venerdì 11 giugno 2010

Una pagina da "Fosca - Una novella valdostana"


Sabato 12 giugno, alle 18, parteciperò alla presentazione dell'antologia "Nero Piemonte e Valle d'Aosta" (Perrone Lab, a cura di Barbara Balbiano) presso la Libreria Minerva ad Aosta - il momento giusto per postare (pardon) una pagina dal mio racconto "Fosca - Una novella valdostana".

La sera, quando il buio lo costringeva ad accendere il lume, Rocco sfogliava la sua collezione di almanacchi, che raccoglieva da quand’era bambino. Dopo le prime pagine, con il calendario, i salamelecchi dei maggiorenti e del clero e qualche elzeviro di routine, iniziavano le pagine dei morti. Comune dopo comune, frazione dopo frazione, le fotografie dei morti, affiancate in teorie composte come lapidi al camposanto, erano decine, poi centinaia, poi migliaia. In certe località, gli unici avvenimenti degni di nota erano i lutti. Vecchie ingrugnite, vecchi con lunghi baffi, con gli occhi quasi chiusi dal sovrapporsi delle rughe, giovani dall’aria spaesata schiantati in un incidente, bambini ridenti e misteriosi – immagini spesso vecchissime, anche negli almanacchi più recenti, con messe in piega antiche, basette e pizzetti e frange e, nei sorrisi più aperti, rifacimenti e otturazioni da tempo della guerra, o chiostre vuote. Rocco amava fissare quelle facce strane, e poi scorrere con lo sguardo dall’una all’altra, sempre più veloce, per lasciarsi confondere dalle differenze nello sguardo, nella postura, nella conformazione cranica. Lo tramortiva quella varietà di sagome, pur nella fissità degli sguardi, nella frontalità inesorabile. Passava da una pagina all’altra, accumulando i morti, sentendosi appiccicare quei volti sulle pupille, come immagini luminose. Ogni tanto chiudeva gli occhi e rivedeva nel buio frastagliato delle palpebre la quintessenza di quelle facce, come quando in primavera, a furia di raccogliere germogli di luppolo, vedeva fantasmi di intrecci di luppoli per un paio d’ore. Quell’incerto galleggiare di visi vecchi e rugosi e insieme giovani e tesi gli rimaneva stampato nell’interno delle palpebre fino a quando si metteva a letto, e lo accompagnava nel sonno.

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