mercoledì 7 settembre 2011

"Dalla nonna": onirismi

Visto che ormai questi capitoli attorno al testo "Dalla nonna" fanno pensare a una sorta di officina del racconto (di quel racconto, se non altro), insisto (e concludo) con questa pagina, che riporta in corsivo alcuni frammenti "onirici" entrati a far parte in un primo tempo del racconto e poi espunti (non a torto, direte).

***

I denti mi ballano nelle chiostre, poi cadono. Per un po’ li mastico credendoli pezzetti di pane secco, e rischio pure di ingoiarli.

La sera, quando ancora non faceva buio, la nonna scioglieva il cignone e lasciava cadere sulle spalle sorprendenti ciocche grigie. Questa metamorfosi me la faceva apparire un’altra persona, una vecchia misteriosa abitatrice di caverne o di boschi. Vestita solo di una lunga vestaglia bianca e ruvida, mi si avvicinava, mi spogliava nudo, mi metteva addosso il pigiamino a gesti decisi, come se fossi stato un neonato o un infermo, e mi ficcava a letto, senza dire una parola – la sua eloquenza si esercitava solo in solitudine. Io rimanevo sotto le coperte, a sudare e a fare scorregge, immobile, all’erta, e la sentivo muoversi nella sua camera, spostare oggetti, ciabattare ancora, spegnere il televisore, uscire dal bagno, parlottare, recitare forse un rosario; sentivo poi il cigolio del suo letto – un letto matrimoniale, dal materasso altissimo e convesso come un dolce troppo lievitato, in cui mi sarebbe piaciuto buttarmi e rotolarmi, di giorno, se non avessi temuto che potesse accorgersene. Poi arrivava il silenzio, poi quel suo respirare oppresso, poi il suo vociare nel sonno. Anch’io aspettavo di addormentarmi. Sapevo per esperienza che le cene a cui mi sottoponevo scatenavano sogni tortuosi da cui mi era difficile svegliarmi – soprattutto se favorivo da subito l’effetto addormentandomi supino, la testa rialzata sul cuscino ispido. Aspettavo. E quei sogni arrivavano, così era la mia impressione, ancor prima che mi addormentassi del tutto.

La nonna mi si è seduta sul ventre, mentre dormivo, e ora mi fissa. È proprio il suo sguardo a scompigliarmi i capelli. La fisso a mia volta.
– Nonna, mi pesi.
– Hai sentito le begonie? – fa lei, con una voce non sua.
– Le begonie?
– C’erano begonie là fuori, ma io non ho mai piantato begonie. Odio le begonie.
Odiava le begonie, ma non le dispiaceva continuare a nominarle, noto.
– Nonna, mi pesi – ripeto.
– Ma va’, che son leggera. Ubaldo me lo diceva sempre.
– Perché non gli stavi seduta sulla pancia!
– E chi te lo dice? – insiste lei, assestandosi con le natiche, che non ricordavo così grosse. – Ma si parlava di begonie.

Talvolta, si arrampicava fino a me, mentre dormivo, uno degli animaletti che la nonna aveva catturato quel giorno, e che poi, approfittando di un momento di distrazione, era sfuggito al controllo della predatrice. Era una chiocciola che mi inumidiva di bava il braccio, risalendo lentissima, verso l’ascella, in cerca di un rifugio in cui farsi dimenticare, mentre di là le sue compagne spurgavano dentro un secchio da cui si sprigionava un inenarrabile tanfo. O una ranocchia tutta occhi o bocca, che giuntami sul naso mi fissava gli occhi con quei suoi occhi imploranti e allucinati – da qualche parte, lo sapevo, recava una ferita, procuratasi strappandosi via dal fil di ferro in cui la nonna infilava ancora vive le rane quando andava a caccia lungo le gore. Che potevo fare? Scivolavo giù dal letto, socchiudevo la finestra, lasciavo cadere la bestiola sperando che non si sfracellasse al suolo, o che la nonna l’indomani non la intercettasse, e magari la riconoscesse, e arrivasse così fino a me.
Quando a svegliarmi era un insetto, un maggiolino rimasto prigioniero della finestra o una vespa, o un maialino di sant’Antonio, non potevo esimermi dal pensare che anch’essi fossero in fuga da una retata della nonna. Che cosa mi diceva che non raccogliesse anche insetti, per farne sughi o composte per l’inverno? A volte, a tavola, mi capitava di masticare pezzetti di cartilagine che avrebbero potuto anche essere ritagli d’elitra o di mandibola, antenne o zampe. La sapienza culinaria della nonna veniva da un’età in cui non ero ancora nato, un’era remota fondata, per quel che ne sapevo, sul bisogno e su un’idea di predazione compatibilissima con il ricorso agli insetti come stuzzichino, in mancanza di animali di più grossi. Prendevo allora quegli animaletti e li allontanavo da me, depositandoli vicino a una parete, dove forse avrebbero individuato una crepa abbastanza grande per la fuga.

Dentro al muro, qualcuno lavora di gomiti e di becco per aprirsi una breccia e uscire. Provo a chiamare la nonna, ma non riesco. Provo ad alzarmi, ma non posso. Vedo uno spigolo di cartilagine uscire dal buco nella parete, e lavorarne i bordi per allargarli. Dentro – ne ho la netta percezione – c’è qualcuno che indossa un cappottone grigio. No, non è un gomito, è proprio un grosso becco a spatola.


***

"Dalla nonna", seppure non nella sua forma definitiva, è rintracciabile in http://www.scuole.vda.it/Ecole/supp86/10%20-%20Morandini.pdf dove, per un vezzo non insensato, è sottotitolato "Appunti per un racconto".

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