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mercoledì 24 luglio 2013

"Potrei raccontarvi" su CLE


Sul n. 7-8 (luglio-agosto 2013) di CLE, la rivista di Cooperativa Letteraria riservata ai soci, compare un mio contributo intitolato "Potrei raccontarvi" in cui rievoco certe esperienze letterarie della mia infanzia, spero in modo non troppo melenso. Dal mese prossimo la rivista sarà scaricabile da tutti dal sito di Cooperativa Letteraria. Io vi anticipo la parte centrale del pezzo.

Da bambino, come tutti, amavo l’avventura, quella iperbolica e fracassona dei romanzi del ciclo di “Tarzan”. Quando la maestra ci portava a rifornirci di libri nella piccola biblioteca della scuola, io lì finivo, tra i romanzi di Burroughs, che avevano il vantaggio, ai miei occhi, di non perdere tempo dietro a premesse troppo lunghe, come invece accadeva con Verne (quelle premesse interminabili avrei imparato, pochi anni più tardi, ad amarle più delle stesse avventure). I dialoghi erano ridotti all’osso, ma d’altra parte come si può mettere in bocca a degli scimmioni (o “antropoidi”) un eloquio umano, o meglio, come tradurre in linguaggio umano i loro versi? Burroughs sapeva farlo, certo, ma appunto nessuno pretendeva dai suoi gorilla uno stile da commedia di carattere. C’erano poi azione, colpi di scena, lunghe descrizioni: e cominciavo a capire che il sale, o meglio il sangue dell’avventura, sta nelle descrizioni che intasano le pagine, distraggono il lettore impaziente, lo esasperano, ne sfiniscono le difese, e intanto lavorano sulla sua percezione del mondo, sulla profondità della sua visione, oltre che sul suo lessico, e gli restano per così dire attaccate agli occhi anche quando leva lo sguardo dalle pagine e guarda attorno a sé.
Da quelle esperienze furiose di lettore (rimanevo in classe a leggere, sprezzante, mentre i miei compagni nell’intervallo si precipitavano fuori a giocare nel cortile, a rincorrersi, farsi boccacce, a seviziare maggiolini) nacque la materia del mio primo romanzo. Lo scrissi a otto-nove anni o giù di lì, su un quadernetto, con tanto di esploratore, foresta, animali feroci e soprattutto un orripilante ippopotamo meccanico che si aggirava incongruamente nella jungla. Il racconto impressionò, ricevetti complimenti e qualche suggerimento benevolo (e forse preoccupato) a proposito dello spaventoso e frettoloso bagno di sangue con cui, ormai sazio, avevo concluso il tutto per passare ad altro. Fatto sta: dopo qualche mese venne pubblicato integralmente, efferatezze comprese, a puntate e in ultima pagina come un romanzo d’appendice, sulla rivista quindicinale (accidenti, come si intitolava?) dell’ordine cui apparteneva la zia suora, tra articoli su taglio, cucito e vetrineria, pellegrinaggi, decessi di consorelle. Anche lì, complimenti e imbarazzi: i primi ovviamente mi lusingarono fino a rendermi insopportabile; dei secondi nemmeno mi accorsi.
La maestra, in classe, amava leggerci romanzi di genere larmoyant. Ricordo certi polpettoni di Malot o Salvator Gotta, i “piccoli alpini”, i “piccoli vetrai”, i “senza famiglia”. Alcuni di noi, tra cui io, pur turbati dall’interminabile serie di sciagure e in attesa irrequieta di un lieto fine purchessia, in privato ostentavano indifferenza e si davano  a dileggi. Arrivavamo a inumidirci gli occhi di saliva, o a stropicciarceli, per simulare commozione, o per prendere in giro chi davvero piangeva. Ricordo una compagna di classe che, colta da emozione intrattenibile dinanzi alle traversie di qualche piccolo eroe, prese a piangere, andò a casa per pranzo piangendo, e piangendo tornò il pomeriggio, accompagnata dalla madre sconvolta, che non capiva perché la figlia fosse ridotta a un cencio fradicio. E ricordo che ammirai la cocciutaggine di quell’emozione, e invidiai quelle lacrime, sospettando che io e i miei amici ci perdessimo qualcosa, qualcosa di grande, ancora più grande dei brividi che lasciavo correre su di me quando per ore leggevo Verne. Senza saperlo, mi trovavo dinanzi a una variante imprevista del senso del sublime.

