giovedì 28 novembre 2013

Da "Letteratitudine News": Santiago Nazarian, "Masticando umani"


“Masticando umani”, del brasiliano Santiago Nazarian (La Linea, 2013), è il racconto in prima persona di un caimano che ha imparato il linguaggio umano decifrando simboli e lettere che gli si presentavano davanti agli occhi – una dote, come scopriremo, tutt’altro che rara, in un romanzo in cui tutti, proprio tutti parlano, anche gli scarafaggi, anche i bidoni sfondati. A spingere il giovane ed eloquente caimano via dalle paludi della foresta verso le fogne di una grande e non nominata città del Brasile è il desiderio di cambiare e di capire, l’aspirazione a praticare l’arte e la filosofia, una curiosità profonda per l’uomo, inteso sia come modello a cui ispirarsi sia come cibo maggiormente appetibile. La vita del caimano raccontata da lui stesso diventa, pagina dopo pagina, l’applicazione di un principio ovvio ma vero: siamo ciò che mangiamo – principio che il ragionare del caimano declina anche così: diventiamo ciò che mangiamo, o, ancora, vogliamo mangiare ciò che vogliamo essere.


Bene, si diceva delle fogne: anche qui, un incessante via vai, un continuo tracimare di porcherie dal mondo di sopra, un gran daffare di legioni di topi burocrati, e il conforto della compagnia di altri tipini con cui il caimano fa conoscenza – un rospo fumatore accanito, un cane troppo magro per rappresentare qualcosa di allettante, un ragazzino del sottoproletariato urbano che scende per farsi di colla e magari tentare di leccare il rospo a cui attribuisce proprietà allucinogene. Tutti parlano, parlottano, litigano, minacciano, si raccontano storielle, mentono, fanno e disfano in una sorta di frenetica e perfida parodia del sopramondo. Sono animali opportunisti e doppiogiochisti, ingordi di cibo spazzatura gettato dalla gente di sopra, ottusi – potremmo dire – come molti degli umani di scarse qualità che ci capita di incontrare ogni giorno. In mezzo a loro il caimano scivola con un umore fluttuante tra la delusione, l’impulso a ribellarsi e il desiderio di integrazione; a distinguerlo dalle altre bestie, oltre alla stazza e all’apertura delle fauci, è lo spirito contemplativo, il ragionare sui propri atti e sulle conseguenze che potranno avere, il porsi domande che restano prive di una risposta soddisfacente – ecco, in questo è davvero molto umano. Non è come le altre bestie che inscenano una dissennata scimmiottatura dell’umanità, e nemmeno come quegli esseri umani che sembrano voler recuperare, anche qui con mezzi insensati, una sorta di animalità perduta. A intrigarlo, in particolare, è la doppiezza della sua indole, la dicotomia tra natura e cultura, tra bestialità e umanità. In questo ragionare riesce a essere sottile e tutt’altro che banale: in mezzo a tante creature viventi che vogliono solo “provare la miseria della razza umana” imitandola alla meno peggio, il caimano vuole invece “dominare la bellezza della selvatichezza animale”, circoscriverla in una sistema filosofico che metta insieme il fulmineo e irreparabile azzanno mortale con il senso di solidarietà, con una humanitas che ci verrebbe da definire terenziana.
Nella seconda parte del romanzo (una seconda parte che tagliamo noi, un po’ a naso, visto che il libro non è suddiviso in capitoli, e scorre denso e come spinto da una corrente costante), il buon caimano viene adocchiato, catturato, portato in un istituto universitario in cui, addestrato all’uopo da altre bestie di ogni specie, diventerà docente, terrà dei corsi di “Razionalità animale” (o “Irrazionalità umana”, le due discipline coincidono) a una legione di cavallette e a giovani tonni, si troverà invischiato nelle pastoie della burocrazia accademica, scoprirà un nuovo genere di infelicità, o meglio affinerà quel tipo di infelicità intellettuale che è propria di chi ragiona troppo e invidia gli stupidi o le bestie, che non pensano, almeno per quel che se ne sa. Qui, nel sopramondo ordinato e asettico, almeno in apparenza, le reminiscenze disneyane si fanno più fitte, si fa più forte il retrogusto da film di animazione con qualche pretesa tipico degli anni duemila – saranno quei nomi, soprattutto quelli francesi, l’astice Voltaire, la testuggine dottor Goncourt… Ma sono ammiccamenti amarognoli, perché la letteratura può sondare livelli più profondi, e se fa la parodia della parodia (tutti quei film di animazione sono essenzialmente parodie di altri film, se non, ahimè, di trasmissioni televisive) è solo per alludere alla spaventosa superficialità dei nostri tempi, e non per ossequiare il giochino postmoderno dell’indovina-chi-cito-adesso.
Al caimano scapperà anche di mangiare uno dei suoi allievi – da questo atto nascerà il suo allontanamento. Intanto, pensa a un libro, in cui consegnare la storia della sua vita e soprattutto le sue riflessioni – l’ultima parte del romanzo di Nazarian si sofferma proprio sulle traversie editoriali del caimano scrittore esordiente, con la velocità accelerata delle sequenze finali di un cartone animato, con la frenesia di chi ha deciso di buttare all’aria gli ultimi residui barlumi di verosimiglianza.
Insomma, “Masticando umani” è un romanzo veloce, divertente e dotato di un suo strambo valore pedagogico – sulla contemporaneità e, naturalmente, sulla natura umana.

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