Riprendo, dal n. 8 di "FuoriAsse" di Cooperativa Letteraria, il mio pezzo sul primo romanzo di Michele Mari, "Di bestia in bestia", recentemente ripubblicato da Einaudi; e vi invito ancora una volta a leggere ogni pagina di questa eccellente rivista culturale.

Il primo romanzo di Michele Mari, “Di
bestia in bestia”, esce nel 1989 per Longanesi. Mari, all’epoca, è soprattutto
uno studioso, i cui interessi (letterari, filologici) si muovono nell’ambito
della letteratura italiana tra Sette e Ottocento; la sua produzione non
accademica (il risvolto di copertina la definisce “privata”), fatta di
racconti, traduzioni, disegni, versi, è ancora per l’appunto privata, non ha
ancora avuto uno sbocco editoriale. Credo sia importante, per parlare del “Di
bestia in bestia” uscito recentemente per Einaudi dopo un lavoro di revisione
a cui accenneremo, fare riferimento a quella prima edizione, all’apparizione di
questo strano, sontuoso, inquietante oggetto che è stato il primo romanzo di
Mari. Un romanzo “di genere” dentro e fuori da tutti i generi, maniacalmente
ipercolto, provocatoriamente fuorimoda, già spiazzante in un mondo editoriale
che si avviava ad applicare massicciamente criteri di industria e di marketing
alla filiera della pubblicazione. Piacque, non a caso, a lettori come Giorgio
Manganelli, che lo definì “un libro che se ne sta appartato, dispettoso, non
facile, con il fascino di cosa venuta fuori dal nulla”.
Il romanzo è davvero tutto, e tutto
insieme. È, all’inizio, un’avventura alla Verne (i personaggi di Mari hanno,
delle figure di Verne, l’eccentricità, la verbosità, la petulanza), in una
geografia ostile che preserva la sua fantastica indeterminatezza pur
nell’abbondanza di riferimenti; è, all’occorrenza, indagine poliziesca alla Poe
o alla Conan Doyle, ovvero applicazione ostinata di una sorta di logica ad
avvenimenti che si sottraggono alla logica; è, soprattutto, recupero di ogni
elemento proprio della narrativa gotica, ombre, larve, castelli e manieri (o se
non altro recupero dell’armamentario delle parole, anche quando indicano un
palazzone isolato), ritratti di defunte somiglianti a donne viventi,
pipistrelli enormi, isolamento, segrete, cunicoli, rumori inspiegabili, tuoni e
fulmini, popolazione locale di bruti, sdoppiamenti in gemelli; bestie che
seducono donne, sospetti che sospettano di altri sospetti, ipotesi che si
inerpicano caparbie su verosimiglianze sempre più esili e scivolose; è
narrativa d’appendice, nelle chiuse invitanti dei capitoli, in certe formule
d’effetto (“Attenzione adesso… attenzione perché ora viene l’orrore…”, ma ecco,
l’orrore si rivela subito una grottesca pochade),
è avventura, o meglio citazione di avventure pescate a piene mani dalla
letteratura popolare (Verne e Poe, si diceva, ma anche Machen, Mary Shelley,
Stoker…). È anche, e forse soprattutto, un libro sui libri: non solo il palazzo
isolato in cui si svolgono le avventure racchiude una splendida, ricchissima
biblioteca, ma i libri compaiono ovunque, nella realtà e nei sogni, nella
memoria colta dei personaggi, nei discorsi in particolare del padrone di casa,
Osmoc (quante note a piè di pagina nelle sue parole, quanti libri
meravigliosamente inventati mescolati ad altri veri!). “Io non ho un fratello,
ne ho sessantamila… sessantamila fratelli in ventiquattresimo e in-folio…” dice
non a caso il padrone di casa ai suoi ospiti.
