lunedì 31 maggio 2010

"Rapsodia su un solo tema" e "Quello che brucia non ritorna" alla libreria Minerva di Aosta, 2



Rieccomi a parlare dell’incontro con Matteo Di Giulio avvenuto sabato 29 paggio alla libreria Minerva di Aosta. In un post precedente ho notato soprattutto le singolari affinità tra i nostri ultimi romanzi, nel corso della piacevolissima chiacchierata con Matteo è emersa anche qualche differenza. La più forte sta forse nel rapporto con il luogo in cui si è nati e si vive, e che per Matteo è Milano, per me Aosta. Ora, Di Giulio riconosce di coltivare un rapporto di amore-odio con Milano, e sente questo rapporto tanto stretto da non poter fare a meno di parlarne (di scriverne, cioè). La sua Milano è onnipresente, e lo era anche nel suo romanzo precedente, “La Milano d’acqua e sabbia”: una città degradata e disumana, lottizzata e sporca, in cui l’ultramoderno nasconde tare e magagne, in cui il sentimento dominante è la diffidenza, una diffidenza spesso aggressiva e ottusa. La stessa Milano la ritroviamo in “Quello che brucia non ritorna”, dove il confronto tra la città degli anni novanta e quella di oggi mostra come, un decennio fa, in mezzo ai cascami degli anni ottanta, alla deriva morale, esistessero ancora, e in pieno centro, spazi di libertà e di aggregazione, negozi, centri sociali, ritrovi; oggi, invece, il centro è stato omologato, ripulito, spersonalizzato, e quegli spazi di libertà e di antagonismo o sono stati chiusi per sempre o sono scivolati verso le fasce periferiche. Tutto questo per dire che Matteo Di Giulio la sua Milano la vive così intensamente da non poterla che rendere la mappa geografica che anche i suoi personaggi percorrono.

A me, che sono nato e vivo ad Aosta, invece non viene l’idea di ambientare ad Aosta le mie storie. Proprio non ci riesco. Ne respiro la limitatezza, le occasioni perdute, il provincialismo inconsapevole ma fortissimo, e reagisco prescindendone. Certo, in “Nora e le ombre” la città di provincia che fa da sfondo alle vicende di Nora, De Mastris e compagnia bella assomiglia molto a un’Aosta sbattuta in mezzo a una pianura. E in “Fosca” abbozzo scenette di bucolica sarcastica che rimandano a ambienti montani di queste parti – ma faceva parte del gioco, e non avrei mai avuto quest’idea se non mi fosse stato imposto dal progetto generale dell’antologia “Nero Piemonte e Valle d’Aosta”. Ad ogni modo, la pianura immaginaria de “Le larve” e il via vai tra Philadelphia e la campagna attorno a San Pietroburgo di “Rapsodia su un solo tema” sono la risposta definitiva (“Aosta dov’è?” credo di avere più o meno risposto nell’ultima intervista di Giulio Cappa, in una parte poi tagliata. “È laggiù, laggiù, sorvolata probabilmente dalle rotte aeree, e tanto basta”). Come dire: ad Aosta già ci vivo, non è il caso di scriverne pure. E Torino per fortuna è a un’ora di macchina. E il web consente di aprirsi all’esplorazione di altri spazi assai più eccitanti anche stando qui. E la letteratura fa il resto, e lo fa egregiamente, definitivamente.
Due modi opposti di reagire agli spazi in cui viviamo, quello di Matteo e il mio: immagino che in letteratura siano legittimi entrambi.

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