http://cooperativaletteraria.it/index.php/component/content/article/80-cooperativa-letteraria/81-come-associarsi.html

venerdì 19 luglio 2013

Da "FuoriAsse" n. 8: Michele Mari, "Di bestia in bestia"


Riprendo, dal n. 8 di "FuoriAsse" di Cooperativa Letteraria, il mio pezzo sul primo romanzo di Michele Mari, "Di bestia in bestia", recentemente ripubblicato da Einaudi; e vi invito ancora una volta a leggere ogni pagina di questa eccellente rivista culturale.


Il primo romanzo di Michele Mari, “Di bestia in bestia”, esce nel 1989 per Longanesi. Mari, all’epoca, è soprattutto uno studioso, i cui interessi (letterari, filologici) si muovono nell’ambito della letteratura italiana tra Sette e Ottocento; la sua produzione non accademica (il risvolto di copertina la definisce “privata”), fatta di racconti, traduzioni, disegni, versi, è ancora per l’appunto privata, non ha ancora avuto uno sbocco editoriale. Credo sia importante, per parlare del “Di bestia in bestia” uscito recentemente per Einaudi dopo un lavoro di revisione a cui accenneremo, fare riferimento a quella prima edizione, all’apparizione di questo strano, sontuoso, inquietante oggetto che è stato il primo romanzo di Mari. Un romanzo “di genere” dentro e fuori da tutti i generi, maniacalmente ipercolto, provocatoriamente fuorimoda, già spiazzante in un mondo editoriale che si avviava ad applicare massicciamente criteri di industria e di marketing alla filiera della pubblicazione. Piacque, non a caso, a lettori come Giorgio Manganelli, che lo definì “un libro che se ne sta appartato, dispettoso, non facile, con il fascino di cosa venuta fuori dal nulla”.
Il romanzo è davvero tutto, e tutto insieme. È, all’inizio, un’avventura alla Verne (i personaggi di Mari hanno, delle figure di Verne, l’eccentricità, la verbosità, la petulanza), in una geografia ostile che preserva la sua fantastica indeterminatezza pur nell’abbondanza di riferimenti; è, all’occorrenza, indagine poliziesca alla Poe o alla Conan Doyle, ovvero applicazione ostinata di una sorta di logica ad avvenimenti che si sottraggono alla logica; è, soprattutto, recupero di ogni elemento proprio della narrativa gotica, ombre, larve, castelli e manieri (o se non altro recupero dell’armamentario delle parole, anche quando indicano un palazzone isolato), ritratti di defunte somiglianti a donne viventi, pipistrelli enormi, isolamento, segrete, cunicoli, rumori inspiegabili, tuoni e fulmini, popolazione locale di bruti, sdoppiamenti in gemelli; bestie che seducono donne, sospetti che sospettano di altri sospetti, ipotesi che si inerpicano caparbie su verosimiglianze sempre più esili e scivolose; è narrativa d’appendice, nelle chiuse invitanti dei capitoli, in certe formule d’effetto (“Attenzione adesso… attenzione perché ora viene l’orrore…”, ma ecco, l’orrore si rivela subito una grottesca pochade), è avventura, o meglio citazione di avventure pescate a piene mani dalla letteratura popolare (Verne e Poe, si diceva, ma anche Machen, Mary Shelley, Stoker…). È anche, e forse soprattutto, un libro sui libri: non solo il palazzo isolato in cui si svolgono le avventure racchiude una splendida, ricchissima biblioteca, ma i libri compaiono ovunque, nella realtà e nei sogni, nella memoria colta dei personaggi, nei discorsi in particolare del padrone di casa, Osmoc (quante note a piè di pagina nelle sue parole, quanti libri meravigliosamente inventati mescolati ad altri veri!). “Io non ho un fratello, ne ho sessantamila… sessantamila fratelli in ventiquattresimo e in-folio…” dice non a caso il padrone di casa ai suoi ospiti.
