sabato 24 settembre 2011

Un inedito di Ethan Prescott: il "pastiche" alla russa

s. d. - Sembra che il compositore dell’ex Unione Sovietica (e degli stati satelliti) conosca soprattutto due modi per affrancarsi dai dettami del realismo socialista (curiosamente, o forse no, non è contemplato lo sperimentalismo postdarmstadtiano). Il primo modo è quello della regressione a una musica genericamente situabile tra medioevo e romanticismo, tutta echi di chiesa e sospensioni tonali: è musica di misticismo burbero, che si cinge di cilici armonici e stringe, stringe fino al sangue; ama i digiuni, e ama tenere a digiuno anche chi ascolta. Ieratico, mistico, per evitare la magniloquenza rapsodica del realismo socialista il compositore nostalgico di vecchia Russia si impantana in una magniloquenza di segno opposto, pericolosamente retriva, di fronte alla quale anche i Vespri di Rachmaninov suonano così audaci. Ascoltare questa roba è come andare in visita da quei vecchi parenti bigotti che ti guardano subito storto perché ti giudicano un peccatore irredimibile, non sanno parlare d’altro che di morti e agonie e si recano a tutti i funerali. Pare che questa tendenza non sia tipica solo dei compositori sopravvissuti, ormai vecchi, ma abbia attecchito anche presso le generazioni più recenti, alimentando schiere di giovani integralisti dalla vena innologica e lo sguardo febbricitante dell’eletto.
L’altra maniera per ribellarsi alla solennità seriosa del sinfonismo zhdanoviano è il ricorso al pastiche. L’anima russa, per quel che ne so, ha sempre avuto questa propensione al pastiche, all’uso ironico dell’eteroclito, all’accostamento spiazzante, alla parodia un po’ grossière, alla satira che non va per il sottile (come noialtri americani, mi sussurra una vocina). Ecco, in tempi di relativa libertà, la musica torna con sollievo a fare le smorfie in ogni direzione, al patchwork dispettoso, allo sberleffo. Accosta alto e basso, o meglio molto-alto e molto-basso. Si scopre eclettica, ma di un eclettismo roboante, non proprio sobrio, anzi decisamente alticcio. Potrei citare molte composizioni come esempio. La prima che mi viene in mente è la Prima Sinfonia di Schnittke, che sembra superare l’eclettismo divenendone una pesante parodia, anche piuttosto cupa. Poi c’è la produzione di un simpaticissimo minore come Sergey Slonimsky (Polina me ne ha parlato sottovoce, un giorno in cui Rafail Nikolaevich era in un’altra stanza. E ha aggiunto subito di non accennare mai a Slonimsky in presenza di Dvoinikov, che detesta francamente tutta quella voglia di ridere e trova patetico quell’impulso a farsi gran risate e a fare “l’americano”).
Slonimsky è un eclettico costantemente bizzarro (e, come dire, prevedibilmente imprevedibile, quando cominci a conoscerlo). Spruzza jazz, pop music e robuste dosi di colonna sonora nelle sue composizioni, che si tratti di sinfonie o concerti. Non rinuncia alla forma illustre (Sinfonia, appunto, Concerto…), ma ne fa un ibrido. Musica da disegno animato, di quelli con Daffy Duck o Tom e Jerry al pianoforte, o da Silly Symphony. La sua composizione più divertente in questo senso è il Concerto per orchestra, tre chitarre elettriche e strumenti solisti, del 1973, una chicca che Polina mi fa avere su musicassetta, registrata da un LP discretamente rovinato – forse per ascolti ossessivi. In tre tempi, il Concerto alterna momenti di allegria epica da film western a sbrodolature che a Broadway farebbero un figurone, musica leggera balneare e fasi di rielaborazione più colta che sembrano condurre dalle parti di Bernstein (talvolta, ed è un sollievo, di Ives). Nel movimento centrale, una tromba solista canta come se a suonarla fosse Chuck Mangione in uno di quei suoi pomposi live con orchestra sinfonica coro e chissà che altro. Quali erano le intenzioni di Slonismky al momento di scrivere questa musica? mi chiedo. Struggente nostalgia per gli Stati Uniti, mai visitati eppure già parte del suo paesaggio mentale, o desiderio di appropriazione? O, che so, volontà dissacratoria? O ricorso a materiale già universale, già “russificato” attraverso le vie della pop music e del cinema? C’entrerà qualcosa Nicolas Slonimsky, l'omonimo musicologo che viveva e operava a Boston dagli anni venti? Devo riparlarne con Polina.

(Comunque, come si fa a rimanere impassibile di fronte a musica così? Io, stasera, ballavo nella mia stanza d’albergo, da solo, e ho messo su quattro volte di seguito questo Concerto, come farebbe un ragazzino degli anni settanta con il disco della sua band del cuore. Negli anni settanta lo avrei detestato – oggi lo adoro. E conosco amici che ucciderebbero per poter godere di musica così.)

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