venerdì 1 novembre 2013

Ascolti: Boj, "Burning of Joy"


È uscito da poco “Burning of Joy”, l’EP di Bojana Krunic, in arte Boj, prodotto dal TdE Studio di Aosta. Sono sei brani oscillanti tra nu-soul e funky, in cui l’immediatezza e il vigore della bella voce di Boj si miscela efficacemente con la cura maniacale per i dettagli che è la cifra stilistica dei lavori di Momo Riva. Ho posto qualche domanda a Boj. Queste le sue risposte.

CM - Quali sono le tue sensazioni ora che si sono concluse le fasi di composizione e di registrazione, che immagino siano state lunghe?
BK - L'EP è stato un progetto realizzato molto velocemente e, come accade alla fine di ogni cosa bella, ha lasciato un po' di nostalgia. Ma stiamo già pensando ai nuovi brani e al prossimo CD. Soprattutto ci stiamo dedicando alla promozione, perché eseguire dal vivo i brani è fondamentale per una buona diffusione della mia musica, oltre che per trasmettere tutto quello che ho voluto dire nei testi.
CM - C’è molto funk – funk classico, di quello robusto e incalzante che viene direttamente dagli anni settanta – nei tuoi pezzi. Che cosa rappresenta per te il funk?
BK – Quando ero piccola mi faceva da babysitter uno zio di sedici anni che si credeva il dj del condominio. In quel periodo si usavano molto i dischi in vinile, eravamo in piena era della disco fever, sai, non si parlava che di “Staying alive”, di John Travolta. Ricordo interi pomeriggi trascorsi in compagnia di James Brown, Bob Marley, Led Zeppelin, Aretha Franklyn e ricordo volentieri  Chaka Khan e la stagione della breakdance. Dai dieci anni in su sono stata influenzata influenze da molti altri artisti. Mio fratello non faceva altro che collezionare dischi e film e video di Prince. Alla prima delusione d'amore, invece, sono diventata una fan di Mariah Carey, che bene o male avrebbe lasciato un’impronta fondamentale. Poi, durante l’adolescenza, mi sono trasformata in metallara sfegatata: indossavo sempre una maglietta di Guns'n'Roses e la mia miglior amica a dodici anni aveva la cresta e ascoltava i Ramones. Tutto questo è svanito quando ho sentito per la prima volta le Salt & Pepper, delle ragazze che stavano cambiando radicalmente il rap. Da lì sono passata al hip hop, al r'n'b. Negli ultimi anni, dopo aver lavorato sulla mia voce, ho trovato in Amy Winehouse la mia musa speciale, un’artista che non mi stanco mai di ascoltare. Mi innamoro spesso anche delle artiste sconosciute: ce ne sono moltissime, quelle che, pur non avendo ancora avuto visibilità o non avendo alle spalle grandi strategie di marketing, sono all’altezza di tanti altri personaggi famosi.
CM - La storia della tua vita, prima che tu ti stabilissi ad Aosta, è sicuramente drammatica. Che cosa è rimasto della tua terra e delle esperienze che hai vissuto nella musica che fai adesso?
BK - Quello che porto volentieri dalla mia terra in tutto quello che faccio è proprio il gusto e la dedizione per la musica. Vengo da un paese dove le radio e tv non si spengono mai, dove la musica rappresenta compagnia, divertimento, e non si è mai soli. Da quelle parti il volume della musica è altissimo dalla mattina alla sera e i vicini di casa fanno a gara a chi ha stereo più potente. Siamo un popolo fin troppo festaiolo.
CM - Che cosa pensi della musica pop di oggi – diciamo di quella che passa per MTV? Salveresti qualcosa?
BK - Oggi  non seguo molto le tendenze né le novità musicali, preferisco dedicarmi agli artisti poco conosciuti come Alice Russel.
 CM - Quanto spazio c’è per l’improvvisazione nella tua musica? E quanto per il controllo?
BK – L’improvvisazione è tutto, dalle lunghe sedute di improvvisazione sono nati molti brani, si sono sviluppati gli arrangiamenti vocali, sono sgorgate moltissime altre idee. Il controllo serve per ripensare e per dare un senso al tutto, riconducendolo a una struttura. 
CM - Quanto è importante il contatto vero con il pubblico nella tua musica?
BK - Sono una persono curiosa, e mi piace sapere direttamente dalle persone cosa pensano dei miei brani, o invitarli personalmente a seguire i live, dar loro la stessa importanza che loro danno a me, a maggior ragione se si tratta di mio progetto.
CM - Quali sono i temi più forti delle tue liriche, quelli che ritieni più importanti? E come vedi il rapporto tra parole e musica nelle tue canzoni? Come costruisci una canzone?
BK - Ogni canzone nasce da un’occasione diversa. Alcuni dei testi che ho scritto si sono sviluppati sì in momenti molto intensi di ispirazione, ma il tutto è avvenuto molto velocemente: arrivavo in studio, sentivo la musica che Momo Riva aveva preparato e registrato in anticipo, cominciavo a scrivere, e dopo un’ora tornavo a registrarla. Alcuni testi invece sono nati  a casa, indipendentemente dalla musica, e sono stati poi arrangiati con calma. Quanto al brano “La la lies”, l’ispirazione per le parole è stata la linea vocale con accompagnamento al pianoforte composta da Naif Hérin, che ringrazio, perché mi ha consentito di scrivere un testo sugli uomini bugiardi nel quale alludo a persone e vicende della mia vita privata. Insomma, ho scritto tutti i testi pensando a momenti particolari che ho vissuto, e usando parole che avrei voluto dire a qualcuno. Ecco, sono un po’ come dei messaggi in una bottiglia.
CM - Come hai conosciuto Momo Riva, che si è occupato della registrazione e ti accompagna in concerto alla batteria? Come descriveresti la vostra collaborazione?
BK - La collaborazione con Momo è nata provando un brano, giocando con la musica, e il gioco pian piano si è fatto serio fino a trasformarsi in un EP. Questo è avvenuto grazie ad un grande intesa, a una profonda affinità di gusti e alla grande voglia di creare che ci accomuna. Anche con il bassista Chris Costa e il chitarrista Christian Curcio c’è una grande stima reciproca, fondamentale per un buon sound e per far funzionare bene una band.


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