Nei libri i personaggi cercano ostinatamente ogni (possibile) spiegazione ai misteri e agli orrori del loro presente. I loro discorsi dotti sono postille e glosse che filtrano una realtà che li farebbe altrimenti stramazzare di paura. In fondo sono uomini di scienza e di lettere, e così si presentano (“non v’è nulla al mondo, assolutamente nulla che la scienza non abbia il dovere di investigare portandolo alla luce del sole”), costretti però a convivere con l’insolito e l’inspiegabile, e affascinati da esso, come caricature di positivisti. La cultura classica (erudizione, più che cultura, si direbbe) li aiuta a ricondurre il mistero dei luoghi e la barbarie senza nome in cui si muovono a rassicuranti riferimenti, ne addomestica e stempera l’orrore.
Sono insomma personaggi citazionisti, Osmoc in testa, e sono essi stessi somma di citazioni: Mari stesso ci appare, man mano che ci addentriamo nella lettura, come un citazionista affetto da quella sorta di dongiovannismo goloso e insieme ironico che animava, che so, Stravinskij: come Stravinskij, Mari si appropria di generi già storicizzati, con freddezza solo apparente, in realtà con voluttà accumulatoria, passando dall’alto al basso, dallo squisito al popolare, dal clin d’oeil specialistico al ricorso parodistico ai cascami più vieti, senza negarsi nulla. Come il suo personaggio Osmoc nel suo palazzo (o “castello”, o “maniero”), Mari è impegnato a “inventariare, significare, ordinare” fatti su fatti, parole su parole.
Bisogna stare attenti ai falsi segnali che Mari dissemina in questo gioco intricato di piste echi ammiccamenti allusioni: Osmoc, nonostante il nome troppo facilmente e ingannevolmente decifrabile, è un’intelligenza catalogatrice e accumulatrice più che ordinatrice. Parallelamente Asoc, il suo doppio misterioso, il gemello tutto istinto e zero intelligenza che compare nella seconda parte dopo una vertiginosa (e deliziosamente incongrua, tra rapimenti stilnovistici e petrarcheschi, inquietudini protoromantiche, moti foscoliani e ripiegamenti leopardiani, con un linguaggio che tocca Dante, Vico, Tommaseo e chissà chi altri) tirata di Osmoc sull’amore, è tutt’altro che “caotico” nella sua bestiale rozzezza: piuttosto, è semplice come un bruto, elementare come un animale, o un gigantesco bambino (“caso” allora, più che “caos”). Dei due, il vero “caos” è quello eretto da Osmoc nel suo mondo esclusivo e labirintico – la semplicità della vita di Asoc contraddice l’ammiccamento del nome (nomen non omen, insomma, e per chiarire). Ad ogni modo, è lui, Asoc, delle “bestie” a cui rimanda il titolo, la più ingombrante narrativamente: è lui il Morlocco, il Calibano, il mister Hyde, l’Entità che promana dalla mente di Morbius ne “Il pianeta proibito” (e qui ci fermiamo, perché le nostre cartucce sono assai più modeste di quelle di Mari).
E poi, poi c’è la lingua del romanzo, o meglio ci sono le lingue, che vivono una vita parallela, che non collima sempre con la natura delle vicende. È una lingua che recupera l’italiano dei secoli passati, si intride di citazioni dai classici, si imbambola estaticamente in sequenze di arcaismi. In “Io venia pien d’angoscia a rimirarti” (Longanesi, 1990, poi Marsilio e infine Cavallo di Ferro, 2013) il sistematico ricorso agli arcaismi (ai leopardismi, ovvio) aveva un senso e uno scopo, un valore mimetico, vista la materia narrativa. In questo “Di bestia in bestia” non basta l’erudizione dei personaggi, Osmoc in testa, a giustificarne l’uso – la lingua qui vive di vita propria, appunto, prende strade solo sue, rifiuta la verosimiglianza e la congruenza, smentisce il genere o i generi del romanzo, si colora piuttosto di lirica e di trattatistica, oscilla