sui tempi morti sfiora un tema che mi interessa molto. In un romanzo breve ho affrontato proprio l’ossessione di questi anni, l’horror vacui e la commercializzazione del tempo. Siamo spinti, secondo il più puro spirito utilitaristico, a far fruttare ogni minuto (magari facendo una telefonata, quindi spendendo...). Restare soli con se stessi, in silenzio, sembra quasi un delitto. La noia è bandita, già dall’infanzia (forse perché stimola la creatività, il pensiero autonomo?). Non so se vi sia un piano in tutto questo, in ogni caso il risultato, ovvero l’appiattimento e l’omologazione degli intelletti e delle coscienze, fa comodo a molti. Probabilmente qualcuno penserà che esageriamo, che la letteratura debba solo intrattenere, sia accessoria. Nemmeno io mi faccio illusioni sul suo potere di cambiare le cose, ma quello che dici tu è fondamentale. Se ti aiuta a “trovare connessioni logiche che organizzino, ordinino, cataloghino il mondo, diano conto delle relazioni tra le cose” è già un grande merito. Ed è questo che fa un buon libro. C’è un dialogo nel racconto di Sciascia “una storia semplice” che è fulminante a questo riguardo. Un magistrato borioso sta interrogando un testimone che è, casualmente, il suo vecchio professore di lettere. Fingendo di scherzare, gli rimprovera di avergli sempre dato voti bassi “Ma, come vede, non è stato poi un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica”. E il professore gli risponde: “L’italiano non è l’italiano: è il ragionare”.

Claudio Un’altra cosa mi ha colpito in “Carne della mia carne”: il tuo giocare (un giocare serio) con le attese del lettore. In un certo senso lo depisti, fingendo di trattare un argomento lo porti su altri temi; soprattutto, eviti di impelagarti nelle convenzioni di genere, e scrivi un romanzo che non è catalogabile (mi rendo conto che noto nel tuo romanzo ciò che sento già come un mio modo di procedere: ma appunto, stiamo parlando di sintonie, no?). Quanto è importante per te sorprendere il lettore? Con sorpresa potremmo anche intendere quel senso (salutare!) di frustrazione o di smarrimento che può cogliere il lettore che vede deluse certe sue aspettative e si vede costretto a reimpostarsi, si sente messo alla prova, si sente insomma sfidato.

Paola La definizione di “non catalogabile” mi piace. Forse è spiazzante per i lettori. Infatti, quando dico che scrivo romanzi, le persone mi chiedono immediatamente: “Di che genere?”. E il fatto che io non lo sappia dire le lascia sempre un po’ perplesse. Forse, prendo a prestito alcuni generi e li rimodello a modo mio. Ho fatto così anche con la fantascienza. Per carattere, non amo essere “etichettabile”, di conseguenza anche i miei romanzi... oltretutto, sono diversi l’uno dall’altro. Per quanto riguarda il sorprendere... posso dire che non costruisco storie con l’imperativo dei colpi di scena (in alcuni miei romanzi non succede, apparentemente, nulla), ma mi piace stuzzicare il senso di attesa nel lettore (un grande maestro era Balzac, seminava piccole esche nelle pagine...). Attesa che può riguardare la soluzione di una vicenda, di una tensione erotica... E, anche in un romanzo che non sia un noir vero e proprio, mantengo sempre quel velo di mistero attorno ad un personaggio e lascio che si dissolva pian piano. Ma anche alla fine non spiego tutto, ci sono interrogativi che restano in sospeso, perché non ci sono risposte preconfezionate. È la consapevolezza della complessità della realtà che mi spinge a questo. Ed è anche una forma di rispetto per l’autonomia del lettore.

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