Nei libri i personaggi cercano
ostinatamente ogni (possibile) spiegazione ai misteri e agli orrori del loro
presente. I loro discorsi dotti sono postille e glosse che filtrano una realtà
che li farebbe altrimenti stramazzare di paura. In fondo sono uomini di scienza
e di lettere, e così si presentano (“non v’è nulla al mondo, assolutamente
nulla che la scienza non abbia il dovere di investigare portandolo alla luce
del sole”), costretti però a convivere con l’insolito e l’inspiegabile, e
affascinati da esso, come caricature di positivisti. La cultura classica
(erudizione, più che cultura, si direbbe) li aiuta a ricondurre il mistero dei
luoghi e la barbarie senza nome in cui si muovono a rassicuranti riferimenti,
ne addomestica e stempera l’orrore.
Sono insomma personaggi citazionisti,
Osmoc in testa, e sono essi stessi somma di citazioni: Mari stesso ci appare,
man mano che ci addentriamo nella lettura, come un citazionista affetto da
quella sorta di dongiovannismo goloso e insieme ironico che animava, che so,
Stravinskij: come Stravinskij, Mari si appropria di generi già storicizzati,
con freddezza solo apparente, in realtà con voluttà accumulatoria, passando
dall’alto al basso, dallo squisito al popolare, dal clin d’oeil specialistico al ricorso parodistico ai cascami più
vieti, senza negarsi nulla. Come il suo personaggio Osmoc nel suo palazzo (o
“castello”, o “maniero”), Mari è impegnato a “inventariare, significare,
ordinare” fatti su fatti, parole su parole.
Bisogna stare attenti ai falsi segnali
che Mari dissemina in questo gioco intricato di piste echi ammiccamenti
allusioni: Osmoc, nonostante il nome troppo facilmente e ingannevolmente
decifrabile, è un’intelligenza catalogatrice e accumulatrice più che ordinatrice.
Parallelamente Asoc, il suo doppio misterioso, il gemello tutto istinto e zero
intelligenza che compare nella seconda parte dopo una vertiginosa (e
deliziosamente incongrua, tra rapimenti stilnovistici e petrarcheschi,
inquietudini protoromantiche, moti foscoliani e ripiegamenti leopardiani, con
un linguaggio che tocca Dante, Vico, Tommaseo e chissà chi altri) tirata di
Osmoc sull’amore, è tutt’altro che “caotico” nella sua bestiale rozzezza:
piuttosto, è semplice come un bruto, elementare come un animale, o un
gigantesco bambino (“caso” allora, più che “caos”). Dei due, il vero “caos” è
quello eretto da Osmoc nel suo mondo esclusivo e labirintico – la semplicità
della vita di Asoc contraddice l’ammiccamento del nome (nomen non omen, insomma, e
per chiarire). Ad ogni modo, è lui, Asoc, delle “bestie” a cui rimanda il
titolo, la più ingombrante narrativamente: è lui il Morlocco, il Calibano, il
mister Hyde, l’Entità che promana dalla mente di Morbius ne “Il pianeta
proibito” (e qui ci fermiamo, perché le nostre cartucce sono assai più modeste
di quelle di Mari).
E poi, poi c’è la lingua del romanzo, o
meglio ci sono le lingue, che vivono una vita parallela, che non collima sempre
con la natura delle vicende. È una lingua che recupera l’italiano dei secoli
passati, si intride di citazioni dai classici, si imbambola estaticamente in
sequenze di arcaismi. In “Io venia pien d’angoscia a rimirarti” (Longanesi,
1990, poi Marsilio e infine Cavallo di Ferro, 2013) il sistematico ricorso agli
arcaismi (ai leopardismi, ovvio) aveva un senso e uno scopo, un valore
mimetico, vista la materia narrativa. In questo “Di bestia in bestia” non basta
l’erudizione dei personaggi, Osmoc in testa, a giustificarne l’uso – la lingua
qui vive di vita propria, appunto, prende strade solo sue, rifiuta la
verosimiglianza e la congruenza, smentisce il genere o i generi del romanzo, si
colora piuttosto di lirica e di trattatistica, oscilla capricciosa per lo più
tra Seicento e Ottocento ma non disdegna la grammatica dei secoli precedenti –
e tutto questo mentre il romanzo, di impostazione parodisticamente
ottocentesca, contiene allusioni a un’epoca assai più vicina a noi. È un’altra
storia, insomma, un’altra avventura, quella delle parole rispetto ai fatti,
un’avventura fatta di attriti continui con la materia trattata – una
caratteristica cara a Mari, come sa bene chiunque abbia letto il diario
militare della “Filologia dell’anfibio” (Bompiani, 1995, poi Laterza, 2009)
sorprendendosi e divertendosi dinanzi allo scarto tra l’italiano aulico (quasi
sempre) e il racconto “basso” della naja.