capricciosa per lo più tra Seicento e Ottocento ma non disdegna la grammatica dei secoli precedenti – e tutto questo mentre il romanzo, di impostazione parodisticamente ottocentesca, contiene allusioni a un’epoca assai più vicina a noi. È un’altra storia, insomma, un’altra avventura, quella delle parole rispetto ai fatti, un’avventura fatta di attriti continui con la materia trattata – una caratteristica cara a Mari, come sa bene chiunque abbia letto il diario militare della “Filologia dell’anfibio” (Bompiani, 1995, poi Laterza, 2009) sorprendendosi e divertendosi dinanzi allo scarto tra l’italiano aulico (quasi sempre) e il racconto “basso” della naja.
Per l’edizione Einaudi (223 pagine fitte, contro le 265 altrettanto fitte dell’edizione Longanesi), Michele Mari mette mano a quel primo romanzo, ne lima certi eccessi, ne asciuga le ossessività parodistiche; attraverso una “serie continua e capillare di tagli”, lavorando “come un editor”, doma la vera “bestia”, insomma, la bestia più temibile, quella che si annidava nello stile, nel gioco ipercolto e ossessivo, ne addomestica le ombrosità, la riconduce a sentieri meno remoti. Già dal frontespizio scompare il sottotitolo “Una storia vera tra languore ed ardore”. Cito poi ad apertura di pagina: “Finalmente, tra una correzione e un’addenda, arrivammo” diventa “E finalmente arrivammo”. Similmente nei dialoghi, in particolare, direi, nelle battute di Osmoc: “Dunque dunque dunque. Dov’era. Ah sì. Ho trovato qualcosa che potrà interessarci” si riduce a “Ho trovato qualcosa che…” Ma adesso basta, non esageriamo, non siamo nipotini di Osmoc.
A fare le spese di questo laborioso editing, direi, è soprattutto questo personaggio, il più mostruoso, l’erudito intrattenibile, che non sa esprimersi “senza retorica e senza insieme irriderla nell’atto stesso di farne impiego, come un oratore che si eserciti nel proprio studiolo saggiando la bontà degli strumenti di cui disdegna già l’uso” (una definizione-specchio in cui Mari sembra riferirsi anche a se stesso). Con la nuova stesura, l’autore ha operato un distacco forte e (non poteva essere altrimenti) puntiglioso da quella prima stagione, da quel se stesso, anche dall’urgenza di molti degli eccessi “nevrotico-feticistici” dello stile “alto e sublime” che si era imposto come registro dominante negli anni ottanta. Ma noi ce ne avvediamo solo se ci prendiamo la briga di comparare la versione Einaudi con la più antica, come i manzonisti fanno mettendo a confronto la “ventisettana” e la “quarantana” (questa è mia), o gli esegeti di Glenn Gould le registrazioni delle “Variazioni Goldberg” del 1955 e del 1982 (questa è di Mari), perché, nel panorama editoriale di oggi, Mari resta un unicum di stile e una voce personalissima, sia pure fatta dell’eco di mille altre voci.
Tra tante asciugature, vi è un’aggiunta, alla fine, scritta nello spirito e nello stile delle pagine che precedono, la finale “Nota del professor ***”, ironico e affabile racconto filologico delle vicende editoriali di “Di bestia in bestia”, dalle primissime, abnormi stesure, ai rapporti con Mario Spagnol, il primo editore, fino agli interventi successivi. Dalla lettura di questa nota si esce impressionati dall’accanito lavoro di revisione (quasi sempre “a togliere”) che Mari ha a più riprese compiuto sul suo primo libro, l’unico che non abbia voluto ristampare “meccanicamente”. Alla fine, l’edizione Longanesi e quella Einaudi sono presentate come “momenti di un unico e continuo processo evolutivo”: come una scultura in un blocco di marmo, “l’attuale versione, in ogni sua oltranza di lingua e di stile, era già tutta nella prima”.

