
Sono molto curioso di vedere che cosa verrà fuori dalla conversazione che Matteo Di Giulio ed io avremo sabato 29 maggio alla libreria Minerva di Aosta. Tra i nostri romanzi ci sono alcuni punti in comune che mi paiono significativi, non occasionali (tutto può essere collegato con tutto, d’accordo, anche gli asparagi e l’immortalità dell’anima, come insegnava Achille Campanile; ma qui gli elementi di connessione sono sostanziali, e raccontano di temi che stanno a cuore a entrambi).
Prima di tutto la musica: quella colta del Novecento, nel mio “Rapsodia su un solo tema”, con varie puntate in altri generi, a ventaglio; quella rigorosamente circoscritta dall’etichetta del punk hardcore degli anni novanta in “Quello che brucia non ritorna” di Matteo.
Poi l’approccio alla musica: fitto di nomi, riferimenti, luoghi, titoli, citati come se fossero parte di un vissuto comune – e sia in “Rapsodia sia in “Quello che brucia” il lettore è chiamato a condividere tutti quei nomi, a fidarsene, ad abbandonarsi alla bellezza dell’elenco, a intuire l’aura di rimandi che ogni nome si porta dietro (attorno, per meglio dire). È un approccio da dilettante appassionato della materia, da collezionista incline al completismo – solo un approccio così garantisce libertà di movimento, invenzione, e anche, all’occorrenza, sguardo ironico sull’oggetto delle proprie attenzioni oltre che su se stessi. E Matteo Di Giulio ha praticato il punk, ha suonato, ha collezionato dischi, ha incontrato musicisti. Queste esperienze si sono sedimentate nella materia di un romanzo fertile e dolentemente personale.
E poi: anche Matteo ha sentito il bisogno, dopo “Milano d’acqua e sabbia”, di tentare una via più personale, svincolata dalle convenzioni dei generi (quelle del giallo urbano, nel suo caso). E questo mi pare un altro punto in comune, su cui mi piacerà conversare. “Quello che brucia non ritorna” traccia davvero un percorso originale, anche dal punto di vista espressivo, e sembra rispondere a un’urgenza interiore, non a un progetto studiato a tavolino.
Un altro aspetto che ci avvicina sta nell’inquietudine dei protagonisti, nella necessità di muoversi, di tornare. Smalley, il protagonista di “Quello che brucia”, da Amsterdam torna a Milano, una Milano sordida e decadente, priva di quegli elementi (ritrovi, negozi di dischi, centri sociali) che la rendevano vivibile una decina di anni prima; il suo tornare nei luoghi è anche, ovviamente, un tornare indietro, via via più disincantato, nel tempo, una scoperta del declino, la netta percezione della deriva verso il peggio. Allo stesso tempo, è la ricerca di quei frammenti di passato che possono restituire un senso al suo presente, ed è, soprattutto, la ricerca del conforto degli affetti – quelli ancora rintracciabili. Anche Ethan Prescott, uno dei protagonisti del mio “Rapsodia”, si muove avanti e indietro da Philadelphia a San Pietroburgo, ed è colto, come gli altri personaggi del romanzo, da un’inquietudine di fondo, che lui potrebbe giustificare interpretandola come inclinazione al cosmopolitismo, ma che è invece sintomo di una vasta insoddisfazione. E anche il mio Prescott orchestra viaggi che sono anche balzi all’indietro, esplorazioni del passato (di un passato non suo, oltretutto, e che lui va scoprendo, senza forse capirlo del tutto, un po’ alla volta, attraverso la rievocazione di Dvoinikov e le fonti fornite da Polina).
Per finire, mi ha colpito che anche in “Quello che brucia” il tema della musica sia legato a quello del rapporto con il potere – un potere oppressivo, che si manifesta con le cariche della polizia, le chiusure degli spazi alternativi, i controlli, le botte, e soprattutto forse con l’invasione proterva di questi spazi da parte di una Milano consumistica, amorale, diffidente, ottusa. Nel romanzo di Matteo, questo conflitto tra libera espressione musicale e potere è anche uno scontro bruciante e violento tra generazioni – figli contro padri, padri contro figli, spietatamente, ciecamente. In questo conflitto, raccontato come se fosse il retaggio ineludibile di contrapposizioni arcaiche, anche la vendetta finisce per avere un senso – ma sto dicendo troppo.
Insomma, sono impaziente di sentire da Matteo Di Giulio che cosa pensi di questi connessioni possibili tra il suo romanzo e il mio. Ne riparleremo.
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