lunedì 17 maggio 2010

"Rapsodia su un solo tema": l'intervista per "Sick Girl"

Ecco un'altra parte dell'intervista rilasciata a Barbara Baraldi (leggete il suo "Lullaby", Castelvecchi) per "Sick Girl", http://sickgirl.it/magazine.php?s=Interviste&n=348

Seguendo le tracce della vita del grande compositore russo, Ethan ritrova pezzi di se stesso perduti o si perde definitivamente?

Il giovane americano Ethan Prescott è alla ricerca prima di tutto di un maestro, uno di quelli su cui si è formato, che ha scoperto da sé, e che ha coltivato come un piccolo culto personale. Lo vuole scoprire, e lo vuole far scoprire al mondo. In questo c’è probabilmente anche un po’ di vanità, o di presunzione: Prescott sente di essere la persona adatta a restituire fama a un compositore dimenticato, e spera in un po’ di gratitudine. C’è comunque soprattutto la necessità di Prescott di un riferimento solido, di un maestro, di una sorta di padre artistico. Non troverà in Dvoinikov quello che sperava di trovare – Dvoinikov è sfuggente, elusivo, e sembra giocare a smentire le attese dell’americano, a smontare le sue tesi, talvolta è deludente, insomma non è un modello, è un uomo, per giunta parecchio complesso.
Ma è vero quello che dici, Prescott si perde. La sua è una deriva non programmata, dietro a un solo tema ascoltato una volta all’inizio, e poi inseguito invano, appunto. Intanto è un allontanamento da Carl Thalberg, il suo compagno, dalle sue attenzioni ansiose. Ethan ama Carl, ma è probabilmente spaventato dal futuro accanto a un Carl sempre più vecchio. C’è poi un’inquietudine di fondo in Ethan Prescott, un’insoddisfazione che lo spinge a partire, sobbarcandosi ore e ore di viaggio, poi a tornare, a ripartire, e così via. C’è la scoperta di sofferenze, pulsioni e dubbi di cui prima non ha mai sospettato la portata. L’incontro con Polina, la giovane assistente che sta sfiorendo accanto a Dvoinikov, complicherà e dilaterà questa inquietudine.
Ma non è solo questo. Ethan è messo in crisi da Dvoinikov. Il primo, esponente brillante di una società libera fondata sulle leggi del mercato, scopre (glielo fa scoprire il vecchio russo, con sarcasmo) che ciò che si vuole da lui non è poi tanto diverso da quello che volevano i fautori del realismo socialista: un’arte addomesticata, piacevole, rassicurante, celebrativa, riconoscibile. Broadway non è così lontana dai ballettoni del Kirov, per dire, almeno quanto a risultati. Per Prescott anche questo (lo scoprirsi assoggettato ai condizionamenti altrui) è un trauma.

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