martedì 16 luglio 2013

Il nuovo "FuoriAsse"

Segnalo l'uscita, che risale a poche ore fa, del nuovo, ricchissimo numero della rivista culturale (letteraria sarebbe limitativo) "FuoriAsse", della Cooperativa Letteraria di Torino. In mezzo a tanti contributi eccellenti, c'è anche qualcosa di mio: mi è stata affidata dagli amici della Cooperativa la cura della rubrica di recensioni, e vi compare un mio pezzo sulle due versioni del primo romanzo di Michele Mari, "Di bestia in bestia". Lo so, il pezzo non è breve, ma la materia era intricata, e insomma non si può liquidare un Mari (un Mari doppio, per giunta) in mezza paginetta.
Ecco il link per accedere all'ottavo numero della rivista:
http://cooperativaletteraria.it/index.php/fuoriasse/95-fuori-asse/215-fuoriasse-8-luglio-2013.html.
Buona lettura.

giovedì 30 settembre 2010

Da "Letteratitudine": "Rosso Floyd" di Michele Mari



Riporto, dopo un adeguato lavoro di revisione, le considerazioni su “Rosso Floyd” di Michele Mari che ho postato (pardon) ad agosto a più riprese sul sito di Massimo Maugeri “Letteratitudine”.

Ritrovo nelle primissime pagine la voce che ho imparato ad amare (in “Tu, sanguinosa infanzia”, in “Verderame”, in “Filologia dell’anfibio”, in “Euridice aveva un cane”…). Ma la scrittura si fa quasi subito piana, conversativa, quasi sempre beneducata e talvolta un po’ trasandata come nella trascrizione di testimonianze documentarie (abilissimo travestimento, mimesi studiatissima, in questo paragonabile allo stile leopardiano di “Io venìa” ecc.): e solo a volte, di striscio, l’autore torna a concedersi una deviazione verso il proprio riconoscibilissimo registro.
Il soggetto scelto questa volta, un soggetto che lo scrupolo catalogatorio di Mari, la sua passione elencatoria, documentaristica, l’affollarsi di nomi, circostanze, date, dati, titoli, gesti rendono con precisione maniacale, dà una piacevole coloritura vintage (come, che so, le copertine di “Urania”, o gli sceneggiati televisivi RAI degli anni sessanta-settanta in altre sue opere).
Non sono un fan (cioè, lo sono di Mari, per così dire, mentre conosco poco i Pink Floyd) per cui non saprei quanti di questi dati corrispondono alla realtà e quanti sono nati da un’urgenza inventiva (non meno forte di quella filologica e storiografica). Ma non mi pare importante.
Nell’ammirevole struttura polifonica del romanzo (”in 30 confessioni, 53 testimonianze, 27 lamentazioni di cui 11 oltremondane, 6 interrogazioni, 3 esortazioni, 15 referti, una rivelazione e una contemplazione”) Mari dà voce a tutti coloro che si sono affaccendati attorno al progetto Pink Floyd: e in particolare a chi, in un modo o nell’altro, talvolta per caso o per equivoco, ha avuto che fare con la figura inquietante di Syd Barrett. Barrett è un personaggio sfuggente, incatalogabile, episodico. Tutti ne parlano anche quando sembra che parlino d’altro – anche quando non vogliono proprio parlare di lui. Del suo genio (l’unico vero, disinteressato, inconsapevole anche) sembrano provare timore tutti. È una figura proteiforme: ora è un mingherlino, ora, per effetto di malattia e cure, un ciccione irriconoscibile. Le sue intuizioni restano impenetrabili, incidono segni fortissimi che si può solo tentare di imitare. L’origine della sua follia e dei suoi deliri rimane misteriosa (ma si sente che la sua musica e la sua follia hanno sintonie comuni). Non ha una voce sua (nell’intricata polifonia del romanzo non compare il suo nome: il Sid Barrett della Lamentazione undecima è un quasi omonimo). Eppure tutte le voci di questa vasta e labirintica enciclopedia parlano di lui.
