venerdì 2 settembre 2011

Letture: Verne, "La Sfinge dei ghiacci"


Una visita al piccolo museo di Nantes dedicato a Jules Verne ci ha fatti diventare (tornare, nel mio caso) verniani. Leggere oggi alcuni suoi romanzi meno conosciuti (“La Sfinge dei ghiacci”, “Il Castello dei Carpazi”, altri di cui darò conto più avanti) fa entrare a contatto con un modo di intendere il racconto di avventura che non è più il nostro, almeno per due motivi (stilistici, per lo più). Verne elenca dati, enumera, espone, e lo fa ovunque, non solo nelle pagine dedicate all’inquadramento (storico, geografico, biologico, geologico, e via dicendo), ma anche dove non ci aspetteremmo: nei dialoghi, ad esempio, dove non teme di appesantire il flusso di botte e risposte con l’inserzione di robuste dosi di informazioni. E mentre è sempre espositivo e enumerativo, è anche spesso retoricamente esclamativo (lo sono i suoi personaggi, nei dialoghi, ma anche il narratore, anche quando questi non corrisponde ad alcun personaggio).
Bene, questi due aspetti, che incatenano Verne a un tipo di narrativa ottocentesca, non solo di consumo, sono parte essenziale del suo fascino ancora oggi. Curiosamente, l’accumulo perenne di dati non toglie, ma aggiunge mistero - lo fa sentire in modo diverso, secondo quel fenomeno per cui dire tutto, o pretendere di farlo, e dire poco finiscono per equivalersi nel lasciare comunque spazi di indeterminatezza, nicchie di dubbio, parentesi e puntini di sospensione. E la retorica esclamativa, invece di enfatizzare certezze, impone uno sguardo sempre stupito, una sorta di poetica della meraviglia (e del dubbio, e del timore) molto concreta, molto “bambina”.
Parto da “La Sfinge dei ghiacci”, il lungo romanzo in due parti con cui Verne ripercorre il “Gordon Pym” partendo proprio dal finale aperto (apertissimo, minacciosamente spalancato) del romanzo di Poe. Si può dare una continuazione a un romanzo che trae buona parte del suo fascino, oltre che dall’implacabile concatenazione degli eventi verso il peggio e verso il sempre più folle, da quello squarcio finale, dall’apparizione inconclusa di una gigantesca “figura umana dal volto velato” e dalla pelle “del bianco perfetto della neve”? Verne lo fa, impavido, trasformando il manoscritto di Pym in un vero diario, e facendoci credere (a noi, come ai suoi personaggi) che si tratta di una testimonianza attendibile, per quanto assurda e qua e là lacunosa, e non di un’opera d’invenzione di Poe, e mantenendo attorno a questa rivelazione una bella tensione emotiva fino alla fine. Verne ci dà brividi non aggiungendo altro mistero a Pym, ma mostrandoci quanto sia reale l’avventura di Pym (e lo fa appunto accumulando e distribuendo quella messe di dati, di osservazioni, di dettagli di cui si diceva all’inizio).

(Detto tra noi, il caro vecchio Verne sembra riuscire nell’impresa di raccogliere degnamente l’eredità di Poe là dove Lovecraft a mio parere si impantana, ne “Le montagne della follia”, per eccesso di mistero e di mitologia).

Nessun commento: