venerdì 14 maggio 2010

"Rapsodia su un solo tema": l'intervista per "Sick Girl"

Ecco parte della bella intervista che mi ha fatto Barbara Baraldi per la rivista "Sick Girl". Si può leggere la versione integrale su http://sickgirl.it/magazine.php?&s=interviste&n=348

E ora arriviamo alla tua ultima fatica. Cosa si deve aspettare chi si accinge a leggere "Rapsodia su un solo tema?"

Non lasciatevi ingannare dal titolo, dal sottotitolo e dalla copertina: fanno parte del gioco, nel senso che preludono a un trattato che in realtà è un romanzo. Un trattato di musicologia, per giunta con implicazioni storiche. Però si tratta di un depistaggio gentile, la cifra costante del libro è la leggerezza, il colore persistente è una specie di ironia malinconica, o di malinconia ironica. La musica ha un ruolo determinante, è vero, e le pagine dedicate all’analisi di composizioni immaginarie sono numerose: ma a contare in “Rapsodia” soprattutto sono i musicisti, le vite dei personaggi insomma, i loro sentimenti, le loro giornate, le aspirazioni, le sofferenze, le illusioni… Il tutto osservato da più sguardi – su tutti prevalgono quello lieve e anche un tantino fatuo di Ethan Prescott, quello più disincantato e amaro di Rafail Dvoinikov, ma da un certo punto anche quello divertito e sconcertato del protagonista del pamphlet settecentesco sul Secolo ventesimo.

Chi è Rafail Dvoinikov e cosa rappresenta?

Dvoinikov è un uomo che tutto sommato ha saputo mantenersi integro, come uomo e come artista, anche scendendo a compromessi. È un compositore che non è riuscito a nascondere del tutto le tracce della sua personalità musicale nelle opere più celebrative – Prescott ama questa prepotenza di personalità, insegue queste tracce di modernità, questo affiorare dell’originalità nella palude del conformismo e dell’accademismo.
Ma è anche un isolato, un esule in casa propria, il quale per combattere noia e paura si dà a un dongiovannismo compulsivo.
La sua musica (sua di Dvoinikov, intendo) è esemplificata dalla composizione che dà anche titolo al romanzo: un ossimoro, perché la rapsodia è una forma che combina più temi, mentre questa è fatta di un solo tema, che si fa ascoltare una sola volta, all’inizio, e poi si fa desiderare invano fino alla fine. Questo senso di attesa di qualcosa che non verrà più, e che forse è solo frutto di un sogno, è solo una fantasticheria, una pietosa insania – questo senso di perdita via via più intenso è probabilmente una delle chiavi del romanzo.

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