Ecco dov’è la musica, nel romanzo di Mari. Non le vite dei musicisti, dei fan, dei produttori, dei tecnici; non le ipertrofiche scenografie dei concerti; o i personaggi che popolano i testi delle canzoni; o le invenzioni grafiche delle copertine. La musica, dico, le note, la creazione musicale. Leggevo di sessioni in sala di registrazione, di strumenti, di accordi, ma mi restava la curiosità di sapere come Mari avrebbe raccontato il fare musica, o meglio come lo avrebbe fatto raccontare ai suoi testimoni. Ed eccola, finalmente, la musica, dopo il primo centinaio di pagine: l’invenzione inaspettata, le quattro note rivelatrici, la soluzione strabiliante. In “Rosso Floyd” è raccontata come un lascito (di Syd Barrett agli altri componenti) o come un’ispirazione metapsichica, un dono ricevuto o estorto attraverso un contatto spiritistico o quasi, una “visitazione”. Barrett (da vivo, ma come fosse morto) torna da lontano a ispirare come fosse un demone le soluzioni più impervie, le idee più folli (ça va sans dire) agli altri, indecisi se rinnegare quella dipendenza o confessarla, se piangerlo o maledirlo. È un’idea suggestiva e inquietante, questa dell’ispirazione barrettiana, subitanea e imprevedibile, che convive con quell’altra, più fisica, fatta del lavorio delle prove, del perfezionismo delle lunghe sedute.
Leggo non a caso nella conversazione di Umberto Rossi con Mari su “Pulp”: “Come spesso accade in Mari… l’arte è stregoneria, è mistero, è un enigma minaccioso che può rivelarci cose discretamente spiacevoli se non paurose”. E più avanti: “Nella sua scrittura… il piacere della lettura sembra inseparabile dalla paura e dalla monomania. Per godere di un testo bisogna che ci spaventi e ci ossessioni”. Al che Mari risponde, tra l’altro: “Ossessione e paura sono per me inscindibili dall’esperienza estetica”.
Altri due aspetti che ricorrono lungo tutto il romanzo di Mari (e li ho sentiti forti forse perché lo sono per me, se è vero che si va a cercare nelle opere altrui le affinità con il proprio modo di vedere e di pensare).
Il primo è lo sviluppo delle tensioni interne (interne al gruppo dei Pink Floyd, prima di tutto, poi all’entourage, poi ai familiari, poi a tutti quelli che, magari episodicamente, hanno avuto a che fare con i Pink Floyd): il romanzo rivela dissidi e contrasti tra personalità, tra concezioni (dell’arte, della vita), è composto da continui distinguo, da puntualizzazioni, da correzioni e smentite (la forma documentaristica, fatta di testimonianze in prima persona, esalta questo aspetto); e non è certo il caso di decidere dove sia la verità, dal momento che tutte le verità hanno un loro senso.
Tra le tensioni più interessanti c’è senz’altro quella, già citata, tra una concezione della musica frutto di un guizzo estemporaneo dell’ispirazione, imprevedibile e non ingabbiabile, inquietante anche e oscura per certi versi, non risolta e non risolvibile, legata all’incompiutezza, al brogliaccio, all’abbozzo - e un’altra concezione, più professionale se vogliamo, fatta di lunghe prove, tecnica, esercizio, metodo. Mari racconta la storia dei Pink Floyd anche attraverso l’attrito tra queste due concezioni - l’onda lunga dell’influsso della prima, ovviamente legata all’estro di Barrett, continua a interferire con il gruppo ancora dopo anni e anni.
Il secondo aspetto è il continuo gioco di mascheramenti e sdoppiamenti e travestimenti e scambio di ruoli (alla fine, tutti sono, vogliono essere o non possono fare altro che essere Syd Barrett, tutti tranne il vero Syd Barrett, verrebbe da dire): un gioco di travestimenti e sdoppiamenti ecc. che coinvolge tutti, compresi, che so, le coriste, gli animaletti dei testi delle canzoni, le vittime di omonimie, i colleghi, le band fantasma, e che in talune occasioni (il film “The Wall”, l’enfasi scenografica e teatrale dei concerti) diventa vertiginoso, inestricabile (chi è chi? chi è Pink? e insomma, chi è Syd?).

