giovedì 24 giugno 2010

Le fonti di "Rapsodia su un solo tema", 6: Bernstein



Un esempio di conversazione brillante sulla musica, sui suoi meccanismi, su questioni interpretative, è dato dalle numerose lezioni tenute nel corso di decenni da Leonard Bernstein davanti a platee televisive o durante lezioni-concerto a teatro. Bernstein sa come parlare all’orchestra, per ottenere un certo suono, un certo impasto, un certo effetto, e allo stesso sa come comunicare tutto questo a un pubblico interessato ma non musicalmente colto. Sa giocare sugli strumenti retorici di sempre, racconta la forma di una composizione come una sequenza narrativa, i cui personaggi sono di volta in volta i temi, o gli strumenti. La sua parafrasi narrativa non è sempre solida, ma è sempre accattivante. Fa amare la musica, e probabilmente la fa capire un po’ di più. Bernstein dosa con abilità da entertainer la drammatizzazione con l’understatement, la metafora e l’ammicco, non disdegna la mimica, la gestualità, non si vergogna di qualche riferimento facile al cinema o alla televisione. Sentiamo che l’orchestra non ha davvero bisogno di questi agganci (l’orchestra è reduce da una serie di prove, e da una lunga militanza condivisa con il direttore), ma sta al gioco: gli orchestrali sorridono, si lasciano trascinare nella narrazione, diventano essi stessi personaggi, come i loro strumenti, come i temi che sono invitati ad eseguire.
Nelle pubblicazioni Bernstein sa essere altrettanto brillante e rassicurante: si dia un'occhiata al bel "Giocare con la musica", pubblicato da Excelsior 1881.

Qualcosa di questa capacità eloquente di divulgazione, che mi sembra tipicamente anglosassone (non solo americana: anche gli inglesi sanno divulgare con invidiabile capacità professionale, e sulla musica sanno anche scherzare, e ad altissimo livello, come dimostrano le elegantissime parodie musicali di Dudley Moore, che si possono vedere su youtube, e che ci consegnano l’immagine di una televisione che non aveva paura di essere colta anche nello scherzo), qualcosa, dicevo, deve essere rimasto nello stile con cui Ethan Prescott racconta la musica. Si sente che Prescott non sta pensando di destinare il suo saggio a un pubblico di specialisti: vuol far conoscere Dvoinikov, vuol farlo capire, vuol farlo amare. Per questo non rinuncia a quella dose di piacevole approssimazione che serve a chi ama la musica ma non la conosce a fondo. Per questo parla per similitudini, o per metafore, e sceglie un ibrido che non rinuncia ad alcuni elementi di analisi musicale ma li mescola a riferimenti ad altri linguaggi. Per questo, infine, non rinuncia a parlare della musica riflettendo sull’effetto che essa ha sulle emozioni di chi ascolta. La musica non esprime emozioni, ma certo le fa scaturire. E anche questo è materia di racconto.

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