lunedì 30 aprile 2012

I piaceri della conversazione: una postilla

Aggiungo una postilla malinconica a quanto ho scritto sul bel saggio di Giuseppe Giglio (v. il post precedente): mi accorgo che i grandi autori di cui parla Giglio oggi avrebbero vita difficile. Le divagazioni dell’intelligenza sono guardate con sospetto dalla grande industria editoriale; le opere che, inseguendo la molteplicità delle idee, escono dalle rassicuranti categorie commerciali rischiano di essere rifiutate. Appellarsi oggi all’intelligenza del lettore, chiamarlo a conversare in un dialogo da pari a pari è, temo, fuori moda. Oggi si lavora piuttosto a un prodotto editoriale rivolto a precise categorie di consumatori, un prodotto che dia rassicuranti certezze e non esca dal tracciato: e ben pochi scrittori cercano davvero più il lettore con cui conversare, l’interlocutore-interprete di cui parla Giglio (con Sciascia e gli altri), anche se il tono e lo stile generali sembrano essersi abbassati a un registro falsamente colloquiale – ma appunto, non è di questa colloquialità facile e finta che stiamo parlando. Però non voglio essere del tutto pessimista (se non altro perché, come autore di romanzi, mi sento piccola, piccolissima parte di causa): malinconico sì, non pessimista: quella conversazione che Giglio ha così bene allacciato con le opere di Montaigne, Sciascia, Stendhal, Savinio, oggi non si è del tutto inceppata. Gli autori che si sentono parte di quel lungo colloquio che risuona potente dal passato e che nel presente pare affievolito, i libri che conversano, che preparano i lettori a farlo, che li cercano, va cercata a sua volta, dietro le pile dei best-seller, nelle librerie vere – non negli autogrill, certo.

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