domenica 8 marzo 2009

La "sanguinosa infanzia" di Mari (e la mia), 3

(Ma perfino “Gianni e il magico Alverman” ci caricava di suggestioni che bisognava trasformare in giochi perché non ci facessero paura, perfino certe insulse puntate de “I ragazzi di padre Tobia”, o certi caroselli…). E c’erano i film e i telefilm che, in occasione dei viaggi spaziali, tra la fine degli anni sessanta e i primi settanta la televisione mandava in onda le mattine d’estate. “Il risveglio del dinosauro” lo scoprii così, per caso, una mattina: a guardare un film non proprio dall’inizio, senza saper nulla dei titoli di testa, un bambino si coccolava in aspettative sue, e sperava (io, da bambino devoto, a volte pregavo proprio il Signore) che quei tipi in giacca che dialogavano del più e del mano fossero in attesa di un Evento singolare, di un’Apparizione, di una Trasformazione, di un Mostro; questo atteggiamento ci faceva guardare fin quasi alla fine drammoni sentimentali, polpettoni storici, esili commedie, come se fossero la premessa – tirata per le lunghe, d’accordo – a una Cataclisma, allo scatenarsi dell’Irreale; ne uscivamo il più delle volte frustrati e annoiati: ma quando capitava davvero, quando i dialoghi si rivelavano davvero per un prender tempo prima del Salto sulla Sedia, quando di colpo i due innamorati prendevano a fuggire per le vie del centro inseguiti da una creatura preistorica o aliena in stop motion, la nostra esaltazione traboccava, pronta a durare mesi.
Annoto un’ultima (per oggi) sintonia con Mari, avvistata nel racconto “Le copertine di Urania”, laddove parla di larve abitanti nei muri delle nostre case, “attente scrutatrici della nostra vita domestica”. Il riferimento, esplicitato dallo stesso Mari, è con “Gli uomini nei muri” di W. Tenn, romanzo in cui gli uomini (i terrestri) sono le larve che abitano nei muri di case spaventose; lo avrei letto anch’io, ma più avanti, e non sotto forma di Urania, ma in un’antologia Mondadori curata da Fruttero e Lucentini e intitolata “Scendendo”. Non nego di aver avuto in mente quel romanzo di Tenn ogni volta che, nel mio “Le larve”, ho parlato di muri, e li ho descritti come vivi, o come abitati.

