È uscito da poco “Burning of Joy”, l’EP
di Bojana Krunic, in arte Boj, prodotto dal TdE Studio di
Aosta. Sono sei brani oscillanti tra nu-soul e funky, in cui l’immediatezza e il vigore della bella voce di Boj si miscela efficacemente con la cura maniacale per i dettagli
che è la cifra stilistica dei lavori di Momo Riva. Ho posto
qualche domanda a Boj. Queste le sue risposte.
CM - Quali sono le tue sensazioni ora che si
sono concluse le fasi di composizione e di registrazione, che immagino siano state
lunghe?
BK - L'EP è stato un
progetto realizzato molto velocemente e, come accade alla fine di ogni cosa bella, ha lasciato un po' di nostalgia. Ma stiamo già pensando ai nuovi brani e al prossimo
CD. Soprattutto ci stiamo dedicando alla promozione,
perché eseguire dal vivo i brani è fondamentale per una buona diffusione della mia musica, oltre che per trasmettere tutto quello che ho voluto dire nei
testi.
CM - C’è molto funk –
funk classico, di quello robusto e incalzante che viene direttamente dagli anni
settanta – nei tuoi pezzi. Che cosa rappresenta per te il funk?
BK – Quando ero
piccola mi faceva da babysitter uno zio di sedici anni che si credeva il dj del
condominio. In quel periodo si usavano molto i dischi in vinile, eravamo in piena era
della disco fever, sai, non si parlava che di “Staying alive”, di John Travolta.
Ricordo interi pomeriggi trascorsi in compagnia di James Brown, Bob Marley, Led
Zeppelin, Aretha Franklyn e ricordo volentieri
Chaka Khan e la stagione della breakdance. Dai dieci anni in su sono
stata influenzata influenze da molti altri artisti. Mio fratello non faceva
altro che collezionare dischi e film e video di Prince. Alla prima delusione
d'amore, invece, sono diventata una fan di Mariah Carey, che bene o male avrebbe
lasciato un’impronta fondamentale. Poi, durante l’adolescenza, mi sono trasformata in metallara sfegatata: indossavo sempre una
maglietta di Guns'n'Roses e la mia miglior amica a dodici anni aveva la cresta
e ascoltava i Ramones. Tutto questo è svanito quando ho sentito per la prima
volta le Salt & Pepper, delle ragazze che stavano cambiando radicalmente
il rap. Da lì sono passata al hip hop, al r'n'b. Negli ultimi anni, dopo aver
lavorato sulla mia voce, ho trovato in Amy Winehouse la mia musa speciale, un’artista
che non mi stanco mai di ascoltare. Mi innamoro spesso anche delle artiste
sconosciute: ce ne sono moltissime, quelle che, pur non avendo ancora avuto visibilità
o non avendo alle spalle grandi strategie di marketing, sono all’altezza di
tanti altri personaggi famosi.
CM - La storia della
tua vita, prima che tu ti stabilissi ad Aosta, è sicuramente drammatica. Che
cosa è rimasto della tua terra e delle esperienze che hai vissuto nella musica
che fai adesso?
BK - Quello che
porto volentieri dalla mia terra in tutto quello che faccio è proprio il gusto
e la dedizione per la musica. Vengo da un paese dove le radio e tv non si
spengono mai, dove la musica rappresenta compagnia, divertimento, e non si è
mai soli. Da quelle parti il volume della musica è altissimo dalla mattina alla
sera e i vicini di casa fanno a gara a chi ha stereo più potente. Siamo un
popolo fin troppo festaiolo.
CM - Che cosa pensi
della musica pop di oggi – diciamo di quella che passa per MTV? Salveresti
qualcosa?
BK - Oggi non seguo molto le tendenze né le novità
musicali, preferisco dedicarmi agli artisti poco conosciuti come Alice Russel.
CM - Quanto spazio c’è per l’improvvisazione
nella tua musica? E quanto per il controllo?
BK – L’improvvisazione
è tutto, dalle lunghe sedute di improvvisazione sono nati molti brani, si sono
sviluppati gli arrangiamenti vocali, sono sgorgate moltissime altre idee. Il controllo
serve per ripensare e per dare un senso al tutto, riconducendolo a una
struttura.
CM - Quanto è
importante il contatto vero con il pubblico nella tua musica?
BK - Sono una
persono curiosa, e mi piace sapere direttamente dalle persone cosa pensano dei miei
brani, o invitarli personalmente a seguire i live, dar loro la stessa importanza
che loro danno a me, a maggior ragione se si tratta di mio progetto.
CM - Quali sono i
temi più forti delle tue liriche, quelli che ritieni più importanti? E come
vedi il rapporto tra parole e musica nelle tue canzoni? Come costruisci una canzone?
BK - Ogni canzone nasce
da un’occasione diversa. Alcuni dei testi che ho scritto si sono sviluppati sì in
momenti molto intensi di ispirazione, ma il tutto è avvenuto molto velocemente:
arrivavo in studio, sentivo la musica che Momo Riva aveva preparato e registrato
in anticipo, cominciavo a scrivere, e dopo un’ora tornavo a registrarla. Alcuni
testi invece sono nati a casa, indipendentemente
dalla musica, e sono stati poi arrangiati con calma. Quanto al brano “La la
lies”, l’ispirazione per le parole è stata la linea vocale con accompagnamento
al pianoforte composta da Naif Hérin, che ringrazio, perché mi ha consentito di
scrivere un testo sugli uomini bugiardi nel quale alludo a persone e vicende della
mia vita privata. Insomma, ho scritto tutti i testi pensando a momenti particolari che
ho vissuto, e usando parole che avrei voluto dire a qualcuno.
Ecco, sono un po’ come dei messaggi in una bottiglia.
CM - Come hai
conosciuto Momo Riva, che si è occupato della registrazione e ti accompagna in
concerto alla batteria? Come descriveresti la vostra collaborazione?
BK - La
collaborazione con Momo è nata provando un brano, giocando con la musica, e il
gioco pian piano si è fatto serio fino
a trasformarsi in un EP. Questo è avvenuto grazie ad un grande intesa, a una profonda affinità di gusti e alla grande voglia di creare che ci accomuna. Anche con il
bassista Chris Costa e il chitarrista Christian Curcio c’è una grande stima
reciproca, fondamentale per un buon sound e per far funzionare bene una band.

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