Per l’edizione Einaudi (223 pagine fitte,
contro le 265 altrettanto fitte dell’edizione Longanesi), Michele Mari mette
mano a quel primo romanzo, ne lima certi eccessi, ne asciuga le ossessività parodistiche;
attraverso una “serie continua e capillare di tagli”, lavorando “come un
editor”, doma la vera “bestia”, insomma, la bestia più temibile, quella che si
annidava nello stile, nel gioco ipercolto e ossessivo, ne addomestica le
ombrosità, la riconduce a sentieri meno remoti. Già dal frontespizio scompare
il sottotitolo “Una storia vera tra languore ed ardore”. Cito poi ad apertura
di pagina: “Finalmente, tra una correzione e un’addenda, arrivammo” diventa “E
finalmente arrivammo”. Similmente nei dialoghi, in particolare, direi, nelle
battute di Osmoc: “Dunque dunque dunque. Dov’era. Ah sì. Ho trovato qualcosa
che potrà interessarci” si riduce a “Ho trovato qualcosa che…” Ma adesso basta,
non esageriamo, non siamo nipotini di Osmoc.
A fare le spese di questo laborioso
editing, direi, è soprattutto questo personaggio, il più mostruoso, l’erudito intrattenibile, che non sa esprimersi “senza
retorica e senza insieme irriderla nell’atto stesso di farne impiego, come un
oratore che si eserciti nel proprio studiolo saggiando la bontà degli strumenti
di cui disdegna già l’uso” (una definizione-specchio in cui Mari sembra
riferirsi anche a se stesso). Con la nuova stesura, l’autore ha operato un
distacco forte e (non poteva essere altrimenti) puntiglioso da quella prima
stagione, da quel se stesso, anche dall’urgenza di molti degli eccessi
“nevrotico-feticistici” dello stile “alto e sublime” che si era imposto come
registro dominante negli anni ottanta. Ma noi ce ne avvediamo solo se ci
prendiamo la briga di comparare la versione Einaudi con la più antica, come i
manzonisti fanno mettendo a confronto la “ventisettana” e la “quarantana”
(questa è mia), o gli esegeti di Glenn Gould le registrazioni delle “Variazioni
Goldberg” del 1955 e del 1982 (questa è di Mari), perché, nel panorama
editoriale di oggi, Mari resta un unicum
di stile e una voce personalissima, sia pure fatta dell’eco di mille altre
voci.
Tra tante asciugature, vi è un’aggiunta,
alla fine, scritta nello spirito e nello stile delle pagine che precedono, la
finale “Nota del professor ***”, ironico e affabile racconto filologico delle
vicende editoriali di “Di bestia in bestia”, dalle primissime, abnormi stesure,
ai rapporti con Mario Spagnol, il primo editore, fino agli interventi
successivi. Dalla lettura di questa nota si esce impressionati dall’accanito
lavoro di revisione (quasi sempre “a togliere”) che Mari ha a più riprese
compiuto sul suo primo libro, l’unico che non abbia voluto ristampare
“meccanicamente”. Alla fine, l’edizione Longanesi e quella Einaudi sono
presentate come “momenti di un unico e continuo processo evolutivo”: come una
scultura in un blocco di marmo, “l’attuale versione, in ogni sua oltranza di
lingua e di stile, era già tutta nella prima”.