domenica 28 agosto 2011

"Dalla nonna": l'inizio

Quando d’estate mamma e papà, esasperati dalle mie lagne, si concedevano per non impazzire qualche settimana di vacanza da soli, erano soliti portarmi dalla nonna paterna. Arrivavamo in automobile fino al cortile polveroso di questa palazzina che oggi langue in una vasta periferia di cemento, ma che allora si ergeva in aperta campagna, tra i prati odorosi e le gore e i filari – e io ancora stavo frignando. La nonna abitava al secondo piano, in un appartamento quasi sempre in penombra, finestre chiuse e persiane abbassate, un televisore in bianco e nero mal sintonizzato, alle pareti vecchie fotografie di avi a me sconosciuti, qualche cartolina ingiallita di antichi viaggi inserita tra i vetri delle ante della credenza.

Quanto si raccomandavano con la nonna, i miei, prima di allontanarsi da lì, che non mi lasciasse uscire, che non mi facessi male, che non respirassi pollini. La nonna li ascoltava annuendo appena, ogni tanto i suoi occhi piccoli e lontani mi sbirciavano, forse con una lieve compassione – io nel frattempo, imbambolato dalla stanchezza e dalla soggezione, mi ero rabbonito e respiravo appena. Aveva un modo suo di volermi bene, implicito, nascosto, ruvido; e avrebbe ubbidito a mia madre, anche a costo di tenermi prigioniero in casa per tutti quei giorni. Tra sé si chiedeva forse perché mi portassero lì, in mezzo ai campi, se poi non volevano che uscissi: ma non obiettò mai, e nemmeno a me espresse le sue probabili perplessità – che erano anche le mie, ed io le avevo strillate a lungo, invano, prima di arrivare lì.

(Il resto su http://www.scuole.vda.it/Ecole/supp86/10%20-%20Morandini.pdf. Il raccontino non è malaccio, andate a darci un'occhiata.)

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