sabato 23 febbraio 2013

da "Letteratitudine": intervista a Stéphanie Hochet


Del romanzo di Stéphanie Hochet, “Le effemeridi”, uscito nel 2012 in Francia presso le Éditions Rivages con il titolo “Les éphémérides” e ora pubblicato in Italia dalle Edizioni La Linea di Bologna (nella traduzione di Monica Capuani), ho parlato in un post precedente. Nonostante la giovane età (è nata nel 1975), Stéphanie ha all’attivo altri sette romanzi, pubblicati da editori importanti come Laffont, Fayard, Stock, Flammarion, e sta per vedere pubblicato il nono, il breve “Sang d’encre”, dalle Éditions des Busclats. È il momento di conoscerla più da vicino.

C. M.  Stéphanie, come vorresti presentarti al pubblico italiano, al di là delle notizie biografiche?

S. H.  Sono uno scrittore che è in cerca e non sa se trova, ma questa frustrazione è probabilmente all’origine del mestiere di scrittore e io ho bisogno di pormi delle domande fondamentali nel momento in cui invento una storia. E proprio attraverso l’invenzione di questa storia l’essenziale della mia riflessione sulla natura umana può prendere forma: il romanzo mi pone nella condizione, mi consente di tracciare un senso in un universo ridotto a qualche centinaio di pagine. Un mondo senza creazione letteraria per me sarebbe solo un deserto. Da studentessa mi sono appassionata al teatro di Shakespeare, alla sua raffinatezza popolare, al suo dinamismo poetico. E sento spesso il bisogno di andare a cercare altrove le mie fonti di ispirazione: l’Inghilterra e la letteratura inglese per “Le effemeridi”, e prima ancora gli Stati Uniti del sud con il “Combat de l’amour et de la faim” e l’Italia con “La distribution des lumières”.

C. M. Come si collocano “Le effemeridi” nell’insieme della tua produzione narrativa? Quali sono i temi che vi si possono ritrovare, qual è il percorso che hai tracciato da “Moutarde douce” fino a qui? Conosco tutti i tuoi romanzi e in essi tendo a avvertire la continuità piuttosto che le differenze; e vedo ne “Le effemeridi” una sorta di grandiosa sintesi dei tuoi temi e della tua ricerca espressiva. Vedo giusto?

S. H.  Con “Le effemeridi” ho la sensazione di avere realizzato un libro molto importante per me, sia sul piano del contenuto sia su quello della forma. “Le effemeridi” riunisce tutti i miei demoni : l’esperienza gemellare dell’arte e della sofferenza, l’attesa dell’amore, la frenesia del vivere e la violenza, il terrore, i percorsi di libertà aperti dalla poesia. Non avrei potuto scriverlo se non ci fossero stati prima gli altri romanzi che mi hanno permesso di essere più ambiziosa.

C. M. Una volta, durante un’intervista radiofonica alla RAI, hai parlato del piacere dell’invenzione e del piacere della precisione in rapporto alla scrittura. Questa dimensione epicurea del lavoro dello scrittore mi ha molto impressionato (detto tra noi, mi ci ritrovo pienamente). Nel caso de “Le effemeridi”, su quali aspetti si è concentrato questo piacere?

S. H.  L’ho scritto animata da una grande gioia, perché sentivo di condurre il lettore in un universo misterioso di cui a poco a poco andavo svelando le singolarità (la “casa chiusa” in cui lavora Tara, il magazzino del pittore Simon Black, ispirato a Francis Bacon, e la strana madre Sophie, la cui ossessione genitoriale sta per trasformarsi in follia). Nel procedere della scrittura ho voluto esprimere al massimo le sensazioni di ognuno dei personaggi, in modo da portare il lettore a vedere attraverso i loro occhi. Era inoltre necessario che i personaggi si liberassero di ciò che li tratteneva. E ancora, mi sono proposta di descrivere i Dog, questi cani mostruosi che sopravvivranno alla catastrofe predetta dall’Annuncio…

C. M. I tuoi libri esigono dei lettori attenti e concentrati, in qualche modo disposti a mettere in gioco tutta la loro perspicacia in gara con lo scrittore. “Le effemeridi”, per esempio, sembra giocare (scherzare perfino) con alcuni cliché del cinema catastrofico e della fantascienza, e sconvolgere sempre l’orizzonte d’attesa dei lettori. È così?

