Riprendo, dal blog di Massimo Maugeri Letteratitudine News, il pezzo scritto sulla rivista letteraria "Zibaldoni e altre meraviglie" diretta da Enrico De Vivo.
Tra le riviste culturali diffuse sul web, Zibaldoni
e altre meraviglie ha una storia e delle caratteristiche che ne fanno ancor
oggi qualcosa di originale e di difficilmente collocabile. Fondata nel 2002 da Gianluca
Virgilio e Enrico De Vivo, che la dirige tuttora, nel corso dei primi anni ha
potuto contare su collaboratori come Gianni Celati, Antonio Prete, Rocco
Brindisi, Franco Arminio, Paolo Morelli, Mattia Mantovani, Giorgio Messori, e
ha partecipato in prima linea al dibattito talvolta acceso sugli spazi concessi
alla letteratura e alla critica sul web. Negli anni, Zibaldoni ha continuato ad alimentare il dibattito culturale, da
una posizione sempre un po’ defilata (ma non periferica), senza inseguire le
mode del momento, anzi insistendo su temi che, per così dire, attraversano i
secoli e su cui i classici antichi e moderni hanno detto cose che vale la pena
riproporre, chiosare, come se fossero parole di oggi. Ho anzi l’impressione che
in molti dei testi pubblicati su Zibaldoni
si respiri un certo turbamento dinanzi al presente, o almeno una sospensione
del giudizio, e che solo il ricorso allo sguardo lungo dei classici permetta di
trovare degli strumenti con cui non perdersi nell’imbarazzante, tragicomico
guazzabuglio dell’oggi.
Ai primi collaboratori si sono aggiunti nel frattempo
scrittori-studiosi come Walter Nardon, Simona Carretta, Stefano Zangrando, Carlo
Cenini, Barbara Fiore, Brunella Antomarini, Giacomo Verri, Francesca Andreini, Giuseppe
Dino Baldi e altri: ognuno è titolare di una rubrica in cui esplora tematiche,
divaga liberamente attorno a un centro d’attrazione, gioca inanellando variazioni
sui temi sentiti da tutta la redazione.
Zibaldoni e altre
meraviglie, dicevamo, si tiene lontano dall’attualità a tutti i costi,
quella che anima gli inserti culturali dei quotidiani nazionali, si defila
dalla “baraonda critica” e dalla “chiacchiera” dei commenti che ingolfano la
comunicazione su molte riviste letterarie, dalle “comunicazioni di servizio” e
le “autopromozioni” che saturano anche molti spazi culturali sul web. Enrico De
Vivo ha definito non a caso questi spazi “un territorio normalizzato e
amministrato burocraticamente, dal quale viene spesso la voglia di scappare”,
vero paradigma di un’Italia in cui “quello che conta non è il lavoro o le idee
di chi scrive e studia, ma il potere che riesce a produrre e a gestire un
indirizzo culturale al posto di un altro”.
La scelta del nome, Zibaldoni,
rimanda ovviamente al Leopardi prosatore e ricercatore, a quel gigantesco work in progress che è lo Zibaldone, in cui il capriccio e il
ghiribizzo condividono gli stessi spazi dell’analisi e dell’esegesi, in cui
finito e non finito si compenetrano e si completano: un “luogo di riferimento
costante, di interrogazione e di avventura intellettuale”, per citare Antonio
Prete. Andrea Cortellessa, già nel 2003, su L’Indice,
parlandone come di “una delle più originali riviste di oggi”, poneva Zibaldoni e altre meraviglie sulla
“linea dell’indefinibile e dell’incollocabile” che ha “il suo modello
(anti-modello, o, meglio, non-modello)” nella lezione leopardiana, “messa a
frutto in maniera nuova attraverso il web”. A quel senso della ricerca
culturale, inesausto, mai compiaciuto, paziente e impaziente insieme, si
ricollega lo spirito con cui De Vivo e gli altri redattori della rivista
lavorano perlustrando gli angoli in cui si nascondono, nella letteratura come
nella realtà, le cose più interessanti. Anche le collane delle pubblicazioni di
e-book che fanno capo a Zibaldoni, e
che qui diventano ZiBook,
ammiccano a Leopardi: Lontananze si
chiama la collana di varia, tra saggistica e narrativa; Ricordanze quella che ripropone il meglio delle prime annate della
rivista. “Leopardi resta la guida ideale nelle tenebre avanzanti del web come
nella realtà”, ha riconosciuto De Vivo ancora in un’intervista del 2011.
