mercoledì 19 maggio 2010

Da "Letteratitudine": il Salone del libro di Torino 2010

(Ecco il mio secondo intervento da Letteratitudine, a proposito della seconda esplorazione del SAlone del libro di Torino 2010.)

Oggi, domenica 16, è il giorno della esplorazione sistematica, cartina alla mano. Perdo in realtà quasi subito la cartina, in mezzo ai libri e ai cataloghi, e vago a spirale invece che a zig zag, ma non importa. Mentre mia moglie preferisce dedicarsi alle conferenze, io parto alla ricerca degli stand degli editori dal catalogo affascinante, fatto di titoli che vorrei avere tutti.
Diabasis è uno di questi: ogni libro è una perlustrazione di spazi, un’indagine di luoghi. La narrativa va alla deriva in geografie filtrate dalla memoria o dall’immaginazione. Quest’anno tocca a “Dalla stiva di una nave blasfema” di Francesco Permunian (l’anno scorso ho scoperto il delizioso “Bondville” della Gussoni).
Un altro raffinato editore di luoghi, memorie e scritture è Interlinea. A malincuore, dopo aver tentennato parecchio in mezzo all’esposizione dei titoli in catalogo, scelgo l’antologia di saggi “Il silenzio” (è forse il crescente frastuono di fondo del Salone a impormi questa scelta).
E poi Casagrande, il finissimo editore ticinese i cui libri raccontano il confine non come arroccamento e chiusura, ma come apertura curiosa, come dilatazione di sguardi. Anche qui, rinuncio a parecchi titoli che mi interessano e me ne vado (a malincuore, sempre) con il solo “L’anno della valanga” di Giovanni Orelli.
I piccoli editori di qualità riservano sempre sorprese. L’indagine sui linguaggi dell’arte portata avanti da ObarraO meriterebbe un’attenzione particolare. Quest’anno tocca a “La creazione del nulla” di Sabina Villa (l’anno scorso mi sono inerpicato lungo i ragionamenti de “La giornata di un compositore” di Zago, che forse ho già citato altrove). Tengo sotto osservazione (nel senso più benevolo del termine, e anzi con ammirazione) i ripescaggi e le delikatessen di :due punti, di cui prendo l’esile e gustoso “I mimi”, di Marcel Schwob.

Una pausa rigenerante di un paio d’ore, ad ascoltare le presentazioni di Paola Baratto e Enza Silvestrini, entrambe mie compagne di collana, e a scoprire come per tutti gli scrittori consapevoli la scrittura sia soprattutto riflessione e sottrazione. Poi si riparte.
Ronzo ingolosito attorno a Passigli, a La lepre, a ETS, (di colpo mi sembra irrinunciabile “Per chi guarda nella stufa” di Lawrence Jeffery)… E Keller? Memorie di sofferenze, vite difficili, scritture eccelse, un catalogo mai scontato. Mi accaparro l’antologia “Voci di fiume”.
Approdo da Gaffi, dove incontro degli amici, ammiro la qualità e l’originalità delle scelte, e scopro che c’è il mio amato Chessex in catalogo. Me ne vado con “Corpi barocchi” di Luca Scarlini. A più riprese torno da Manni (oggi sto buono, mi contento del solo “Amore, com’è ferito il secolo” di Giorgio Caproni), dove provo la sensazione eccitante di sentirmi a casa, e in un’ottima casa.
Prima di partire, passo allo stand della Perrone, a incontrare qualche collega dell’antologia “Nero Piemonte e Valle d’Aosta – Geografie del mistero” che ospita un mio raccontino, “Fosca – Una novella valdostana” (lo so, lo so, il titolo suona uno sbeffeggiamento a Tarchetti e a Giacosa).

Per questo il Salone ha un senso. Non mi sono accorto quasi del luna park mediatico, delle presenze imbarazzanti, dell’ingombro delle case massime, quelle i cui titoli troveresti anche nell’edicola sotto casa o all’autogrill. Quasi: perché il rumore di fondo è spaventoso, come sempre, gli assembramenti in entrata e uscita difficilmente aggirabili. Ma appunto, al di là di queste zone sovreccitate, c’è il Salone, addirittura il Salotto, angoli di pace in cui conversare è possibile, in cui puoi farlo con l’editore o con redattori, e sentire chiaramente che per loro pubblicare un libro nasce soprattutto da un’intenzione culturale.
E per concludere: i libri è bello e giusto comprarli in libreria. Ecco perché mi sono trattenuto.

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