domenica 25 settembre 2011

Un inedito di Ethan Prescott: il "pastiche" alla russa, 2


s. d. - Quando le parlo di Sergey Slonismsky e di quanto sia difficile tener ferme le gambe ascoltando le sue musiche, Claire sorride paziente e non dice nulla – temo abbia ascritto automaticamente queste mie parole alle iperboli entusiastiche, e stia solo aspettando che mi passi.
Invece, il giorno dopo, eccola arrivare con una cartellina da cui estrae due fotocopie di fotografie. Me le mostra, fiera. In entrambe due uomini di mezz’età ridono come matti. In una addirittura si avvolgono in una sorta di sciarpona musicale decorata di note. Siedono – ridere così stando in piedi è pericoloso per l’equilibrio. Ridono beati come due bambini – anche voi ridevate di nulla, magari di una parola che per accidente sentivate buffa, o di un’espressione dell’altro, o del nulla? Le nostre risate migliori, che difficilmente potremo goderci ancora, se non, forse, rimbecillendo da vecchi.
Uno dei due è quel cuorcontento di Slonimsky: ha quel sorriso buono di chi non si accorge del male del mondo, e vive in un mondo finalmente sicuro di cose tutte sue, eretto a fatica nel corso di decenni. L’altro è John (père John, John Cage, insomma, o uncle John, fate voi). Ignoravo che si conoscessero. Eppure Claire mi sta mostrando almeno due occasioni in cui i due si sono visti e scambiati non sorrisi di circostanza, ma risate a crepapelle. Chissà di che parlavano. Chissà che cosa hanno strimpellato. Magari parlavano di funghi – John era un esperto raccoglitore, lo sanno tutti. Magari hanno improvvisato al pianoforte. Le loro concezioni musicali erano così distanti, i loro mondi sonori incomunicabili – questo, a volte, permette una comunicazione a distanza, una gentilezza reciproca, certo, ma queste sono risate grasse.

«Chi è questo terzo signore? Mi pare di conoscerlo» chiedo a Claire, perché nella seconda fotografia un vecchio con un bel riporto bianco si unisce agli sghignazzi.
Claire mi guarda come io guardo gli studenti che a un esame non sanno rispondere a una domanda semplice. «Nikolaj Slonimsky, lo zio.»
«Ma certo, è Nicolas Slonismky, il musicologo!» preciso. «Qualche anno fa gli ho anche scritto, a proposito di Dvoinikov, ma non ho mai ricevuto risposta.»
«Forse era già malato, Ethan. È lui, comunque. Nicolas, o Nikolaj. Chiamalo come vuoi.»
«I due sono parenti?»
«Certo che lo sono.» Rieccolo, lo sguardo di disapprovazione. «Mi stai prendendo in giro?»
Per cambiare discorso, Claire tira fuori da una cartellina una terza foto: Slonimsky (Sergey) assieme a un barbuto con gli occhiali (è Penderecki, d’accordo): qui nessuno ride (Penderecki avrà mai riso in vita sua?), e anche Sergey si adatta alle circostanze, sfodera un sorrisetto quasi compunto di circostanza, tenendosi ben dietro al polacco, che di sicuro disapproverebbe anche quella mezza smorfia, e si vede che preferirebbe essere in compagnia di John, che almeno è un tipo ameno, non compone solo funeral music, e sa praticare come pochi l’understatement.

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