venerdì 28 maggio 2010

Le fonti di "Rapsodia su un solo tema", 1: Igor Stravinsky, "Cronache della mia vita"



Non lo nego: c’è molto Stravinsky nella costruzione di un personaggio come Dvoinikov. Le differenze tra i due sono notevoli: due storie umane contrapposte, da una parte il musicista cosmopolita, nostalgicamente legato a una Russia prerivoluzionaria, in perenne viaggio nel mondo, esule di lusso, fondatore di mode e di stili fin quasi alla fine della sua vita; dall’altra il musicista isolato, isolatissimo anzi, impelagato nella storia dell’Unione Sovietica, in esilio dal potere ma sempre entro i confini del suo paese, e lontano dalle mode, anzi sempre più fuori moda. Eppure tra i due corrono legami sottili ma costanti, confermati anche dall’immagine di copertina.
Uno di questi legami sta nel ricordo, sempre vivo, delle prime pagine delle “Cronache della mia vita”, quelle pagine nelle quali Stravinsky rievoca l’infanzia e i primi contatti con la musica, o per meglio dire il mondo dei suoni. Sono pagine affascinanti e bizzarre, ben diverse da quelle della seconda metà, in cui prevale il resoconto cronachistico di viaggi, incontri, tournée, commissioni, e che trasmettono un crescente senso di noia e di distacco.
“Così, una delle prime impressioni sonore che ricordo può parer molto strana” (cito dalla traduzione di Alberto Mantelli per Feltrinelli, 1979, sintetizzando a malincuore). In campagna, d’estate: “un enorme contadino seduto sull’estremità di un tronco d’albero... Era muto, ma faceva schioccare molto rumorosamente la lingua… Per divertire i ragazzi, egli si metteva a cantare. Il canto era accompagnato da due sillabe, le sole che riusciva a pronunciare, prive di qualsiasi senso… Accompagnava questo schioccare nel seguente modo: applicava la palma della mano destra sotto l’ascella sinistra, poi, con un gesto rapido, faceva muovere il braccio sinistro appoggiandolo sulla mano destra. Faceva così uscire da sotto la camicia una serie di suoni abbastanza sospetti… che per eufemismo si potevano definire “baci di nutrice” e che il piccolo Igor si sforzava “con molto zelo” di imitare, sconcertando i familiari.
Segue il ricordo dei canti contadini (femminili, all’unisono) e, anche in questo caso, il tentativo di imitarli. La conclusione dell’episodio potrebbe essere sottoscritta dallo stesso Dvoinikov: “Questo semplice fatto, dopo tutto assai insignificante, ha per me un senso particolare, perché, a partire da quel momento, presi coscienza di me stesso come musicista”.

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