sabato 7 marzo 2009

La "sanguinosa infanzia" di Mari (e la mia), 2

Prima, certo, prima di quei cantieri c’erano stati prati, lì attorno, che d’estate, dopo l’apertura dei canaletti d’irrigazione, si riempivano di rane vocianti, e in cui d’autunno ciancicava qualche mucca isolata da cavi in cui correvano lievi scariche elettriche, che noialtri del cortile sorbivamo attraverso la mano in gare di resistenza che ci lasciavano inebetiti. Ma non era campagna, e non era vera solitudine la mia, come pare invece di leggere nella ricostruzione che Mari fa del suo passato: c’erano gli amici – del cortile, appunto – coetanei o quasi, e i loro fratellini o cuginetti in vacanza, e a volte sorelline e cuginette; ed ogni esperienza era vissuta da tutti, comprese le quadriennali carneficine dei maggiolini che ho raccontato senza inventare nulla nel primo capitolo de “Le larve”, ed era rievocata poi dalle voci di tutti nei mesi successivi, in un gioco complesso di reciproca alimentazione dei ricordi di ognuno. Erano infanzie in cui la televisione (quella dei grandi) entrava prepotente, ad nutrire di figure in bianco e nero, sguardi attoniti, silenzi dilatati, ritmi rallentati, pensosità dense di segreti, la nostra immaginazione: soprattutto gli sceneggiati dei primi anni settanta (che anche Mari rievoca, con tenerezza, in “Verderame”, mescolando in un guazzabuglio ironico i nomi ricorrenti degli interpreti, e che oggi golosamente colleziono in dvd, nella speranza di ritrovare lo spirito con cui li guardavo), che scoprivano il mistero e lo raccontavano con i mezzi di allora, un approccio ancora teatrale e un intento didascalico, “Il segno del comando”, “A come Andromeda”, il dottor Jeckyll di Albertazzi, o le serie d’importazione, o il Polifemo dell’”Odissea”, con quella mano protesa a ghermire, che a un bambino sembrava insopportabilmente reale, e spaventava anche solo a ricordarla, o a parlarne, e il gesto dello sbranamento di spalle, e i versi, i versi, la deglutizione, i rigurgiti…

venerdì 6 marzo 2009

La "sanguinosa infanzia" di Mari (e la mia), 1

Più mi addentro nella lettura di Michele Mari più scopro affinità, non solo di stile ma anche in un certo modo biografiche, che mi esaltano e un po’ mi preoccupano. Il primo a notare una sintonia tra il mio “Le larve” e “Verderame” di Mari è stato, e lo ringrazio per questo, Umberto Rossi nella sua recensione su “Pulp”. Da lì è iniziato tutto – è iniziata cioè una scoperta à rebours dell’opera di Mari, che fino a quel momento conoscevo poco e maluccio. Certi momenti iniziali di “Verderame” (il vecchio che spacca a metà le lumache con la zappa) mi hanno riempito di inquietudine (anch’io avevo immaginato, nel primo capitolo, il fattore che divideva a metà, con zappa o con vanga, non ricordo, grosse larve di maggiolino cavate dal suolo): se il romanzo di Mari avesse continuato su quella strada, avrebbe svuotato di senso il mio. Per fortuna (fortuna mia, soltanto mia, è ovvio) “Verderame” procede in un’altra direzione, si colora di altre tinte, e i due testi si divaricano fino a non assomigliarsi più, nell’impianto, nell’architettura. Terminata la lettura con un sospiro di sollievo, onorato dell’affinità e salvo, non schiacciato dal paragone, mi sono accostato ad altre opere. E in queste, ad esempio in molti dei racconti di “Tu, sanguinosa infanzia”, sto recuperando, da lettore, quello stupefacente senso di condivisione che in parte ho sentito tra le pagine di “Verderame”: il bambino e il ragazzino delle modulate autobiografie di quei racconti, pur con qualche aggiustamento dovuto in parte ad esperienze diverse e ai cinque anni di differenza – quel ragazzino o bambino è davvero com’ero io. Va bene, non del tutto: io ero un piccolo esploratore urbano, da periferia di città di provincia, non da tenuta di campagna; ficcavo il naso nelle scale dei condomini che negli anni sessanta e settanta venivan su a fungaie in quelle distese di prati che sarebbero divenute ben presto una suburbia polverosa; andavo su quelle scale, in cerca di suoni, di esalazioni di pranzi, di voci dalle porte, di macchie sui muri, di avvitamenti fossili sulla pietra dei gradini; oppure nei cantieri aperti salivo da un piano all’altro, lungo percorsi provvisori, inerpicandomi su assi e putrelle, e visitavo – nei giorni di festa, quando i cantieri erano deserti – quelle che sarebbero diventate stanze, e che prive di luce somigliavano a cantine sospese, a catacombe aeree.