mercoledì 30 giugno 2010

Un concerto

Chi ha progettato la struttura in cui si tengono i concerti estivi presso il Teatro Romano di Aosta non deve amare la musica. In particolare, è sembrato indifferente alle necessità di un concerto di musica classica. Martedì 29 giugno Vladimir Ashkenazy alla testa dell’Orchestra dell’Accademia Europea di Musica di Erba, e Vovka Ashkenazy si sono esibiti in una struttura fatta di impalcature di ferro e legno (ma soprattutto di ferro, direi), non solo insensibile all’acustica, ma proprio rumorosa e cigolante. Le sottigliezze timbriche della piccola orchestra e del pianoforte erano già perdute in partenza, prima dell’arrivo della pioggia (i teloni tesi a coprire palco e pubblico hanno esaltato lo scroscio; e quando è spiovuto ci si è trovati d’improvviso accanto a un ruscello, o a una grondaia otturata). In più, i gradini per accedere ai posti più alti provocavano fragori ad ogni passo. La cosa sarebbe passata inosservata, se l’organizzazione non avesse consentito ai ritardatari o ai curiosi di entrare anche durante l’esecuzione, e se alcuni operatori della RAI con telecamera mobile non si fossero mossi avanti e indietro sulle scale, indifferenti alla musica e al pubblico.
Ma appunto, forse neanche alla RAI amano davvero la musica: uno dei motivi di fastidio che mi hanno tenuto lontano dalle sale da concerto di Aosta è proprio il via vai delle telecamere a concerto iniziato. In nessun altro luogo del mondo ho assistito a tali interferenze. D’accordo, si deve fissare l’evento, se ne deve parlare al TG. Ma ci sono le prove, per questo, ci sono i momenti precedenti l’esecuzione. E, se proprio si deve registrare tutto il concerto, lo si faccia nel rispetto del pubblico – come ho visto fare ovunque, ogni volta che sono andato a un concerto, a un balletto o a uno spettacolo teatrale.
Sempre che il pubblico si meriti questo rispetto, certo. Il pubblico di Aosta è storicamente refrattario alla puntualità. Da queste parti è normale che l’evento, se fissato per le 21.15, inizi dalle 21.30 in poi. I ritardatari vengono normalmente ammessi in sala. Non è solo questo, però. I cellulari non vengono spenti. Durante i film si parla, si risponde ai cellulari, ci si saluta da qui a lì, si commenta a voce alta – e non sto parlando di spettatori o ascoltatori rozzi, ma di numerosi esponenti della classe media locale, compresi insegnanti, funzionari amministrativi, uomini politici.
In realtà il discorso è più ampio: il pubblico di Aosta non è mai stato educato ad essere pubblico. Non sa come comportarsi. E non sa nemmeno che potrebbe pretendere di meglio, programmi più meditati, stagioni meno raccogliticce, eventi meno scioccamente celebrativi. Con gli anni, invece di crescere, sembra essersi imbarbarito – tendenza generale, d’accordo, globale forse, ma questo non toglie che.
Ed eccoci al punto. Se qualcuno ha progettato le brutte impalcature di “été au théâtre” (o gli spalti della sala da concerto della Cittadella dei Giovani, o i padiglioni torridi di giorno e gelidi la sera e incredibilmente instabili e rumorosi di “Babel”), qualcun altro le ha volute, ha approvato il progetto, ha messo i soldi. Il vero problema sta qui. L’evento culturale non sembra avere, in Valle d’Aosta, uno scopo davvero formativo, non nasce come un’offerta culturale: non è davvero importante che sia musica classica, rassegna di libri, concerto rock o blues, stagione teatrale, restituzione di monumenti restaurati. Il vero scopo dell’evento è prettamente celebrativo. Autocelebrativo, per meglio dire.

1 commento:

Reticenze Litoti ha detto...

E io che mi lamentavo dell'età media - non certo verde - dell'uditorio di "Parco della Musica"... Ma evviva i miei vecchietti che prendono posto quaranta minuti prima del concerto e che poi lo seguono attentissimi con la bocca aperta o mezzo addormentati!
Mi pare che dalle tue parti più che ignorare particolari esigenze di sorta si ignorino le più elementari regole della buona educazione.
Che tristezza.