Insomma, lo Zibaldone,
inteso come forma e come rivista, vuole essere un “calderone di scrittura” in
cui l’autore conserva il proprio materiale, che è ricerca (di stile, ordine,
disciplina), è l’incubatore in cui sperimentare varie possibilità, non tanto opera
quanto “tensione verso l’opera”: osservazione, ricerca, curiosità, lettura, flânerie, collezionismo, non
enciclopedia dunque, ma inesausta messa in gioco, che rischia anche l’errore,
l’approssimazione, l’incompiutezza, la sbandata. È un fagocitatore di generi,
anti-genere, anti-classificazione. Ha scritto Enrico De Vivo (potete trovare
queste citazioni tra le pagine negli ZiBook
gratuiti che raccolgono il materiale delle prime annate): “vagabondare alla
ricerca di quelle meraviglie che gli uomini hanno disseminato a piene mani,
magari senza accorgersene,” “col solo fine di scoprire un sempre nuovo
sentimento della vita”; la ragion d’essere “non è nelle teorie, ma nelle
meraviglie degli scrittori”. “Non ci si chieda verso dove andiamo, semmai da
dove partiamo” si leggeva in una delle prime dichiarazioni d’intenti. E Racconti, studi, pensieri, stupori letterari
era il sottotitolo di cui si fregiava Zibaldoni
al momento della sua nascita.
Sfogliando (diciamo così) la rivista, si nota subito che molti
interventi dei collaboratori di Zibaldoni
si incentrano su un’esplorazione di spazi, di luoghi (anche mentali, anche
sociali), sullo sforzo di trovare costanti partendo dall’enunciazione o dal racconto
di un caso, di un fatto. C’è, in questa tendenza, la dimostrazione di un comune
modo di muoversi. Qui la lezione (l’imprinting,
se vogliamo) di Gianni Celati si fa sentire, così come si vede allungarsi
l’ombra di un altro importante riferimento zibaldoniano da sempre, Robert
Walser, anche lui grande camminatore e ricognitore (al quale si sono dedicati in
particolare Mattia Mantovani e Marco Ercolani).
E d’altra parte, scorrendo le biografie dei collaboratori vediamo
che Barbara Fiore è etnologa, Paolo Morelli scrive libri che raccontano viaggi e
vagabondaggi (dell’ultimo, Racconto del
fiume Sangro, abbiamo anche parlato qui su Letteratitudine), altri come Massimo Rizzante, Nardon e Zangrando
vivono e lavorano in territori di confine, in zone liminali da cui osservare
ciò che accade tutt’attorno; e potremmo continuare. In molti casi sono lo
sguardo obliquo di chi sta un po’ discosto, la mancanza di frontalità dinanzi
ai problemi, la curiosità trasversale a caratterizzare i contributi – anche di
quelli dei collaboratori di provenienza universitaria, che in Zibaldoni trovano lo spazio per
“giocare” con gli oggetti dei propri interessi senza soggiacere
all’intransigenza dello stile accademico.
Finisce per delinearsi, così, all’interno della rivista, il
profilo di una “comunità”: “comunità alternativa, cioè… che regoli i suoi
rapporti in modo diverso rispetto al modo in cui li regola la società” e che
“attraverso un’opera comune contribuisce all’edificazione di qualcosa che infine
oltrepassi noi stessi e faccia bene al mondo”.
https://letteratitudinenews.wordpress.com/2015/07/07/a-proposito-di-zibaldoni/