S. H.  In effetti, scrivendo il libro, non potevo impedirmi di pensare a certe sceneggiature di film sulla fine del mondo che sovente sono prevedibili ; volevo distorcere e smentire questi preconcetti apocalittici, lasciare al lettore la possibilità di interpretare alcuni fatti – fare affidamento sul lettore, insomma. Questo Annuncio, sorta di morte annunciata a tutti i personaggi, è una metafora della nostra finitezza. Amo affrontare dei soggetti seri con un distacco ironico, più la cosa è seria più è il caso di divertirsi. Definisco il romanzo un libro di anticipazione e non un libro di fantascienza dal momento che mi dedico a rappresentare la società così com’è (o così come la vedo io, un romanzo è sempre soggettivo) manovrando il cursore del tempo. Se avessi voluto scrivere un romanzo di fantascienza, avrei dovuto dare al lettore dei ragguagli scientifici, una teoria sul cataclisma che non avrebbe più avuto molto di letterario. Ho preferito lavorare sull’aspetto poetico su una base di scherzo.

C. M. Un’altra domanda. Qual è il tuo rapporto con l’Italia (e la letteratura italiana)? Nel tuo romanzo “La distribution des lumières” il protagonista Pasquale Villano citava autori come Buzzati, Landolfi, Fenoglio, Pavese…

S. H.  Nutro una grande ammirazione per gli autori che hai appena citato (aspetto anche la traduzione francese del tuo ultimo romanzo, di cui si è detto un gran bene…). La letteratura italiana è un riferimento indispensabile per ogni scrittore francese in quanto conduce sul solco comune della cultura latina. Il mio nuovo racconto che sta per uscire presso le Éditions des Busclats, “Sang d’encre”, in un primo tempo si sarebbe dovuto intitolare “La phrase latine”, e vi cito anche Pavese, di cui “La bella estate” e “Il mestiere di vivere” mi hanno impressionato come accade di rado. Come tutti i grandi autori, Pavese ci accompagna nel tempo, passano gli anni e si ha sempre voglia di rileggerlo. Quanto all’Italia, è una destinazione fiabesca, pronunciare il nome di questo paese è già evocare il sogno. E poi ci sono i miei amici italiani.

C. M. Puoi parlarci del rapporto che come scrittrice hai con i tuoi personaggi, in particolare con quelli de “Le effemeridi” ?

Sono proprio i personaggi a farmi provare il desiderio di scrivere. Quando vivevo in Scozia, il caso mi ha fatto incontrare la persona che mi ha ispirato il personaggio di Tara, questa prostituta amante-moglie e allevatrice di cani. Era così impressionante! Eppure mi ci sono voluti più di dieci anni prima che la potessi inserire in una struttura narrativa di una certa ampiezza. Tara incontra una replica di Francis Bacon, un pittore questo che mi affascina da molto tempo (ho anche avuto la fortuna di incontrare un critico d’arte che lo ha intervistato). Quanto ai personaggi di Sophie e di Ludivine, la madre e la figlia, sono, se mi passi l’espressione, i più tipicamente hochettiani, sono quelle creature infernali che si possono incontrare in qualunque famiglia.

Questa nostra breve conversazione (che ho tradotto in italiano come meglio ho potuto) termina qui. Ma Stéphanie Hochet alla fine di febbraio sarà in Italia, per un paio di incontri nell'ambito del Festival di Narrativa Francese 2013. Più precisamente, martedì 26 febbraio, alle 17.30, presenterà LE EFFEMERIDI (La Linea, 2013) a Milano, presso la Libreria Coop Statale, in via Festa del Perdono 12. Insieme all'autrice, interverranno Gabriele Dadati e Marina Emanuelli.
Giovedì 28 febbraio, alle 18.00, Stéphanie sarà a Bologna, alla Libreria Ibs.it, in via Rizzoli 18, insieme con Jadel Andreetto e Cristina Monti.

https://letteratitudinenews.wordpress.com/2013/02/23/intervista-a-stephanie-hochet/

Nessun commento: