giovedì 27 maggio 2010

"Rapsodia su un solo tema" e "Quello che brucia non ritorna" alla libreria Minerva di Aosta



Sono molto curioso di vedere che cosa verrà fuori dalla conversazione che Matteo Di Giulio ed io avremo sabato 29 maggio alla libreria Minerva di Aosta. Tra i nostri romanzi ci sono alcuni punti in comune che mi paiono significativi, non occasionali (tutto può essere collegato con tutto, d’accordo, anche gli asparagi e l’immortalità dell’anima, come insegnava Achille Campanile; ma qui gli elementi di connessione sono sostanziali, e raccontano di temi che stanno a cuore a entrambi).
Prima di tutto la musica: quella colta del Novecento, nel mio “Rapsodia su un solo tema”, con varie puntate in altri generi, a ventaglio; quella rigorosamente circoscritta dall’etichetta del punk hardcore degli anni novanta in “Quello che brucia non ritorna” di Matteo.
Poi l’approccio alla musica: fitto di nomi, riferimenti, luoghi, titoli, citati come se fossero parte di un vissuto comune – e sia in “Rapsodia sia in “Quello che brucia” il lettore è chiamato a condividere tutti quei nomi, a fidarsene, ad abbandonarsi alla bellezza dell’elenco, a intuire l’aura di rimandi che ogni nome si porta dietro (attorno, per meglio dire). È un approccio da dilettante appassionato della materia, da collezionista incline al completismo – solo un approccio così garantisce libertà di movimento, invenzione, e anche, all’occorrenza, sguardo ironico sull’oggetto delle proprie attenzioni oltre che su se stessi. E Matteo Di Giulio ha praticato il punk, ha suonato, ha collezionato dischi, ha incontrato musicisti. Queste esperienze si sono sedimentate nella materia di un romanzo fertile e dolentemente personale.
E poi: anche Matteo ha sentito il bisogno, dopo “Milano d’acqua e sabbia”, di tentare una via più personale, svincolata dalle convenzioni dei generi (quelle del giallo urbano, nel suo caso). E questo mi pare un altro punto in comune, su cui mi piacerà conversare. “Quello che brucia non ritorna” traccia davvero un percorso originale, anche dal punto di vista espressivo, e sembra rispondere a un’urgenza interiore, non a un progetto studiato a tavolino.
Un altro aspetto che ci avvicina sta nell’inquietudine dei protagonisti, nella necessità di muoversi, di tornare. Smalley, il protagonista di “Quello che brucia”, da Amsterdam torna a Milano, una Milano sordida e decadente, priva di quegli elementi (ritrovi, negozi di dischi, centri sociali) che la rendevano vivibile una decina di anni prima; il suo tornare nei luoghi è anche, ovviamente, un tornare indietro, via via più disincantato, nel tempo, una scoperta del declino, la netta percezione della deriva verso il peggio. Allo stesso tempo, è la ricerca di quei frammenti di passato che possono restituire un senso al suo presente, ed è, soprattutto, la ricerca del conforto degli affetti – quelli ancora rintracciabili. Anche Ethan Prescott, uno dei protagonisti del mio “Rapsodia”, si muove avanti e indietro da Philadelphia a San Pietroburgo, ed è colto, come gli altri personaggi del romanzo, da un’inquietudine di fondo, che lui potrebbe giustificare interpretandola come inclinazione al cosmopolitismo, ma che è invece sintomo di una vasta insoddisfazione. E anche il mio Prescott orchestra viaggi che sono anche balzi all’indietro, esplorazioni del passato (di un passato non suo, oltretutto, e che lui va scoprendo, senza forse capirlo del tutto, un po’ alla volta, attraverso la rievocazione di Dvoinikov e le fonti fornite da Polina).
Per finire, mi ha colpito che anche in “Quello che brucia” il tema della musica sia legato a quello del rapporto con il potere – un potere oppressivo, che si manifesta con le cariche della polizia, le chiusure degli spazi alternativi, i controlli, le botte, e soprattutto forse con l’invasione proterva di questi spazi da parte di una Milano consumistica, amorale, diffidente, ottusa. Nel romanzo di Matteo, questo conflitto tra libera espressione musicale e potere è anche uno scontro bruciante e violento tra generazioni – figli contro padri, padri contro figli, spietatamente, ciecamente. In questo conflitto, raccontato come se fosse il retaggio ineludibile di contrapposizioni arcaiche, anche la vendetta finisce per avere un senso – ma sto dicendo troppo.
Insomma, sono impaziente di sentire da Matteo Di Giulio che cosa pensi di questi connessioni possibili tra il suo romanzo e il mio. Ne riparleremo.

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