domenica 13 giugno 2010

Le fonti di "Rapsodia su un solo tema", 3-5: Liberace, "Lisztomania", Daugherty



Su youtube c’è la possibilità di recuperare spezzoni dei video che ebbero come protagonista Liberace alla televisione americana. Non nego di aver pensato a lui, nel delineare il declino di Klyuev (anche se Klyuev si spolpa sempre più, fino a diventare uno scheletro rivestito di pelle e ricoperto di fard, mentre Liberace tendeva a gonfiarsi, e a stare sempre più stretto dentro a quegli abitini sgargianti da damerino settecentesco, gli stessi che Prince vestirà ai tempi di “Purple rain”).
La cifra è quella dell’eccesso kitsch, certo. Fronzoli, trucco, sbuffi di maniche, orpelli scenografici, spruzzi di fontane, effetti di luce, candelabri: e il tutto, certo involontariamente, crea un’atmosfera da camera ardente, da funerale di lusso come solo un americano della media borghesia sa immaginare. Gli ultimi anni il pubblico, senza saperlo, assiste a una cerimonia funebre giocata sull’eccesso, in cui il celebrante è lo stesso defunto, per così dire. Liberace sembra celebrare le proprie esequie, come il Trimalcione di Petronio (e di Fellini e Canali). Ha un gigantesco bisogno di essere amato, di essere ammirato e desiderato: ed ecco che il modo più giusto sembra essere quello di mettere in scena il proprio funerale, l’apoteosi come garanzia di una presumibile immortalità, se non dell’anima almeno della propria immagine mediatica.



L’altra cosa a colpire, se solo ci si sofferma ad ascoltare con un po’ di attenzione, è la tecnica approssimativa, il buttare lì. Liberace finge soltanto di essere un virtuoso, ma non lo è, è sciatto, usa trucchetti da baraccone per coprire le magagne tecniche, abbonda nell’uso del pedale di risonanza, si lascia coprire dal suono sovrabbondante di un’orchestra ipertrofica. Durante i primi anni della sua carriera – lo si trova testimoniato sempre su youtube – la sua conoscenza della tecnica pianistica era certo più affinata, per quanto mai davvero solida. Col passare degli anni, si è lasciato andare, ha smesso di studiare e di fare esercizio, e ha cominciato a fare ricorso a quei trucchetti che dicevo – gli stessi a cui ricorre Klyuev vecchio nello special televisivo. Inutile dire che trovo questo declino mascherato da successo estremamente interessante.
E il repertorio? Un guazzabuglio di classica di facile presa e musica leggera a prevalenza latino-americana. Tra la “Patetica” di Beethoven e “Tico-Tico” non vi è differenza, non nell’approccio, a parte il fatto che nella prima Liberace si sente in dovere di non sorridere, mentre nella seconda vuole mostrarsi adorabile. In questo mescolare i generi mettendo tutto sullo stesso piano Liberace è un vero (inconsapevole) campione dell’estetica del post-moderno.
Che Liberace rappresenti un modello dell’eccesso, un monstrum incredibilmente rappresentativo dell’approccio statunitense alla musica e all’arte lo si può cogliere in due filiazioni di affettuosa ferocia. La prima la vedo in una delle scene più gustose del vecchio musical rock (rock!) “Lisztomania” di Ken Russell (1975): il travolgente successo presso un pubblico (non solo) femminile del giovane Liszt è raccontato come un fragoroso concerto di Liberace. La seconda nel più recente “Tombeau de Liberace” di Michael Daugherty, in cui il gioco parodistico investe non solo il pacchiano pianista italoamericano ma una parte significativa della storia della musica colta e leggera del Novecento. Daugherty, poi, ha saputo cogliere il côté macabro e funereo di tutta la faccenda, e ha saputo riderci su, come nel “Dead Elvis”, e anche meglio.

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